domenica 18 ottobre 2020

Il racconto del cane guida Ziva: “Mi chiamano cane dottore e sfido le difficoltà con Cristina”

La Stampa del 18/10/2020

VERCELLI. Giovedì scorso l’Unione ciechi ha celebrato la Giornata nazionale del cane guida. A Vercelli sono quattro. Uno di loro appartiene a Cristina Bozzetta, ex presidente dell’Unione ciechi e ipovedenti e moglie del campione paralimpico Claudio Costa. Cristina ha scritto questi pensieri a nome della sua Ziva.

«Mi chiamo Ziva, ho cinque anni, sono una piemontesina e abito a Vercelli. Il mio nome è molto importante, perché nella mitologia slava il suo significato era paragonato ad una dea dell’amore e della fertilità e anche «vivere, essere, esistere» mi appartengono come definizioni.

Ho un musetto da volpe, come il colore della fronte e delle orecchie. Il mantello è a tratti mesciato, la coda è folta e lunga e le mie zampe sono snelle. Sono una lupetta curiosa che ama giocare con tutti i i quattrozampe e fare nuove amicizie. Molto attratta dall’acqua, appena ne ho l’occasione tiro con tutte le mie forze verso le fontanelle, i ruscelli, i laghi: arf arf… Sono irresistibili! Il mio gioco preferito è afferrare le pietre al volo nei ruscelli e lungo la riva dei laghi. Non smetterei mai! Il mio secondo sport è il calcio. Come portiere le paro tutte quando si gioca ai rigori! Ma nonostante ciò so anche svolgere il mio ruolo di cane guida.

Mi destreggio in mezzo al traffico cercando di essere attenta a scalini e zebre. Ma no, che avete capito? Non vivo nella savana! Parlo delle strisce pedonali, per portare in sicurezza colei che conduco. Viaggio sicura sui mezzi di trasporto, affronto stazioni e metropolitane e… non ditelo a nessuno: prediligo gli ascensori. Sono piuttosto pigra, ma dopo qualche reticenza affronto anche le scale. Che vita da cani!

Scherzo…Sono piuttosto viziata e con poche moine ottengo sempre ciò che desidero. Come mi definirei se fossi intervistata dalle Jene? Più Lupo de Lupis che Lupo Alberto o Ezechiele Lupo o, peggio, il lupo cattivo dei tre porcellini e di Cappuccetto Rosso. Però sono fiera di essere un bel pastore tedesco e non ho niente a che fare con le fiabe o i fumetti.

La storia più bella è quella che scrivo tutti i giorni con la mia compagna. Si chiama Cristina e ha la retinite pigmentosa. Dice che io sono la sua bambina, l’amore suo e cose simili.

La strada che percorriamo insieme è cominciata con commozione, immensa gioia e sorrisi infiniti. Fianco a fianco, tra le difficoltà, sfidiamo il mondo, là fuori, scambiandoci i sentimenti più leali. Quando i bimbi mi vedono gridano: «Guarda mamma, il cane della Croce rossa! » oppure «il cane dottore». Alcuni chiedono se sono ferita. Così io fingo e recito la parte, sdraiandomi tutta lunga su un fianco. L’ho imparato guardando i telefilm di Rex. Così mi sento anch’io protagonista, mentre Cristina socializza e si distrae, sollevandosi magari da grigi pensieri. Eh, sì, io servo anche a questo: sono uno scacciapensieri, non quello che si suona in Sicilia ovviamente, ma un vero antidepressivo...

Ecco amici la mia breve storia, simile a quella di tanti altri cani guida. Noi sappiamo donare incondizionatamente i sentimenti più puri e belli, si sa e...Mondo cane, Cristina ed io ci auguriamo che il pianeta si trasformi il più velocemente possibile, imparando a leggere negli occhi di un cane, quella profondità di umanità che è limpida agli occhi di un cieco, ma che spesso è oscura negli occhi di un vedente».

sabato 17 ottobre 2020

ABI: si rafforza impegno banche per favorire accessibilità e inclusione

La Stampa del 17/10/2020

Implementazione di soluzioni basate sulla multi-canalità e sulla multi-sensorialità, adozione di principi internazionali di progettazione per rendere gli spazi fruibili a tutti, e valorizzazione di figure in grado di promuovere l'accessibilità in banca. Sono questi i principali aspetti su cui si concentrano le iniziative delle banche per rafforzare l'accessibilità fisica e digitale. Un impegno che si dimostra crescente, rivolto a promuovere in modo sempre più innovativo ambienti fisici, operatività bancarie e relazioni "senza barriere", per favorire la massima inclusione di tutte le fasce della clientela, a partire dalle persone con limitazioni funzionali, anche temporanee. È quanto emerge dall'ultima indagine sul tema dell'accessibilità in banca realizzata dall'Associazione bancaria italiana.

La nuova rilevazione offre una panoramica delle iniziative avviate dalle imprese bancarie, nonché delle misure adottate e degli interventi programmati, consentendo di mettere a fattor comune le esperienze realizzate e di condividere le buone pratiche.

Strumento di inclusione finanziaria e sociale, l'accessibilità nel mondo bancario è intesa sia in senso fisico, in relazione alle misure adottate per la rimozione delle barriere architettoniche, sia in termini relazionali e di efficientamento dei processi, per migliorare le diverse fasi in cui si articola il rapporto con la clientela.

