martedì 7 luglio 2020

Con le protesi retiniche i pazienti recuperano la vista

Corriere Nazionale del 07.07.2020

Retinite pigmentosa: grazie a protesi retiniche artificiali i pazienti ciechi possono tornare a vedere. Possibile uso anche per la degenerazione maculare senile.

Nel suo resoconto sulla cecità, pubblicato col titolo “Il dono oscuro”, John Hull spiega la diversa percezione del reale di un uomo cieco rispetto a un vedente tramite un concetto valido anche per altri tipi di disabilità: “per il disabile lo spazio si contrae e il tempo si espande”. Esattamente il contrario di quello che punta a fare la moderna tecnologia. In riferimento alla possibilità di vedere, può quindi esistere un punto di incontro tra disabilità e tecnologia nel quale spazio e tempo trovino equilibrio? Le moderne protesi retiniche potrebbero fornire una risposta a questo interrogativo, come spiega il prof. Stanislao Rizzo, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, direttore dell’U.O.C. di Oculistica al Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

“Le protesi retiniche trovano impiego contro quelle malattie della retina che comportano la distruzione dei fotorecettori, ossia le cellule che trasformano gli impulsi visivi provenienti dall’esterno in un segnale elettrico”, spiega il prof. Rizzo, il primo chirurgo al mondo ad aver impiantato su un paziente cieco una retina artificiale. “Tra le patologie trattabili con l’impianto di una protesi retinica potrà esserci, in futuro, anche la degenerazione maculare senile, ma l’indicazione più classica, per ora, è relativa alle malattie degenerative della retina come la retinite pigmentosa”.

“Le protesi retiniche – prosegue Rizzo – possono essere epi-retiniche, cioè apposte sopra la retina, oppure sotto-retiniche, o ancora possono essere poste nello spazio sovra-coroidale, compreso tra sclera e coroide, più distante dalla retina vera e propria”. Anche se finora non è stato possibile fare un confronto di efficacia tra le tre tipologie di protesi, per via dell’esiguo campione di pazienti che possono attualmente trarre beneficio da questo tipo di intervento, nel settore si sta osservando una netta crescita di sperimentazioni.

“Il sistema Argus, che è quello più conosciuto, prevede un impianto sopra la retina”, spiega ancora l’esperto. “Questo sistema è composto da una telecamera miniaturizzata montata su un paio di occhiali, la quale invia le immagini a un mini-computer che il paziente porta con sé. Il computer invia segnali via wireless alla protesi posta sulla retina, cosicché questa possa ricevere un’informazione dall’esterno e stimolare le cellule retiniche sopravvissute, in particolare le cellule gangliari e bipolari, che sono ancora presenti negli stadi avanzati di una malattia come la retinite pigmentosa. Quello che fanno i fotorecettori, ossia trasformare uno stimolo luminoso in uno elettrico, in questo caso lo fanno gli elettrodi della protesi”.

A questo punto, però, la domanda che qualcuno potrebbe farsi è perché investire in questo tipo di tecnologia e non, ad esempio, nella terapia genica, che ha dimostrato di poter essere efficace anche nelle malattie degenerative della retina? “La risposta è che la terapia genica non è rivolta a pazienti completamente ciechi”, specifica il prof. Rizzo. “Le protesi retiniche, invece, sono un ausilio per i pazienti con visione assente. La terapia genica funziona se esiste un residuo visivo, ma non in caso di cecità completa. I campi di applicazione sono dunque molto diversi”.

Attualmente, quindi, a poter beneficiare di una protesi retinica è la specifica popolazione non vedente di pazienti: per comprendere le dimensioni della casistica idonea all’impianto basti pensare che se la retinite pigmentosa ha una prevalenza di circa 1 caso su 5.000 persone, i pazienti che potrebbero necessitare di una protesi sono circa 1 ogni 50.000 persone, o anche meno, e sono pazienti che spesso perdono la vista dopo i 50 anni, perché nei giovani la malattia non ha ancora fatto in tempo a distruggere tutto il tessuto retinico.

