giovedì 8 novembre 2018

Prendere in prestito la voce di qualcuno? Con la sintesi vocale è possibile

Wired.it del 06-11-2018

La sintesi vocale ha fatto grandi passi in avanti e ormai, dall’auto-motive fino al doppiaggio, ha applicazioni quasi fantascientifiche.

In stazione, in macchina, al telefono e al supermercato: le voci artificiali o sintetiche sono praticamente ovunque. Alcune sembrano così realistiche da spingere qualcuno a domandarsi se ci sia davvero una persona all’altro capo della diffusione. Abbiamo provato a capire come funziona la sintesi vocale e di quali scenari sarà (o già è) protagonista.

Attenzione perché non parliamo di semplici registrazioni, ma di potenti software che permettono pronunciare qualsiasi frase si voglia, senza la necessità di avere una persona che fisicamente produca i suoni. Si digita la frase e le voci artificiali pronunciano i suoni corrispondenti.

Piero Cosi, ricercatore all’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, ci ha raccontato innanzitutto come si è evoluta questa tecnologia. “Inizialmente la sintesi vocale prevedeva l’unione di un’infinità di piccoli pezzetti di voce registrati, chiamati tecnicamente difoni. Una volta uniti i pezzetti, si interveniva poi per sistemare elementi prosodici come l’intonazione della frase e la durata di alcuni suoni.

"Questo avveniva grossomodo tra gli anni Sessanta e Ottanta e il risultato era piuttosto innaturale".

Dai difoni, cioè l’unione fra metà di un fonema e metà del fonema che lo segue, si è poi passati alle unità variabili. “Queste erano molto più numerose rispetto ai difoni. La sintesi veniva realizzata estraendo da un database le unità che potevano rendere al meglio la frase scritta. La voce ottenuta era molto più umanizzata per quanto riguarda il timbro, ma al contrario della prima, difficilmente modificabile”. Le unità potevano essere costituite da pezzi più piccoli di un fonema, ma anche da intere parole o frasi. Aumentavano così le possibilità combinatorie perché nel primo caso per il difono ma esisteva un solo esemplare, nel secondo molte alternative. “Per capire il risultato di questo processo diffuso negli anni Novanta, basta pensare alla voce che è presente nelle stazioni”.

Nel nuovo millennio si è approdati a tecniche basate su modelli statistici. “Recentemente si è arrivati alla creazione di voci grazie alle reti neurali, sistemi di elaborazione che sia per il riconoscimento sia per la sintesi vocale hanno superato le precedenti tecnologie. In questo caso sono le Deep Neural Network che caratterizzano le unità di suono e scelgono quelle più adatte”.

In alcune sintesi più recenti si parte addirittura direttamente dall’onda sonora. “Si dà in pasto a una grossa rete neurale una frase e la rete ne estrae tutti i parametri di interesse per poi generare la frase in uscita. Con la tecnologia più recente è possibile addirittura cambiare il timbro della voce con un processo che tecnicamente si chiama voice morphing. Alcuni algoritmi sono in grado di trasformare una voce neutra in quella desiderata, cioè quella di un’altra persona, registrando solo una cinquantina di frasi”. È quello che ognuno può provare anche di persona sul sito della start up Mivoq: ci si registra, si leggono alcune frasi e si ottiene una voce digitale personalizzata in grado di dire qualsiasi cosa si desideri.

Non è una startup, ma una multinazionale, Nuance, società statunitense che della sintesi vocale ha fatto il suo core business. Nella sede torinese lavorano ingegneri, informatici e linguisti, che sotto la guida di Paolo Coppo, hanno creato oltre 120 voci in 56 lingue diverse per realtà di mezzo mondo.

Il processo di creazione, qui semplificato per ovvie ragioni, prevede innanzitutto la selezione di uno speaker. Questo deve avere caratteristiche precise: “sono più adatti coloro che hanno un certo controllo della voce come gli attori o i conduttori radiofonici” spiega Coppo.

Individuata la voce naturale, ci si reca in uno studio di registrazione e inizia una fase impegnativa in termini sia di tempi sia economici. Le frasi da registrare variano, infatti, da circa 3mila, operazione che richiede una settimana, a 20mila.