I principali filoni di interesse emersi nell'ambito della nuova edizione dell'indagine sull'accessibilità in banca sono: le soluzioni tecnologiche e operative sviluppate dalle realtà bancarie, l'usabilità e l'accessibilità informatica dei canali di interazione con la clientela, la normativa di riferimento e gli impatti della direttiva europea "sui requisiti di accessibilità dei prodotti e dei servizi" per il mondo bancario.

Per approfondire le possibili declinazioni del tema dell'accessibilità dei prodotti e dei servizi, l'ABI ha inoltre promosso l'e-book multimediale e costantemente aggiornato "La filiale senza barriere", che rappresenta il primo prodotto della serie tematica denominata Accessibilità+, nonché un percorso formativo e di approfondimento su queste tematiche.

L'impegno del settore bancario in tema di accessibilità è in linea con le principali indicazioni contenute nell'Atto Europeo sull'Accessibilità. Le iniziative promosse da ABI si inseriscono nell’ambito delle politiche implementate per dare attuazione agli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, il nuovo quadro strategico delle Nazioni Unite.

Il «Cristo riVelato» che si può toccare: un dono (anche) per i non vedenti

Gazzetta di Parma del 17/10/2020

PARMA. Una scultura da toccare. Pensata per chi non può carpirne la bellezza con gli occhi e dimostrare che l’arte deve essere un patrimonio universale, che supera le disabilità. Da ieri pomeriggio in San Giovanni Evangelista è visibile il Cristo riVelato, l’opera del maestro scultore non vedente Felice Tagliaferri che riprende il famoso Cristo Velato.

La scultura – in città fino a dicembre 2021 – è il regalo a Parma 2020+21 dei Lions club del nostro territorio e nasce da un divieto.

Nel 2008 Tagliaferri, durante un suo soggiorno a Napoli, colse l’occasione per visitare la cappella Sansevero, dove è custodito il Cristo Velato. All’artista, cieco dall’età di 14 anni, fu però impedito di toccare l’opera con le mani. Questo «no» ha ispirato Tagliaferri a realizzare il «Cristo riVelato».

La scultura – in marmo - ora sarà visibile a tutti i parmigiani e turisti, ma potrà essere toccata solo dai non vedenti o dai disabili visivi che si prenoteranno attraverso apposita email (info@itineraemilia.it). Particolare attenzione sarà riservata all’igiene delle mani. La guida cartacea, oltre al testo, avrà il Qr code audio per i non vedenti. Ieri (giovedì) pomeriggio la cerimonia istituzionale si è aperta con il saluto da parte della comunità benedettina di San Giovanni.

«Grazie per questo dono – ha affermato padre Agostino Nuvoli –. Speriamo che questo Cristo Velato offra l’opportunità di vivere un Cristo rivelato». Gli intervalli musicali di Simone Campanini, organista del Duomo, hanno accompagnato gli interventi delle autorità. Il prefetto Antonio Lucio Garufi ha sottolineato «l’alto significato simbolico di questa opera d’arte». Gianni Tessari, governatore del distretto 108Tb (di cui fanno parte i Lions Club del nostro territorio), ha dichiarato: «Non ci sono parole per manifestare l’apprezzamento a questa iniziativa; un evento eccezionale che si inserisce all’interno di Parma 2020+21, reso possibile grazie allo sforzo dei club di Parma e provincia». Ines Seletti, assessore all’Integrazione scolastica dei bambini con disabilità, ha rivolto un sentito ringraziamento «al maestro Tagliaferri perché, attraverso la sua opera, permette a tutti di godere pienamente la straordinaria bellezza dell’arte». Mario Ledda, in rappresentanza della Regione Sardegna e della Fasi (Federazione delle associazioni sarde in Italia), ha ricordato «la collaborazione all’iniziativa di varie associazioni, tra cui il circolo culturale Grazia Deledda». L’artista Felice Tagliaferri ha ringraziato «Paola Maccioni per aver promosso questa importante iniziativa».

«A Parma il Cristo riVelato rimarrà un anno – ha proseguito –. Invito tutti a guardare alle persone che hanno disabilità come coloro che possono darci qualcosa». Sono poi intervenuti, tra gli altri, Luigi Fecci, presidente del lions club Bardi Valceno, la preside dell’istituto Gadda Margherita Rabaglia, Leonardo Bercella, in rappresentanza degli studenti del Gadda che hanno collaborato al progetto, e Paolo Detullio, presidente del Lions club Farnese.

di Luca Molinari

venerdì 16 ottobre 2020

Competitività e disabilità antitetici? No, è la “tossina della discriminazione”! di Gianfranco Notari

Superando del 16/10/2020

«Come possono stare insieme disabilità e sviluppo?»: parte da questa domanda, e dalle parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’approfondita analisi di Gianfranco Notari, che conclude: «Competitività e disabilità possono sembrare, ad una lettura semplicistica, antitetici. In realtà è la discriminazione, la sottostima, gli stereotipi deformanti e la mancata inclusione lavorativa di così tanti nostri concittadini che sono in antitesi con la visione di un futuro sostenibile. È necessario allora bonificare dalla tossina della discriminazione la visione delle persone con disabilità»

L’11 giugno 2019, nell’annunciare la nuova Strategia delle Nazioni Unite per l’inclusione della disabilità, il segretario generale António Guterres ha affermato: «L’inclusione della disabilità è al centro della promessa dell’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo sostenibile» (1).