“Queste protesi permettono una visione parziale”, spiega Rizzo. “I pazienti passano dall’essere completamente ciechi a una visione rudimentale, su scala di grigi: hanno una parvenza delle forme fisiche che li circondano e riescono a identificare gli ostacoli. Simili risultati sono straordinari, ma chiaramente possono essere apprezzati solo da persone che non avevano più alcun residuo visivo. Tuttavia – conclude l’esperto – stiamo valutando apparati che permettano una miglior definizione dell’immagine percepita, per poter così ampliare il campo di applicazione di queste protesi. Il sistema Nanoretina, ad esempio, è dotato di circa 400 elettrodi, molti di più dei 60 di Argus: a breve dovrebbe iniziare la sua sperimentazione al reparto di Oculistica del Gemelli”.

lunedì 6 luglio 2020

Blocnotes mese di luglio 2020

Scaricabile al seguente link il numero di luglio del notiziario informativo mensile del Consiglio Regionale Lombardo U.I.C.I., a cura di Massimiliano Penna.

BLOCNOTES LUGLIO 2020 (formato .doc)

Beltmap: nasce la cintura a vibrazione per ipovedenti e non vedenti

Innovazione Sociale del 06.07.2020

Beltmap nasce nel 2018 dall’idea di Francesco Volpi, ingegnere di 34 anni originario di Finale Ligure (SV) che lavora tra Genova e Milano. Il team è completato da Paolo Ferrazza, ingegnere di 33 anni di Genova, e Giorgia Delogu, economista di 22 anni di scuola Bocconi.

La start-up ha realizzato un dispositivo elettronico altamente innovativo nel settore smart mobility, che consente alle persone con difficoltà visive di orientarsi e muoversi liberamente nello spazio. Attraverso l’utilizzo di una cintura speciale, connessa a una mobile app, il dispositivo è in grado di impartire comandi direzionali e guidare il soggetto verso la destinazione prescelta. Un device made in Italy e al tempo stesso un unicum sul mercato, che ha già attirato l’attenzione di multinazionali dell’elettronica come Renesas, che ha sponsorizzato parte dell’industrializzazione.

Da oggi Beltmap può contare sul sostegno di Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore – braccio strategico e operativo di Fondazione Cariplo nell’ambito dell’impact investing – che ha supportato lo sviluppo della start-up, prima attraverso l’offerta di un percorso di accelerazione e mentorship e ora con un investimento in equity, per un valore complessivo di 50.000 euro.

Come funziona Beltmap e quali sono le sue caratteristiche?

Beltmap rappresenta un vero e proprio “Google Maps per non vedenti”, in grado di geo-localizzare istantaneamente un soggetto e di condurlo verso la destinazione prescelta. I fruitori di Beltmap, indossando la cintura connessa all’app proprietaria, hanno la possibilità di concentrarsi completamente sui movimenti che stanno svolgendo, evitando in maniera autonoma i comuni pericoli stradali e le distrazioni circostanti, causate dai rumori ambientali.

Il prodotto è stato progettato, realizzato e testato grazie al supporto di AGERANVI – Associazione Genitori dei Ragazzi Non Vedenti –, dell’Unione Italiana Ciechi, e dell’Istituto Ciechi di Milano. Ha le seguenti caratteristiche:

• La Mobile App proprietaria, compatibile con sistemi Android e iOS, può utilizzare più servizi di mappe di terze parti, tra cui quelli di Google Maps, e recepisce i comandi vocali per l’individuazione del percorso desiderato;

• L’Hardware (cintura vibrante) e il software (app per smartphone) sono integrati e wireless: entrambi utilizzano la tecnologia Bluetooth Low Energy per la connessione;

• Il dispositivo è dotato di ampia autonomia di ricarica;

• La soluzione è complementare a uno strumento, ad esempio il bastone bianco, che consenta alla persona di rilevare gli ostacoli o i pericoli di prossimità.