L’enorme quantità di materiale audio viene quindi sottoposto grazie a degli algoritmi a una pulizia che elimina i rumori di sottofondo o altre eventuali imperfezioni della voce. Si aspira così a uno standard acustico che rimane alto per tutte le voci prodotte. Oltre a quello acustico c’è anche uno standard linguistico specifico. “Ad esempio, per il Vietnam sappiamo che dobbiamo fare riferimento all’accento della parte settentrionale del paese” specifica Coppo.

La registrazione pulita viene poi trascritta sia con l’alfabeto normale sia con un metodo che annota il suono dei fonemi corrispondenti. Devono essere annotati non solo i suoni, ma anche informazioni prosodiche: accenti, andamento della frase, durata particolare di alcuni suoni. Terminato questo processo, la rete neurale, che tra l’altro auto-apprende diverse nozioni, è in grado di riprodurre con la voce registrata qualsiasi frase digitata nel software.

E il risultato è sorprendente. Abbiamo provato a eseguire un test in cui occorreva individuare fra due registrazioni, quale fosse quella originale e quale quella sintetica. Beh, in tre tentativi su tre abbiamo sbagliato, scambiando quella artificiale per quella naturale.

Grazie a questa tecnologia è perfino possibile cambiare lo stile di una voce. Così, ad esempio, la voce del navigatore di un’automobile, solitamente accomodante e gentile, nel momento in cui nota che l’autista si sta addormentando può cambiare tono e intimargli di prendere il controllo del veicolo. O la voce che vi informa sul risultato della partita della vostra squadra del cuore può cambiare espressione e diventare triste nel caso in cui abbia perso, esultante in caso contrario.

Ma le applicazioni non finiscono qui: ci sono addirittura personaggi dello spettacolo che hanno chiesto di creare una versione digitale della propria voce da sfruttare per alcune iniziative di marketing. E anche alcuni politici hanno chiesto questo servizio, forse per rendere più onnipresente la loro attività.

Ciò che profuma di fantascienza è la possibilità di ricreare la voce di qualcuno potenzialmente anche a sua insaputa. Cosa che di fatto è stata chiesta a Nuance per raggiungere uno scopo nobile: la cattura di un noto delinquente.

Le possibilità che derivano dal voice morphing nel campo del doppiaggio diventano sorprendenti. Si possono modificare l’altezza, il timbro e la velocità della voce registrata, creando così di fatto una voce nuova. Partendo da una voce qualsiasi, è possibile così creare quasi tutte le voci di un cartone animato, ad esempio, oppure di un film doppiato. “Ce lo stanno chiedendo paesi in cui attualmente vengono utilizzati i sottotitoli nel doppiaggio. E questo può essere un problema se si considera che magari parte della popolazione è analfabeta”. Grazie a questa tecnologia, infatti, una voce maschile può diventare femminile, una giovane diventare novantenne grazie soltanto a una settimana di click.

di Michele Razzetti

Cultura Paralimpica, CIP e FS Italiane insieme per le persone a ridotta mobilità

Bloomberg Finanza del 07-11-2018

Firmato Protocollo d'Intesa per garantire accessibilità nelle stazioni, sui treni e nello sport.

Favorire la piena accessibilità alle persone a ridotta mobilità e con disabilità nelle stazioni ferroviarie, a bordo treno e nelle attività sportive attraverso Campagne di comunicazione e informazione dedicate. Questo il principale obiettivo della collaborazione avviata dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP) e FS Italiane attraverso il Protocollo d’Intesa sottoscritto oggi (6 novembre 2018) a Roma, in occasione della presentazione del Festival della Cultura paralimpica, da Luca Pancalli Presidente CIP e Gianfranco Battisti AD e DG Gruppo FS Italiane.

Le attività del Comitato Italiano Paralimpico, insieme alle Entità Sportive Paralimpiche del CIP, e del Gruppo FS Italiane, attraverso le principali società operative, avranno un unico scopo: favorire la parità e l’uguaglianza nell'accesso ai servizi ferroviari e alle pratiche sportive. Per questo motivo CIP e FS Italiane metteranno a disposizione know-how e risorse per promuovere l’importanza dell’attività sportiva anche per le persone a ridotta mobilità e con disabilità e far conoscere le numerose opportunità offerte dallo sport paralimpico.