È un’affermazione particolarmente forte, che indica con decisione il fondamento sul quale incardinare l’intera prospettiva dello sviluppo sostenibile. Perché questa scelta ci provoca così profondamente? È evidente che l’approccio verso l’inclusione della disabilità non solo non è considerato di norma al centro di politiche generali, ma ancor meno assume il ruolo determinante sul futuro che invece gli attribuiscono le espressioni così potenti che Guterres ha scelto di usare.

Ma disabilità e sviluppo come possono stare insieme? Lo sviluppo e il futuro li abbiamo sempre concepiti indissolubilmente legati alla corsa alla competitività, in questa sfida alla supremazia economica a tutti i costi che non può e non deve subire rallentamenti di sorta. E la disabilità e le fragilità umane in genere non sembrano avere possibilità di cittadinanza in un mondo fondato in questo modo. Allora come la disabilità può essere posta addirittura a fondamento della “promessa” di un futuro sostenibile?

Nel suo editoriale per l’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) dell’11 settembre scorso, Donato Speroni metteva opportunamente in evidenza una questione di fondo: «Il capitalismo è compatibile con la costruzione di un mondo sostenibile?» (2). È chiaro che il capitalismo ha il suo “cuore pulsante” nella competitività. E allora, per continuità di ragionamento, chiediamoci ulteriormente: la “fragilità” ha cittadinanza a pieno titolo in un mondo così competitivo?

Oggi noi abbiamo le prove evidenti che la corsa alla competitività, così come l’abbiamo sempre concepita, non funziona più: lo vediamo nelle conseguenze sul nostro pianeta e sulle condizioni di vita di buona parte della popolazione mondiale. La competitività incontrollata, quindi, si è rivelata la strada peggiore per costruire un futuro accettabile. Eppure c’è una resistenza, quasi un’incapacità di fatto a tradurre in azioni concrete il necessario cambio di rotta globale.

C’è qualcosa che ci tiene ancora fermi al palo, che ci rallenta. Ma il forte richiamo del Segretario Generale delle Nazioni Unite ci dà una traccia inequivocabile: senza la fine del respingimento sociale delle persone con disabilità, tutto il futuro sembra compromesso ed è in conseguenza di ciò che noi sperimentiamo quell’impotenza a cambiare che stentiamo a spiegarci.

Nella competitività così come ce la raffiguriamo (“il più forte mangia il più debole”, stereotipo tipico del darwinismo sociale) troviamo i tratti dell’eredità del mito del superuomo, dell’uomo nuovo del ‘900 che, dopo le guerre e gli stermini del secolo scorso in nome della supremazia della razza e del disprezzo per la fragilità umana, si è rigenerato nel modello dell’homo oeconomicus che persegue obiettivi di supremazia questa volta economica, anche a costo di irrazionali scelte autodistruttive globali (3).

Siamo così incapaci, così lenti a cambiare rotta perché siamo portatori “asintomatici” (inconsapevoli, intendo) di una tossina: la tossina della discriminazione verso chi non corrisponde apparentemente alla mitologia di un immaginario di forza e di autarchia individuale e collettiva. La tossina della discriminazione nei confronti delle persone con disabilità che mina nelle fondamenta la visione del Futuro comune. È quella tossina che ci porta istintivamente a separarci da coloro che reputiamo di intralcio per la nostra corsa, coloro che rappresentano lo “scarto” per una società che si autocompiace e si autoinganna nel credersi autosufficiente ed efficiente “in eterno”.

Abbiamo in orrore la fragilità nostra e altrui, rifuggiamo solo l’idea di dover dipendere da qualcun altro, ci ostiniamo a tenere in piedi nell’ordinarietà di ogni fase della nostra esistenza una sorta di teatrino autarchico dove non ha spazio la vulnerabilità altrui e soprattutto quella, inconfessabile, nostra. E allo stesso modo, paradossalmente, sembrano comportarsi Regioni, Stati, intere culture: pur vivendo in un mondo sempre più interdipendente, continua a sopravvivere e ad avere così tanta presa questa anacronistica idea di supremazia, come vediamo in non pochi leader mondiali e purtroppo tristemente anche in alcuni nostrani.

Quali conseguenze comporta il corto circuito di questo rifiuto “ideologico” della “fragilità” e di una discriminazione diffusa che genera un vulnus nella convivenza civile?

Questa tossina che continuiamo a diffondere, crea una distorsione della percezione della realtà. Una distorsione funzionale e “necessaria” a mantenere questa distanza, che compromette le scelte individuali e purtroppo condiziona anche politiche e dinamiche sociali, in una sorta di “automatismo” inconsapevole, che di fatto si oppone e contraddice la visione di un Futuro davvero equo e sostenibile. È ciò che delinea la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità del 2006, divenuta (è sempre bene ricordarlo!) Legge dello Stato Italiano nel 2009 (Legge 18/09) (4).