Qual è l’impatto generato?

Il dispositivo messo a punto da Beltmap potrebbe avere un impatto elevato nel migliorare la vita e, nello specifico, la mobilità delle persone con difficoltà visive, costituendo uno strumento altamente innovativo per agevolarne l’orientamento nello spazio in modo semplice e sicuro. Il valore aggiunto di Beltmap sta nella sua capacità di integrarsi con servizi di mobilità già in uso – tra cui Google Maps - e di renderli completamente accessibili a persone aventi handicap di tipo visivo attraverso il sistema di guida basato sulle vibrazioni, che permette al soggetto di percepire i rumori esterni e di individuare eventuali fonti di pericolo, senza distrazioni.

“Abbiamo molta fiducia nel team di Beltmap e nell’impatto che il dispositivo potrà avere sulla vita delle persone con difficoltà visive, agevolandone la mobilità in autonomia. Il percorso di investimento realizzato con la start-up è emblematico dell’approccio integrato all’impact investing che promuoviamo e che definiamo “social venture building”, proprio per la sua propensione a stimolare lo sviluppo di nuove imprese, con un approccio bottom-up. Nel caso specifico, infatti, per garantire alla start-up un supporto completo a 360° è stato necessario coordinare con attenzione il percorso di capacity building con l’investimento diretto nel capitale della società, accompagnando inizialmente il progetto lungo un percorso di crescita graduale e, solo al termine dello stesso, intervenendo con le risorse necessarie al suo sviluppo.” – ha dichiarato Marco Gerevini, Consigliere di amministrazione della Fondazione Social Venture GDA.

Patologie della retina, un servizio di assistenza a 360 gradi

Il Sole 24 Ore del 06.07.2020

Una assistenza a 360 gradi, dalla passeggiata nel parco alla visita ai parenti. Ma soprattutto la garanzia di una guida esperta nei centri specializzati nelle patologie della retina in un momento delicato in cui tornare alla normalità significa anche tornare a curarsi. È il servizio fornito dalla start up UGO, il primo esempio in Italia di caregiving on demand in area oftalmica.

UGO e Novartis hanno stretto una partnership per assicurare tutto questo ai pazienti: l'accompagnamento, la gestione degli appuntamenti, il trasporto nei centri specializzati, garantendo il sostegno fisico, ma anche quello psicologico, un aspetto particolarmente delicato dopo mesi di quarantena a causa del Covid-19. Soprattutto nel caso di pazienti anziani e ipovedenti, come ha sottolineato anche Luca Vergari, Head of Franchise Ophta di Novartis Italia.

"L'obiettivo fondamentale è quello di riportare i pazienti presso le strutture ospedaliere affinchè possano avere accesso ai trattamenti farmacologici utili per tenere sotto controllo l'avanzamento della malattia. I pazienti si sono trovati fortemente in difficoltà nel trovare la strada per riaccedere alle terapie. Ed è ancora un bisogno molto forte quello di capire come tornare all'interno delle strutture ospedaliere".

"Noi tutti sappiamo che nelle malattie oftalmiche degenerative la tempestività dei trattamenti e l'aderenza regolare alla terapia sono fattori determinanti per il successo della cura. Ovviamente in questo momento saltare degli appuntamenti può avere effetti molto gravi sulla patologia".

Interamente gratuito e attivo nella fase pilota in quattro città (Milano, Monza, Genova e Foggia), UGO è rivolto ai pazienti con patologie croniche della retina quali il glaucoma, le retinopatie e la degenerazione maculare senile.

"La selezione del paziente è a carico del medico oculista. In nessun modo l'azienda può influenzare la selezione del paziente. Per cui è il medico a individuare la persona cui destinare il sostegno sulla base di criteri sia relativi alla fragilità fisica sia di carattere, psicologico, sociale ed economico".

Questa nuova iniziativa di Novartis nell'area oftalmologica va nella direzione di un impegno non solo sulle terapie ma anche sui servizi, contribuendo ad essi senza oneri organizzativi per il servizio sanitario.