L’accordo è il proseguimento della collaborazione avviata nel 2017 in occasione della presentazione degli “Ambasciatori dello Sport Paralimpico” del CIP. Iniziativa, sostenuta da FS Italiane, che vede gli atleti più rappresentativi del movimento paralimpico italiano impegnati a promuovere nelle scuole, nelle Unità spinali ospedaliere e in altri contesti pubblici, lo sport come strumento di promozione culturale e di integrazione sociale.

"Il Gruppo FS Italiane è orgoglioso del Protocollo sottoscritto con il Comitato Italiano Paralimpico – ha sottolineato Gianfranco Battisti – perché ci auguriamo che l’impegno e la forza di volontà di queste persone sia da esempio per tutti noi, soprattutto nel saper credere in sé stessi e nel raggiungere i propri obiettivi seguendo sempre i veri valori della vita. Le nostre azioni non si fermano al solo Protocollo. Siamo impegnati a migliorare l’accessibilità delle stazioni ferroviarie alzando i marciapiedi per facilitare l’entrata e l’uscita dai treni, installando ascensori e percorsi tattili e abbiamo il circuito Sala Blu per l’assistenza alle persone a ridotta mobilità, anche temporanea, e con disabilità. Per quanto riguarda i nuovi treni regionali Rock e Pop, che entreranno in servizio a metà del prossimo anno, abbiamo cambiato prospettiva nella loro progettazione. Li abbiamo pensati e costruiti anche attorno alle esigenze delle persone con disabilità e a ridotta mobilità grazie al prezioso contributo delle Associazioni di riferimento".

Dal 20 al 23 novembre alla stazione Roma Tiburtina, hub ferroviario frequentato ogni anno da circa 50 milioni di persone, si terrà il Festival della Cultura paralimpica: quattro giornate di dibattiti, mostre, film, libri, storytelling, spettacoli, dedicati allo sport paralimpico e alla sua capacità di contagiare virtuosamente il costume e la società italiana. Inoltre, la Rai presenterà il 20 novembre, giornata inaugurale, un documentario sulla storia del movimento italiano paralimpico con immagini e interviste inedite.

mercoledì 7 novembre 2018

CONVEGNO “ROMPIAMO IL MURO DEL SILENZIO: INSIEME ALLE DONNE CON DISABILITA' CONTRO LA VIOLENZA PSICOLOGICA”

Milano, sabato 24 novembre 2018, ore 08.30, presso la Sala Stoppani dell'Istituto dei Ciechi. 

Il presente convegno si inserisce nel panorama delle iniziative per celebrare la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. Scopo dell’iniziativa è contribuire alla riflessione generale, puntando al caso specifico delle donne con disabilità nei cui confronti si consuma un tipo di violenza subdola e difficile da riconoscere, anche da parte di chi la subisce: la violenza psicologica.

Programma:
08.30 registrazione partecipanti
09.00 saluto d’apertura e intervento delle autorità
09.40 presentazione del convegno a cura della dott.ssa Erica Monteneri (Commissione Regionale Pari Opportunità UICI Lombardia)
09.50 relazioni:
- Dott.ssa Irene Pellizzone, (Università degli studi di Milano)
"La violenza psicologica come forma di discriminazione: il punto di vista del diritto costituzionale"
- Silvia Piani, (Assessore regionale alle Politiche per la famiglia, genitorialità e pari opportunità)
“Politiche e servizi antiviolenza attivati in Regione Lombardia”
- Antonella Faieta (Telefono Rosa)
“Rete di protezione del telefono rosa per le donne con disabilità”
10.50 Dibattito;
11.10 coffe break
11.40 relazioni:
- Nadia Muscialini (Soccorso Rosa)
“Violenza psicologica: impariamo a leggere i segni del linguaggio del corpo”
- Mita Rendiniello (Centro Antiviolenza SVDSeD Ospedale Mangiagalli di Milano)
“Violenza di genere: nuove prassi operative tra SVSeD e L'ENS”
12.20 Dibattito
13.00 Pausa Pranzo
14.30 Ripresa dei lavori
- testimonianza: Malia Turchi
- testimonianza: Clarissa Bartolini
14.50 relazioni
- Agatina Vitanza (Lega del Filo D'Oro)
“La sottile linea rossa che segna il confine tra la cura e l'abuso psicologico”
- Antinea Pezzé e Anna Zinelli (Centro Antiviolenza “Donne e Diritti” - Casa Daphne)
“Disabilità e violenza: l'importanza del lavoro in rete!”
15.30 Dibattito
16.10 Conclusioni