Penso alla distorsione più diffusa e pervicace: “la disabilità è una minoranza”. Noi ci comportiamo facendo finta che le persone con disabilità siano una sparuta minoranza. I dati in realtà ci dicono che:

° il 15% della popolazione mondiale è costituita da persone con disabilità (5);

° 1 cittadino su 6 dell’Unione Europea è portatore di una disabilità più o meno grave (6);

° in Italia il dato non è ancora chiaro e univoco, ma l’incidenza degli italiani con disabilità sulla popolazione totale oscilla tra il 5,2% dell’ISTAT (7) e le stime del CENSIS che parlano di un più realistico 7,9% (8), cioè 4,8 milioni di persone su poco più di 60 milioni (9).

Questo è un dato già di per sé significativo. Ma le persone con disabilità non sono “funghi” isolati sul territorio: hanno famiglia propria se adulti/anziani, genitoriale se minori/giovani. Sappiamo bene, per altro, che altre famiglie parentali sono coinvolte nelle attività ordinarie e straordinarie di supporto ad un nucleo familiare più giovane o con più bisogni, tanto più se in presenza di una disabilità. Possiamo ipotizzare quindi, che siano di massima tre i nuclei familiari direttamente coinvolti a sostegno delle necessità del singolo congiunto con disabilità (10).

Questo semplice presupposto di buon senso, pur nella sua approssimazione, fa però emergere una dimensione tutt’altro che minoritaria: potrebbe essere direttamente coinvolta dalla disabilità ben la metà dei nuclei familiari in Italia (11)! Questo dato non dovrebbe sorprenderci: ognuno ne trova conferma nelle sue relazioni quotidiane (quanti tra i nostri colleghi di lavoro hanno un familiare con disabilità?), se non nelle proprie condizioni personali, familiari o di prossimità. Eppure c’è un paradossale ritardo nella percezione comune, una difficoltà diffusa a recepire la reale presenza “ordinaria” della disabilità, specie se adulta, nella vita del Paese: «Una forte sottostima, ai limiti della rimozione» (12).

L’immaginario condiviso sia a livello individuale che, purtroppo, anche istituzionale, porta a percepire la disabilità anzitutto come una condizione individuale e statica dell’esistenza di un numero circoscritto di soggetti “sfortunati”, “eterni bambini” (sic!), isolati e confinati in un anacronistico “mondo a parte” in passiva attesa di cure e assistenza. In realtà c’è una buona fetta di italiani che subisce “gravi limitazioni” alle attività della propria vita, limitazioni che «dipendono largamente dalla società e dal contesto». È il “nuovo” paradigma di riferimento (in realtà sarebbero già trascorsi quasi vent’anni anni dalla sua definizione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001 (ICF: Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute), quello che sottolinea appunto il ruolo determinante dell’ambiente sfavorevole e la dimensione non individuale, ma sociale della disabilità, cioè «una manifestazione, particolarmente grave, dell’incapacità di una società di assicurare (o avvicinare) l’eguaglianza di opportunità alle persone con problemi di salute» (13). Riconoscere che esiste un ambiente sfavorevole, un contesto che impone gravi limitazioni risulta decisivo. La cosiddetta “fragilità” delle persone con disabilità, data ampiamente per scontata, ci si rivela allora come in realtà il frutto avvelenato di un deciso respingimento (14).

Competitività incontrollata e percezione distorta della realtà (quantitativa e qualitativa) sembrerebbero andare paradossalmente a braccetto e non proprio verso risultati auspicabili. Non pare davvero che una visione distorta aiuti nel programmare politiche efficaci o nel definire chiari obiettivi di impresa.

Ma si opporrà: «Il vero problema è l’aspetto economico, la produttività!». Sono queste motivazioni di ordine economico che “impedirebbero” di fatto, il processo di inclusione sociale delle persone con disabilità. Affrontiamo allora la questione che le sintetizza tutte: l’inclusione lavorativa.

Vogliamo ancora far riferimento alle parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite: «L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha scoperto che escludere le persone con disabilità dal mondo del lavoro può sottrarre ai Paesi fino al 7% del loro Prodotto Interno Lordo. Realizzare i diritti delle persone con disabilità è una questione di giustizia oltre che un investimento di buon senso nel nostro futuro comune [grassetto nostro nella citazione, N.d.R.]». E continua portando il ragionamento alla sua logica conseguenza pratica: «Voglio che le Nazioni Unite siano il datore di lavoro di elezione per le persone con disabilità» (15).

L’inclusione lavorativa delle persone con disabilità è l’altra traccia concreta per indagare il rapporto tra competitività e “fragilità”. Su questo Guterres propone una scelta di concretezza, le Nazioni unite come primo Employer of Choice [“datore di lavoro”, N.d.R.] per coerenza con gli indirizzi di equità e i valori su cui è fondata l’Istituzione che rappresenta. Solo belle parole di circostanza? Non credo.

C’è invece una radicalità che ci colpisce. Ed è una radicalità a cui non si può rinunciare, proprio per scongiurare il rischio di un “Nessuno sia lasciato indietro” svuotato della sua sostanza costitutiva, di una sostenibilità sociale “zoppa”, di una visione del futuro compromessa da “ma” e “però”.

Cosa succede in Italia sul fronte dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità? Che il nostro Paese ha violato l’articolo 5 della Direttiva Europea 2000/78, per non avere imposto «a tutti i datori di lavoro di prevedere soluzioni ragionevoli applicabili a tutti i disabili», come recitava nel 2013 una Sentenza prodotta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea [se ne legga ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Purtroppo da allora non sembra cambiato molto, visto che il più recente e già citato Rapporto ISTAT rilevava un tasso di disoccupazione tra la popolazione con disabilità in età attiva di circa il 70% (16)! Ma anche in questo caso i “NO” e le obiezioni si fondano su sbrigative distorsioni della realtà.