"Per noi è fondamentale stare accanto alle istituzioni e ai nostri centri non soltanto fornendo opzioni terapeutiche innovative. Ma il fornire servizi utili al paziente, ai caregiver e ai nostri centri rappresenta la nostra missione nel presente e nel futuro".

venerdì 3 luglio 2020

Non confondiamo turismo sostenibile e turismo accessibile di Roberto Vitali

Superando.it del 03.07.2020

Perché il mondo del turismo, a parte pochi imprenditori illuminati, fatica ancora a credere nel turismo accessibile? La domanda fondamentale da porsi è questa, nonostante le piccole, grandi conquiste di questi ultimi vent’anni.

Proviamo a partire da alcuni “macro-temi”. Il 28 maggio scorso l’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) – agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa del coordinamento delle politiche turistiche e che promuove lo sviluppo di un turismo responsabile e sostenibile – ha pubblicato le proprie Linee Guida per far ripartire il turismo post-coronavirus.
In esse ci si sofferma sostanzialmente su sette punti: garantire liquidità economica e proteggere i lavori; recuperare fiducia attraverso la sicurezza; favorire la collaborazione tra settore pubblico e settore privato per un’efficiente riapertura; aprire i confini con responsabilità; armonizzare e coordinare i protocolli e le procedure di sicurezza; conferire valore aggiunto ai lavori svolti all’insegna delle nuove tecnologie; basare le proprie azioni sui concetti di innovazione e sostenibilità.
Ebbene, a un’attenta lettura del documento, si rileva che esso, purtroppo, non spende una sola parola in più a favore dell’accessibilità e dell’inclusione. Si parla infatti sempre di sostenibilità e innovazione, ma le parole accessibilità e inclusione non compaiono una sola volta in un testo che tra l’altro è stato reso pubblico in un formato non leggibile da parte di una persona con disabilità visiva.
In realtà, come si accennava, negli ultimi anni il mondo del turismo professionale sta dando sempre più attenzione, anche a livello nazionale, al turismo accessibile, parlandone nei convegni, producendo documenti e istituendo anche un premio per i Paesi maggiormente impegnati in questo àmbito. E tuttavia, nel passaggio dalle dichiarazioni di principio ai fatti, manca sempre la parte pratica e applicativa, cosicché alla prima occasione in cui a livello mondiale si poteva parlare universalmente di accessibilità l’occasione è stata persa.

Ma perché il turismo accessibile va considerato come un’innovazione? Perché esso racchiude in sé più di un elemento di estremo valore.
Facciamo riferimento, ad esempio, ai 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile presenti nell’Agenda ONU 2030 e vediamo in quali di essi si parla espressamente di inclusione:
– Obiettivo n. 4: Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva e opportunità di apprendimento per tutti.
– Obiettivo n. 8: Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti.
– Obiettivo n. 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.
– Obiettivo n. 16: Promuovere società pacifiche e più inclusive per uno sviluppo sostenibile; offrire l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli.

In ognuno di questi Obiettivi si parla espressamente di “inclusione” e per quanto riguarda il turismo accessibile, sicuramente ci sentiamo a nostro agio con l’Obiettivo n. 11, senza però escludere tutti gli altri.
L’approccio che viene proposto, però, è sempre quello dell’etica, mentre io vorrei tentare di spostare lo sguardo dall’Etica (pur con la E maiuscola) al Business (Business Travel), così come viene descritto, ad esempio, da Taleb Rifai, segretario generale UNWTO.
«L’accessibilità – ha dichiarato infatti – è un elemento centrale per qualsiasi politica di turismo responsabile e sostenibile. È un imperativo in àmbito di diritti umani, ma anche un’eccezionale opportunità commerciale. Soprattutto bisogna capire che il turismo accessibile non giova solo alle persone con disabilità o in generale con bisogni speciali, ma è un vantaggio per tutti noi».