Per maggiori informazioni contatta la Segreteria al numero: 02/76.01.18.93

Il buio all'improvviso. Ora due lauree e aiuto gli altri

Il Giorno del 06-11-2018

MILANO. «A vent'anni ho dovuto riprendere in mano le fila della mia vita». Katia Caravello, che oggi di anni ne ha 40, ha perso la vista quando era iscritta al primo anno di Giurisprudenza. Dopo aver lasciato tutto, non solo è tornata a studiare e si è laureata in Psicologia, ma sta prendendo una seconda laurea, aiuta giovani e adolescenti ed è nella direzione nazionale dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. «Non mi considero una persona speciale - premette - racconto la mia storia perché sono convinta che tanti possano riprendere in mano la propria vita come ho fatto io».

Primi passi in università?

«Nel 1997. Mi ero iscritta a Giurisprudenza un po’ per il mio percorso delle superiori, visto che ho studiato da "analista contabile" in un istituto professionale di Gallarate, e poi perché mia sorella più grande studiava Economia e commercio, stava preparando l'esame di diritto privato e io l'ascoltavo. Mi sono appassionata del diritto famigliare, di adozioni. Pensavo mi sarei occupata di quello nella vita».

Poi tutto è stato stravolto. Cos'è successo?

«All'inizio lavoravo ed era difficile frequentare. Nell'ottobre del 1998 sono stata ricoverata per disturbi alla vista, che si erano iniziati a manifestare a maggio e giugno. A ottobre ho cominciato a vedere appannato, come attraverso l'acqua. Non distinguevo due cose dello stesso colore se erano una sopra l'altra o la fine dei gradini».

Mai avuto avvisaglie?

«Vedevo 10 decimi prima. Sono stata ricoverata a metà ottobre e sono uscita un mese dopo vedendo solo luci e ombre. Hanno trovato la causa solo dopo il mio secondo ricovero in un altro ospedale, ma ormai era troppo tardi. La mia vita è andata in mille pezzi».

Com'è riuscita a ricomporla?

«Non è stato semplice, per un anno e mezzo nulla. Aspettavo, anche perché c'era una piccola possibilità che recuperassi la vista e ci contavo molto nei primi mesi. Ma non potevo continuare a dirmi: "Se torno a vedere faccio questo o quello". Dovevo farlo. Così mi sono riscritta all'università».

Perché Psicologia?

«Ho capito che dovevo mettere la mia forza al servizio degli altri, aiutandoli ad affrontare il percorso che avevo fatto io. Mi sono iscritta nel 2000. Non avevo l'idea di come avrei studiato. Avevo molta memoria visiva prima, ho dovuto scoprire un metodo nuovo, basandomi sul canale uditivo. Mi sono laureata in corso, con tesi sul burnout degli operatori sociali. L'anno dopo ho conosciuto mio marito e continuato con la specialistica».

Prime esperienze lavorative?

«Ho iniziato la scuola di specializzazione in psicoterapia, che mi è servita tantissimo, e a lavorare con l'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti: con un mio collega ci siamo occupati di incontri di sostegno psicologico di gruppo con ragazzi e genitori. Ho lavorato anche nella comunità Exodus con i tossicodipendenti, nonostante la diversa storia alle spalle sono riuscita ad abbattere le barriere e ho conquistato la loro fiducia».

E oggi?

«Sono componente della direzione nazionale dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. Mi occupo del settore comunicazione e del Corriere dei Ciechi e sono referente nazionale del progetto "Stessa strada per crescere insieme" in collaborazione fra l'Uici e il Consiglio nazionale ordine degli psicologi. È nato come progetto di sostegno psicologico ai genitori dei bambini e ragazzi ciechi e ipovedenti ma abbiamo intenzione di estenderlo alle persone con difficoltà visiva, anziani o che hanno perso la vista da adulti».

Perché ha deciso di tornare in università?