Si pensa immediatamente alla scarsa produttività e alla perdita economica di una formazione con poche speranze di successo. Le ragioni del respingimento in nome della competitività, sembrerebbero quindi incardinarsi con più forza su due aspetti: la semplificazione del concetto di competitività, ridotto al solo aspetto della velocità e soprattutto il presupposto distorto che un lavoratore con disabilità “di per sé” costituisca comunque una perdita e sia “più lento” o meno produttivo di un qualsiasi altro lavoratore. Ma ne siamo davvero certi? Tutti i lavoratori non disabili sono veloci, efficienti, produttivi?

Anche in questo caso determinante risulta il rifiuto “a priori”, il pregiudizio. Basterebbe mettere alla prova il candidato e, con i giusti sostegni, dargli almeno una opportunità “sulla base di uguaglianza con tutti”. E magari, dare un’occhiata a qualche autorevole studio internazionale, come quello sui vantaggi dell’inserimento lavorativo di persone con la sindrome di Down, della multinazionale di consulenza del lavoro McKinsey (17), che mi dicono sia tutt’altro che un’opera pia! D’altronde la competitività (per fortuna di molti di noi!) è fatta non solo di velocità, ma anche di puntualità, di fedeltà e lealtà, di precisione, di qualità, di creatività, di buon clima sul posto di lavoro, cose che chi fa impresa sa bene, incidono enormemente sui risultati di esercizio e sull’azione a medio termine.

Le parole del segretario generale Guterres ci dicono pertanto due cose: che la mancata inclusione lavorativa della «più grande minoranza al mondo» (18) e la visione di un futuro sostenibile sono sostanzialmente incompatibili.

È necessario allora bonificare dalla tossina della discriminazione gli ambienti di lavoro e la nostra visione delle persone con disabilità. È necessario riconoscere come inaccettabile il respingimento sociale e la chiusura discriminante del mondo del lavoro che, nella pratica quotidiana, si traduce nel preferire condanne della Corte Europea e pagamento di sanzioni, pur di non assumere personale con disabilità, specie se intellettiva o relazionale, rinunciando purtroppo ad utilizzare tutte le esperienze positive maturate sul territorio nazionale (19) e tutte le risorse e le agevolazioni che la normativa rende disponibili (20). Scegliendo cosi, davvero si lasciano indietro non pochi, ma una grande fetta dei nostri giovani. Lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha voluto sottolineare con forza: «Il nostro Paese ha nei nostri concittadini con disabilità un giacimento di energie, di risorse, di contributi, di cui si priva perché non li mette adeguatamente in condizione di potersi esprimere e realizzare» (21).

In conclusione, competitività e disabilità possono sembrare, ad una lettura semplicistica, antitetici. In realtà è la discriminazione, la sottostima, gli stereotipi deformanti e la mancata inclusione lavorativa di un così alto numero di nostri concittadini che sono in antitesi con la visione di un futuro sostenibile.

La tossina della discriminazione di cui siamo portatori “asintomatici” ne compromette in maniera determinante la programmazione, l’attuazione e gli esiti, perché mostra, quando non la occulta con rimozioni, distorsioni e sbrigative rappresentazioni “di comodo”, la stessa profonda ingiustizia e iniquità di sguardo che ci ha portato irrazionalmente quasi a distruggere il nostro Pianeta, a compromettere il nostro stesso Futuro.

Davvero non è più possibile continuare a fare “la provincia del mondo”, considerando pura teoria inapplicabile “da noi” documenti e pronunciamenti internazionali, magari allungandone i tempi di recepimento fino all’inverosimile. Credo invece che l’Italia in particolare possa ancora una volta porsi alla guida in Europa di un cambiamento radicale concreto e credibile. Sono certo che ne abbiamo la forza, gli strumenti e le capacità (22).

Allora: la “fragilità” ha cittadinanza a pieno titolo in un mondo così competitivo? Basterà provare a rispondere, nella concretezza, nei diversi vissuti in cui ci troviamo ad operare, provando a superare pregiudizi e schemi mentali discriminanti, accettando un po’ il rischio di cambiare prospettiva, per cominciare a costruire un Futuro sostenibile, accessibile e inclusivo davvero per tutti… anche per noi che eterni giovani non siamo!

Tocca ad ognuno di noi assumere questo impegno come proprio e farsene a sua volta portatore.

Genitore e attivista per i diritti delle persone con disabilità. Il presente approfondimento è già apparso nel sito del progetto “FUTURA Network” e viene qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

Note:

(1) António Guterres UN Secretary-General, Opening at the 12th Session of the Conference of States Parties to the Convention on the Rights of Person with Disabilities, 11 giugno 2019.

(2) Donato Speroni, È possibile costruire un capitalismo sostenibile?, editoriale dell’11 settembre 2020 dal sito web dell’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile).

(3) Per un significativo cambio di prospettiva su come la razionalità non sia più la chiave interpretativa assoluta per leggere e comprendere la contemporaneità, si veda Pankaj Mishra, L’età della rabbia, in «L’Internazionale», n°1190, 3 febbraio 2017 e anche Noah Feldman, Cool War. Stati Uniti e Cina. Il futuro della competizione globale, Feltrinelli 2014.