Pubblicando alla fine dello scorso anno la sua graduatoria sui principali trend commerciali per il 2020, l’organizzazione Euromonitor International ha inserito al quarto posto proprio l’inclusione per tutti, con la seguente motivazione: «Le disabilità si presentano in una miriade di forme e le persone hanno spesso esigenze specifiche per poter affrontare la vita di tutti i giorni. Le aziende, nei loro modelli di business, tendono ad evitare di prestare attenzione a quello che richiedono questi clienti, ma dovrebbero prestar loro più attenzione, perché essi esprimono esigenze più complesse. Invece le aziende che comprendono le esigenze di questi consumatori, mettendo la comunità delle persone con disabilità al centro dello sviluppo dei loro prodotti, sono più attente all’ascolto di tutti i clienti e creano prodotti per tutti. La diversità diventerà una misura della pertinenza di un Marchio e Inclusive for All sarà la nuova norma».

A questo possiamo aggiungere alcuni dati.
Nel 2019 il 18% della popolazione mondiale aveva più di 65 anni (701,5 milioni di persone), mentre 676 milioni di bambini e bambine avevano meno di 4 anni, tendenze in crescita. In Europa si stima che nel 2030 saranno il 33% le persone con più di 65 anni.
Sono circa un miliardo le persone con una qualche forma di disabilita`.
Vi sono poi tutte le persone con disabilità temporanee dovute a incidenti, interventi chirurgici o altro.
Molte persone, infine, hanno disabilità cosiddette “invisibili”.

Restando al nostro Paese, ci sono imprenditori, come Marco Maggia, proprietario dell’Ermitage Bel Air Medical Hotel di Abano Terme (Padova), che segnalano questo: «Negli ultimi tre anni l’incidenza nei ricavi del segmento Turismo Accessibile è passata dal 5% al 25% e l’aumento complessivo è stato del 20% nel triennio. La permanenza media in hotel di questi clienti è del doppio rispetto agli altri ospiti, con una disponibilità all’acquisto di servizi superiore del 30%.».
Dal canto suo, Gianfranco Vitali, proprietario dell’Holiday Village Florenz di Comacchio (Ferrara) sottolinea che «l’incidenza dei ricavi nel segmento del Turismo Accessibile è pari all’11%, con un aumento, nell’ultimo quinquennio, dell’8,5% annuo».
Né si può dimenticare che vi sono interi territori i quali hanno scelto di diventare Destination4All (“destinazione per tutti”), come la località di Bibione (Venezia), dove l’Organizzazione di Gestione della Destinazione Turistica (DMO di Bibione e San Michele al Tagliamento) ha deciso di investire in un progetto pluriennale finalizzato ad acquisire le conoscenze e le competenze sul turismo accessibile, da parte di imprenditori e collaboratori del sistema della ristorazione e del commercio, nonché del sistema dei trasporti intermodali e di coloro che creano i prodotti turistici [se ne legga già ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.].

A questo punto torniamo alla nostra domanda iniziale: perché il mondo del turismo, a parte pochi imprenditori illuminati, fatica a credere nel turismo accessibile?
Abbiamo visto più volte Bandi Europei o Ministeriali (Tax Credit), Bandi Camerali ecc., voluti per incentivare l’accessibilità, andare letteralmente deserti, nonostante la disponibilità di risorse economiche, mentre tutti si “mettono in fila” per ricevere contributi destinati alla sostenibilità.
La sostenibilità, questa parola magica che muove milioni di persone, ma non sempre con le giuste intenzioni. Pensiamo semplicemente al greenwashing, ovvero a quella strategia di comunicazione volta a sostenere e valorizzare la reputazione ambientale di un’impresa tramite un uso disinvolto di richiami all’ambiente nella comunicazione istituzionale e di prodotto, non supportato, però, da risultati reali e credibili sul fronte del miglioramento dei processi produttivi adottati o dei prodotti realizzati. A tal proposito, quante sono le etichette e i riconoscimenti che vengono dati basandosi sulla sola autocertificazione, senza che poi nessuno controlli la veridicità di quanto viene affermato? In alcuni casi estremi, si arriva a promuovere la semplice sostituzione di qualche lampadina, di qualche pannello solare o l’installazione di cestini per i rifiuti colorati…
Ogni rispetto, naturalmente, va alla parte ambientale della sostenibilità, ma ben pochi sono quelli che arrivano fino alla parte dell’accessibilità e dell’inclusione.
Non facciamo quindi confusione tra turismo accessibile e turismo sostenibile: se quest’ultimo, infatti, è quello attento al consumo delle risorse ambientali e all’inquinamento di un territorio, il turismo accessibile coinvolge i diritti umani e dovrebbe essere l’elemento centrale di ogni politica di turismo sostenibile e responsabile, come sottolineato dal citato Taleb Rifai.