«Voglio completare la mia formazione, nel 2016 mi sono iscritta a Scienze della comunicazione, ho finito gli esami e sto preparando la tesi sull'analisi degli stili di conduzione dei programmi di approfondimento politico. Sono spesso in giro per l'Italia, ho imparato a studiare in treno, mentre viaggio. Non mi fermo».

Così Katia continua a riscrivere la sua vita e aiuta gli altri a fare lo stesso.

di Simona Ballatore

Istruzione - Quando è utile la presenza in aula dell’assistente di base? di Marco Condidorio

Giornale UICI del 06-11-2018

Oggi trattiamo la figura dell’assistente di base, altrimenti conosciuta anche come assistente per il sostegno igienico-personale e/o sanitario e per l’autonomia motoria e accompagno.

Diverse sono le ragioni per cui richiedere l’assistente di base, figura normata dalla legge e regolamentata in ogni regione, non solo per il fatto che la stessa svolga una assistenza piuttosto delicata, ma anche perché immaginiamo quante sono le figure professionali a ruotare attorno all’alunno/studente durante la sua permanenza a scuola, in aula: docente curriculare; quello per il sostegno didattico; il più delle volte l’educatore tiflologico o assistente alla comunicazione e quando indispensabile, anche l’assistente di base.

Quali sono i compiti dell’assistente di base?

Quando è utile prevederne la presenza e per quante ore?

A chi risponde questa figura professionale?

Quale deve essere il suo curriculo formativo?

Chiunque può essere assistente di base?

Ricorderemo tutti che il primo segmento dell’inclusione scolastica consiste nell’avere personale formato e competente; ed infatti la scuola ha il compito di prevedere corsi di formazione per gli addetti all’assistenza di base.

Il 30 novembre 2001 con la nota 3390, il Ministero dell’Istruzione, oltre a fornire un quadro completo su quelli che sono gli aspetti normativi afferenti i servizi di assistenza ed educativi, evidenzia la centralità del lavoro di rete, quello che avrebbe dovuto realizzarsi, allora e che ancora oggi non abbiamo, a causa della loro mancata scrittura e conseguente realizzazione e cioè “gli accordi di programma” previsti dalla legge quadro 104/92 tra la scuola, gli enti locali e le associazioni.

L’assistenza di base concorre con quella didattica ed educativa alla luce, evidentemente del progetto unitario con tutti gli attori e le figure professionali del percorso di inclusione, scritto entro la cornice didattico-educativa del PEI.

Ma andiamo con ordine: Anzitutto, al di là della certificazione rilasciata dall’ASL di competenza, che stabilisce la necessità di affiancare all’alunno/studente l’assistente di base, per le diverse ragioni di cui vedremo più avanti, i genitori hanno il diritto di presentare la reale condizione di bisogno a cui l’assistente di base dovrà adeguare il proprio intervento che, lo evidenzio con assoluto intento formativo ed informativo, dovrà tener conto della dignità della persona e del rispetto dei tempi e delle richieste del discente medesimo, soggetto dell’intervento di assistenza igienico-personale o sanitaria o motoria piuttosto che di accompagno negli ambienti della struttura scolastica, dentro e fuori la stessa.

Ecco che quindi, il dialogo con i genitori è fondamentale per apprendere e comprendere il tipo d’approccio, quale metodologia più consona risponda all’intervento sull’alunno/studente.

Nulla centra con l’età o che l’alunno/studente sia nelle condizioni di intendere e volere piuttosto che altre situazioni fisico-intellettive, per ogni bambino, alunno o studente in situazione di cecità assoluta, di ipovisione lieve o grave e/o con minorazioni aggiuntive, l’intervento igienico-personale e sanitario richiede, oltre alle competenze proprie del ruolo, anche “l’empatia”; attitudine all’approccio immediato, non mediato con la persona che, per certi versi dipende parzialmente o totalmente da noi, non solo nell’istante dell’intervento ma, evidentemente lungo tutto l’arco temporale riferito alla sua permanenza a scuola, quando cioè il genitore, generalmente la mamma, è lontano dal luogo scolastico e pertanto non può soccorrere in aiuto in nessun caso.

Ma perché è così importante l’empatia in chi svolge il servizio di assistente di base?