(4) Sul cambio di paradigma operato dalla Convenzione ONU, si veda cfr. Cecilia Maria Marchisio, Percorsi di vita e disabilità. Strumenti di coprogettazione, Carocci 2019.

(5) Dal sito web delle Nazioni Unite, Disability Inclusion Strategy. A Strategy for Action.

(6) Commissione Europea, European Disability Strategy 2010-2020: a Renewed Commitment to a Barrier-Free Europe, Bruxelles, 15 novembre 2010.

(7) ISTAT, Conoscere il mondo della disabilità, Roma 3 dicembre 2019. Si tenga presente che la stima è stata effettuata sulle persone che risiedono in famiglia, escludendo quelle che vivono in strutture residenziali.

(8) CENSIS, Rapporto sulla Disabilità in Italia, 2014. Proiezioni per il 2020.

(9) Al 1° gennaio 2020, totale della popolazione 60.244.639: ISTAT, Rilevazione demografica anagrafe centralizzata, 2020.

(10) Assumiamo il presupposto che associa ad ogni persona con disabilità il suo nucleo familiare diretto e i due nuclei familiari di prossimità: nel caso di minori o giovani con disabilità, i rispettivi nonni a supporto della coppia genitoriale più giovane; nel caso di adulti/anziani almeno due nuclei familiari tra figli, nipoti o congiunti diretti.

(11) Considerando quindi il moltiplicatore 3, dai 4,8 milioni (7,9%) di persone con disabilità otterremmo 14.277.980 famiglie direttamente coinvolte che rappresenterebbero il 54% del totale di 26.192.443 famiglie in Italia (2019). Il dato è molto approssimativo ed è puramente indicativo poiché, tra l’altro, non tiene conto della presenza in uno stesso nucleo familiare di 2 o più componenti con disabilità. Tuttavia resta significativa l’incidenza così alta rispetto invece alla comune percezione di “minoranza isolata” come spesso viene avvertita anche dagli stessi familiari.

(12) CENSIS, La disabilità oltre l’invisibilità istituzionale – Percezione, vissuti, offerta di cura e assistenza” (2014), p. 14.

(13) ISTAT, Conoscere il mondo della disabilità cit., p. 9.

(14) La fragilità dipende fortemente dal contesto sociale e ambientale e dagli «aggiustamenti ragionevoli» che si accetta di mettere in atto o meno: sappiamo bene ad esempio che una persona paraplegica sarà più o meno disabile, cioè più o meno gravemente limitata nelle attività della sua vita, a seconda della città dove gli sarà capitato in sorte di vivere. E «la Convenzione ONU tutela le persone con disabilità perché sono discriminate, non perché sono fragili»: cfr. Natascia Curto e Cecilia Maria Marchisio, I diritti delle persone con disabilità. Percorsi di attuazione della Convenzione ONU, Carocci 2020, pp. 20-25; in particolare cfr. anche il concetto di “gravità” alle pagine 118-132 [di questo libro si legga ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.].

(15) Guterres, Opening at the 12th Session cit.

(16) «Le persone con disabilità incontrano numerosi ostacoli quando provano ad inserirsi nel mercato del lavoro; […] L’analisi della condizione occupazionale mette chiaramente in evidenza il forte svantaggio della popolazione con disabilità nel mercato del lavoro: è occupato solo il 31,3% delle persone tra i 15 e i 64 anni con limitazioni gravi contro il 57,8% delle persone senza limitazioni, nella stessa fascia d’età»: ISTAT, Conoscere il mondo della disabilità cit., pp. 59-60. Si precisa che l’Istituto di Rilevazione ha utilizzato in questo rapporto la locuzione «persone con limitazioni gravi» in modo intercambiabile con «persone con disabilità».

(17) McKinsey & Co., The value that employees with Down syndrome can add to organizations, marzo 2014.

(18) Dal sito web delle Nazioni Unite, Disability Inclusion Strategy cit. Un’affermazione che appare quasi un ossimoro!

(19) Tra tutte si veda la pluriennale attività di ricerca e sperimentazione del Centro Studi DiVi (Centro Studi Interdipartimentale per i Diritti e la Vita Indipendente) (progetti WIDE, VeLa e 19 pari), esperienza fondata proprio sulla concreta attuazione e diffusione in Italia dei princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Cfr. Cecilia Maria Marchisio e Natascia Curto, Diritto al lavoro e disabilità. Progettare pratiche efficaci, Carocci 2019.

(20) Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) e tutta l’ulteriore normativa che a livello regionale ne favorisce l’applicazione.

(21) Intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità 2019, in occasione della presentazione del citato Rapporto ISTAT Conoscere il mondo della disabilità.

(22) In generale, quel “cambio di approccio” nel Paese, auspicato da Enrico Giovannini, Dalla crisi alla ripresa: trasformare l’Europa e l’Italia nel segno dello Sviluppo sostenibile, intervento di apertura del IV Festival dello Sviluppo sostenibile, Roma, 22 settembre 2020.

giovedì 15 ottobre 2020

Marche – I giorni del Covid visti da un cane guida: Italo racconta la sua nuova quotidianità

Giornale UICI del 15/10/2020

Annullati gli incontri con le scuole, l’Uici Marche celebra la Giornata nazionale del cane guida con la testimonianza di Stefania e del suo inseparabile Italo.

Si celebra venerdì 16 ottobre la Giornata nazionale del Cane Guida, dedicata agli straordinari accompagnatori a quattro zampe che permettono ogni giorno alle persone non vedenti di muoversi in autonomia.

“L’attuale emergenza sanitaria – spiega Stefania Terrè, vice presidente Uici Marche – quest’anno ci ha impedito di incontrare gli studenti nelle scuole, ma cogliamo comunque l’occasione per ringraziare i nostri inseparabili compagni di vita sensibilizzando ‘gli umani’ e raccontando il prezioso lavoro che svolgono ogni giorno. Per questo abbiamo preparato un piccolo racconto sulla quotidianità del covid vista da un cane guida. Il protagonista, naturalmente, è il nostro bellissimo Italo. Buona lettura e buona giornata del cane guida a tutti gli amici che ci mettono quotidianamente a disposizione i loro occhi e la loro dedizione”.

Ciao a tutti! Mi chiamo Italo e sono un cane guida. Come state?

Vi faccio questa domanda perché ultimamente la sento di continuo. Negli ultimi mesi deve essere successo qualcosa agli umani perché improvvisamente hanno tutti la museruola. Anche io ne ho una, ma a me non la mettono mai perché so che si indossa quando qualcuno combina guai. Quindi gli umani devono aver combinato qualcosa… Sì, perché non è più come prima delle museruole, adesso gli umani non possono toccarsi, abbracciarsi e tanto meno grattarsi la schiena come fa la mia padrona con me. Insomma, devono stare lontani l’uno dall’altro. Sembra che hanno paura di attaccarsi qualcosa. Forse le pulci o qualcosa di peggio. Non lo so, io non ho le pulci.

Sapete, ultimamente ho lavorato tantissimo. Purtroppo, la mia nonna, che è pure la mamma di Stefania, prima dell’estate è caduta e si è fratturata una spalla. Stefania e io ci siamo occupati di lei. Andavamo a farle la spesa, a prenderle le medicine in farmacia, dal panettiere, correndo da una parte all’altra della città ogni giorno, in un sacco di posti che conosco. La nonna dice che se non ci fossi stato io, Stefania non sarebbe riuscita a fare tutte queste cose per lei. O di sicuro le avrebbe fatte con molta più difficoltà. E, come lei, tante persone che non vedono avrebbero fatto più fatica in questo periodo tanto strano, senza di noi. Siamo proprio Supercani… bau!

Ad Ancona e nel paese dove vivo oramai mi conoscono tutti. Quando ci incontrano per strada mi salutano chiamandomi per nome. Anche nei negozi sono molto gentili. Da quando ci sono in giro tutte queste museruole bisogna fare la fila fuori e quando tocca a noi le persone mi chiamano: “Italo vieni tocca a te!”. La mia padrona dice che sono più famoso di lei che si diletta a fare l’attrice!

Come vi dicevo, sono un cane da assistenza e per questo c’è una legge che mi consente di entrare ovunque. Ma proprio dappertutto. Purtroppo però, ogni tanto capita qualcuno che vorrebbe lasciarmi fuori. Qualche settimana fa, ad esempio, un medico non voleva farmi entrare nel suo studio. Stefania gli ha fatto notare la pettorina, allora lui mi ha guardato di traverso, come ho fatto io la prima volta che ho visto una tartaruga, poi ha ringhiato qualcosa e infine ha chiesto alla mia padrona: “Perché… lei è cieca?”.

La mia padrona in questi casi prima di rispondere si morde la lingua, perché non ha la coda, se rispondesse subito le verrebbero in mente solo cose bruttissime. Allora dopo un pochino gli ha detto: “Sì in effetti è proprio così, sono cieca”. Lei ha fatto finta di niente, ma io lo sentivo che ci era rimasta male.

Spesso le dicono che non sembra cieca… Ma perché, che faccia hanno i ciechi? Bau! Non capisco.

Speriamo che questo periodo difficile finisca presto, perché per me e la mia padrona non è facile tenere le distanze dagli altri. Io cerco di fare del mio meglio, ma le persone a volte non capiscono, a volte non si spostano nemmeno dal marciapiede quando passiamo o, peggio, ci parcheggiano sopra macchine e motorini e noi siamo costretti a camminare in mezzo alla strada. Qualcuno continua a volermi accarezzare anche mentre sto lavorando e questo non va bene perché mi distrae dal mio lavoro. Ma quando smetto di lavorare però, gioco tantissimo con la mia pallina, con Stefania, e tutti i miei amici Brenda, Yoshi, Zoe. Scusate, ora vi saluto, devo andare a farmi bello. Questa sera porto Stefania a teatro e dopo andrò a salutare i miei amici attori famosi… quasi quanto me!

Italo

mercoledì 14 ottobre 2020

Raffaello a Bolzano: una mostra particolarmente attenta all’accessibilità

Superando del 14/10/2020

La mostra di Bolzano “Raffaello. Capolavori tessuti. Fortuna e mito di un grande genio italiano” dedica un’attenzione particolare al tema dell’accessibilità ed è stata studiata per consentirne la fruizione a tutte le fasce di pubblico, prevedendo tra l’altro una sezione tattile per persone non vedenti e ipovedenti, allestita in collaborazione con il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, con l’UICI di Bolzano e con il Centro Ciechi St. Raphael di Bolzano. E anche per alcuni tra i pezzi forti dell’esposizione sono state elaborate stampe in rilievo o supporti didascalici in Braille.