Semplicemente perché nel momento del bisogno, fisiologico, fisico, materiale, il bambino, l’alunno o studente è solo; chi lo circonda, docenti, compagni di classe, non sempre conoscono i suoi bisogni, né dunque li sanno interpretare o comprendere.

E, cosa da non trascurare, anche per una propria dignità, sia la famiglia che lo stesso alunno o studente, potrebbero aver fatta esplicita richiesta di non diffondere le ragioni per le quali sia presente l’assistente di base.

E, elemento assolutamente da non trascurarsi, perché riguarda la soggettività della persona bisognosa, la stessa potrebbe avvertire forte imbarazzo negli istanti di richiesta di fronte ad una o un compagno con i quali ha legato particolarmente.

Nel contesto scuola, ambiente di tutti per tutti, ogni giorno quanti alunni e studenti soffrono in silenzio l’incompetenza e l’indelicatezza delle figure assegnategli talvolta con indifferenza e fretta, subendone tutta l’imposizione?

Molti sono i segnali che possono rappresentare la fenomenologia di quel che è il disagio dell’alunno o studente. Tocca agli insegnanti di classe o ai compagni, talvolta, di farsi carico delle criticità e riferirne a chi ha le competenze amministrative sul servizio, compresi gli stessi genitori.

Le mansioni dell’assistente di base, definito così per il fatto che la sua azione si riferisca a bisogni, che potremmo definire primari sono per esempio: accompagnare al bagno; aiutare a lavarsi le mani o altre parti del corpo; aiutare la persona durante il pasto, disporre gli oggetti sulla tavola o nel vassoio; e tutte le azioni riferite al momento del pranzo; entrare, uscire dalla struttura scolastica, muoversi dentro gli spazi della scuola; somministrare farmaci su precise indicazioni dei genitori, che a loro volta seguono un programma di somministrazione deciso dal personale medico;

Non va trascurato, mai, quanto l’intervento della figura professionale sia strategica per la crescita e la maturazione della persona e che la stessa abbia il più delle volte, piena cognizione del valore di quanto si stia facendo per la sua dimensione umana, di alunno o studente.

Perché questa sottolineatura?

Semplice, come scritto sopra, l’alunno o studente non sempre, pur avendone consapevolezza, riesce a dare voce ai propri bisogni né a quanto egli si senta gratificato per la soddisfazione degli stessi.

Quanto riusciamo a cogliere dell’emozioni, dei sentimenti, di ciò che prova la persona in situazione di disabilità fisica, sensoriale o entrambe?

E comunque, anche qualora dovessimo trovarci di fronte ad un bambino, alunno o studente in situazione di ridotta capacità cognitiva o gravi compromissioni intellettive, tali da comprometterne l’attività di apprendimento, l’attenzione e la cura per la persona e il rispetto della dignità, ivi compresa la sfera emotiva, vanno valorizzate e interpretate nel rispetto anzitutto della persona.

Ecco perché, al di là delle competenze professionali squisitamente tecniche, operative vi deve essere anche l’attitudine all’empatia e al rispetto.

Il dirigente scolastico, assieme alla famiglia, con tutti gli attori del processo, attuato ai fini dell’integrazione ha anche il ruolo di motivare il personale e di prevederne un intervento appropriato e costante, salutare e relazionale.

Mai sporadico, ridotto, demotivato, legato alle risorse economiche; ridurre l’intervento di base alla cornice economica, significa venir meno all’esercizio del diritto allo studio che, ai me può solo tradursi in violazione del diritto all’espressione della persona e alla sua libertà.

Il dirigente scolastico ha tutti gli strumenti normativi e obblighi etico-morali per attuare ogni tipo di servizio in favore del discente in situazione di cecità assoluta, parziale o di ipovisione lieve o grave, magari con minorazione aggiuntiva.

La stessa sentenza della cassazione n. 22786/16, ,pone un obbligo da parte dei collaboratori sull’assistenza materiale, su cui ancora oggi si attende un risvolto di carattere giuridico; e ciò nonostante, la stessa è comunque in vigore.

venerdì 2 novembre 2018

📚 "Inbook. Mostra di libri in simboli". Dal 5 al 15 Novembre al Centro culturale "Il Pertini" di Cinisello Balsamo

Quando: da Lunedì 5 Novembre a Giovedì 15 Novembre

Orario:
Lunedì dalle 14:00 alle 19:00
Martedì dalle 14:00 alle 19:00
Mercoledì dalle 10:00 alle 22:00
Giovedì dalle 10:00 alle 22:00
Venerdì dalle 10:00 alle 22:00
Sabato dalle 10:00 alle 19:00
Domenica dalle 14:00 alle 19:00

Dove: Centro Culturale Il Pertini
P.zza Confalonieri 3, Cinisello Balsamo (MI)

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Da Lunedì 5 Novembre a Giovedì 15 Novembre ci sarà una mostra che si chiama “Inbook” alla biblioteca "Il Pertini" nella città di Cinisello Balsamo.

Gli inbook sono libri scritti con parole e simboli. I simboli aiutano le persone con disabilità di comunicazione a capire e a conoscere cosa un libro racconta.

L’unione di parole e simboli si chiama Comunicazione Aumentativa e Alternativa.

La mostra che si chiama “Inbook” vuole spiegare:
- che è importante leggere ad alta voce da quando un bambino è piccolo;
- che cosa sono gli inbook;
- che cos’è la Comunicazione Aumentativa e Alternativa.

La mostra è un percorso gratuito per promuovere l'importanza della lettura ad alta voce a partire dall'infanzia e di una comunicazione accessibile per tutti.

In questo contesto si inseriscono gli inbook, libri tradotti in simboli a partire da libri di letteratura per l’infanzia, nati per rendere la lettura più accessibile e supportare la comprensione linguistica nei bambini con disabilità della comunicazione.

Durante il percorso sarà possibile capire meglio la loro storia ma anche comprendere cosa sia la Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA), ovvero quell’area della pratica clinica che cerca di compensare la disabilità temporanea o permanente di persone con bisogni comunicativi complessi.

Parola chiave di questo racconto, suddiviso in 14 pannelli, è inclusione: gli inbook sono infatti libri che vanno bene per tutti i bambini perché i simboli aiutano nella comprensione del testo e favoriscono la partecipazione del piccolo lettore. Sono quindi un importante strumento, non solo per supportare la comprensione linguistica ma anche di conoscenza e socializzazione.

La mostra è in collaborazione con il Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa di Milano-Verdello e con il Centro Culturale Il Pertini di Cinisello Balsamo

Scarica il volantino cliccando il link qui sotto

Com’eri vestita? Mostra itinerante contro gli stereotipi che colpevolizzano le vittime di stupri

Con il Patrocinio del Dipartimento Pari Opportunità e della Presidenza del Consiglio dei Ministri

9 – 11 NOVEMBRE 2018
CIRCOLO CULTURALE RICREATIVO PAOLO BENTIVOGLIO DELL’UNIONE ITALIANA CIECHI E IPOVEDENTI
via Bellezza, 16 - Milano

9 NOVEMBRE ore 17.00
Presentazione della mostra e dei suoi obiettivi a cura di Erica Monteneri, presidente del Circolo Paolo Bentivoglio del UICI di Milano e Alessia Guidetti, presidente dell’Associazione Libere Sinergie, alle autorità e agli intervenuti. Esposizione della prima panchina rossa tattile Con-Tatto a cura di Martina Gerosa, team leader PASSin realizzata con il supporto dello scultore Felice Tagliaferri.

10 NOVEMBRE 
dalle ore 10:00 alle ore 16:00 Presentazione della mostra alle scuole superiori (su prenotazione).

ore 17:00 Presentazione del libro di Nadia Muscialini e Mario De Maglie “In dialogo. riflessioni a quattro mani sulla violenza domestica”. Dibattito col pubblico presente. Modera il giornalista Claudio Arrigoni. Partecipa Allegra Magenta atleta paralimpica di scherma e tennis
Intermezzi musicali a cura di Silvia Zaru

11 NOVEMBRE
ore 15:30 Rappresentazione dello spettacolo “Il buio nel cuore” dedicato alla violenza contro le donne con l’attrice Patricia Conti della compagnia Macrò Maudit e Lorella e Michele della Compagnia dei Lettori.
Intermezzi musicali a cura di Giada Salerno 

Per prenotazioni ed informazioni contattare la segreteria al num. 0258302743 da martedì a sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.00 (Rif. Filippo)