Anche il Museo Tattile Statale Omero di Ancona ha contribuito all’evento espositivo Raffaello. Capolavori tessuti. Fortuna e mito di un grande genio italiano, in corso di svolgimento al Centro Trevi di Bolzano (TREVILAB) fino al 15 dicembre prossimo.

Tale esposizione, infatti, dedica un’attenzione particolare al tema dell’accessibilità ed è stata studiata per consentirne la fruizione a tutte le fasce di pubblico, prevedendo tra l’altro al proprio interno una sezione tattile per persone non vedenti e ipovedenti, allestita in collaborazione, come detto, con il Museo Omero (Servizi Tiflodidattici), oltreché con l’UICI di Bolzano (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e il Centro Ciechi St. Raphael di Bolzano.

Tra le varie realizzazioni, da segnalare che il pezzo forte della mostra – l’arazzo Pesca Miracolosa di Raffaello – è stato reso tattile con una stampa in rilievo in scala ridotta, realizzata da Massimiliano Trubbiani. Inoltre, sono stati prodotti supporti didascalici in Braille elaborati da Daniela Bottegoni, con la collaborazione di Patrizia Calderone, mentre nella citata sezione tattile dedicata, è presente la riproduzione del Busto della Dama di Urbino, proveniente dalla Collezione del Museo Omero e il bassorilievo in resina del dipinto di Raffaello Ritratto di gentildonna, noto anche come La Muta (curato da Francesca Graziani), supporto già realizzato per il Palazzo Ducale di Urbino dal laboratorio dei Servizi Tiflodidattici del Museo Omero. Dello stesso dipinto, infine, è presente un rilievo in vetro nato da un progetto di ricerca sperimentale a cura di Glass Art Design Vetroricerca di Bolzano. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: redazione@museoomero.it.

La disabilità nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Superando del 14/10/2020

«È il momento migliore per attuare programmi già esistenti e consolidati, inserendo in maniera trasversale le persone con disabilità nei temi dell’educazione inclusiva, dell’economia, delle diseguaglianze, dell’accessibilità delle città, delle azioni sistemiche e del monitoraggio, ma è anche il momento per incidere su carenze consolidate»: lo dicono i Presidenti di FISH e FAND, le Federazioni che hanno presentato alla Presidenza del Consiglio un ampio documento di cui tenere conto, nella presentazione alla Commissione Europea, da parte del Governo, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

«La pandemia riguarda tutti, riguarda i singoli Paesi, ma anche l’Unione Europea e il mondo. In queste settimane il Governo sta predisponendo la doverosa programmazione preliminare per l’accesso ai sostegni dell’Unione Europea, occasione, anche, di profonde riforme del Paese. È il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che la Presidenza del Consiglio sta elaborando prima di presentarlo alla Commissione Europea»: è partendo da questa premessa che la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e la FAND (Federazione tra le Associazioni delle Persone con Disabilità) hanno presentato alla Presidenza del Consiglio una serie di proposte concrete ed operative, «per integrare quel Piano – come si legge in una nota diffusa congiuntamente dalle due Federazioni – prima che sia presentato: esso, infatti, deve includere i diritti delle persone con disabilità, applicando la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e i princìpi su cui basare le varie azioni devono coniugare le politiche, proprio per affrontare le criticità emerse nel periodo più acuto del Covid-19 e costruire una modalità migliore di tutelare i diritti delle persone con disabilità e dei loro familiari» Il tutto con la precisa consapevolezza di «esserci laddove e quando si elaborano le linee e le decisioni che riguardano il Paese e la comunità che va oltre i confini nazionali, ciò che realmente significa inclusione e empowerment delle persone con disabilità, traducendo in fatti concreti lo slogan internazionale del movimento delle persone con disabilità, Nulla su di Noi, senza di Noi».

Il documento presentato da FISH e FAND (disponibile integralmente a questo link) tiene conto da un lato di quanto è accaduto alle persone con disabilità durante il lockdown e di quanto sta ancora accadendo in delicati àmbiti quali la scuola, il lavoro e l’inclusione nella società, richiamando, dall’altro lato, una serie di importanti questioni.

«È oggi – dichiarano infatti a una voce Vincenzo Falabella e Nazaro Pagano, Presidenti delle due Federazioni – il momento migliore per attuare programmi e indicazioni già esistenti e consolidati, dal Programma di Azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità agli Obiettivi di sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda ONU 2030 delle Nazioni Unite, inserendo in maniera trasversale le persone con disabilità nei temi dell’educazione inclusiva, dell’economia, delle diseguaglianze, dell’accessibilità delle città, delle azioni sistemiche e del monitoraggio, della costruzione di società».

«Ma è anche il momento – aggiungono – per incidere su carenze consolidate e nuove esigenze di riforma, ad iniziare dalla profonda revisione (e finanziamento) dei Livelli Essenziali dell’Assistenza e dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali».

«Le nostre Federazioni – concludono Falabella e Pagano – hanno concretamente indicato gli obiettivi e le modalità per rendere ancora più condivisibile, equo ed efficace il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma solo una convinta volontà politica potrà realizzare queste inequivocabili aspettative». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it.