* Cofondatore e amministratore delegato del Network V4A®.

Collocamento sospeso. Per i disabili ostacoli doppi nella corsa all'assunzione

Avvenire del 03.07.2020

APPELLO DEI SINDACATI AL GOVERNO. C'è una categoria doppiamente penalizzata dall'emergenza coronavirus. Si tratta delle persone con disabilità che, oltre a subire più pesantemente gli effetti del blocco e dell'isolamento in questi mesi di pandemia, rischiano di vedere ulteriormente frustrata la loro aspirazione a una piena partecipazione e inclusione lavorativa.

Già da metà marzo, l'articolo 40 del Decreto legge n.18 ha infatti stabilito la sospensione per due mesi degli obblighi connessi agli adempimenti relativi al collocamento mirato, previsto dalla legge 68 del 1999. Bloccate, in sostanza «(...) le procedure di avviamento a selezione... nonché i termini per le convocazioni da parte dei centri per l'impiego per la partecipazione ad iniziative di orientamento». E l'articolo 76 del Decreto Rilancio ha poi aggiunto altri due mesi di sospensione degli stessi obblighi, arrivando così fino alla fine di luglio.

Una situazione particolarmente difficile quella per i disabili, dunque, su cui Cgil, Cisl e Uil hanno sollecitato il governo a confrontarsi e intervenire. «Abbiamo chiesto unitariamente al Ministero del Lavoro di istituire un tavolo tecnico per rilanciare con provvedimenti concreti, sostenuti da risorse adeguate, le politiche occupazionali per le persone con disabilità - spiega Nina Daita, responsabile nazionale delle politiche a favore dei disabili della Cgil -. Già prima della pandemia, infatti, erano quasi 800mila gli uomini e le donne con disabilità iscritti al collocamento obbligatorio. E ora non sappiamo neppure quantificare quanti altri abbiano già perso o perderanno nei prossimi mesi il lavoro». Il primo obiettivo dei sindacati, quindi, è che nella discussione sul Decreto Rilancio rientrino anche le persone con disabilità e che il confronto con il ministero del Lavoro porti a potenziare la formazione mirata e i servizi di inserimento lavorativo per le persone con disabilità. (F.Ricc.)

La cultura che non si vede si può toccare. La Fondazione Coronini lancia la sua sfida

Messaggero Veneto del 03.07.2020

Le copie 3D delle due Teste di carattere di Messerschmidt sono solo il primo passo dell'iniziativa dedicata ai disabili visivi.

GORIZIA. Sono comunemente chiamate "Lo starnuto" e "L'uomo che guarda il sole": le due "Teste di carattere" conservate a Palazzo Coronini-Cronberg paiono essere state fatte apposta per venire strette tra le mani. Le dita appoggiate sul volto delle opere realizzate da Franz Xaver Messerschmidt danno un senso a quelle smorfie così uniche da sembrare capolavori dell'arte contemporanea. Le teste risalgono, invece, alla seconda metà del Settecento. Per la sua ricerca del lato oscuro dell'essere umano, l'artista bavarese è stato accostato a nomi come quelli di William Blake e Francisco Goya. Dei 100 busti previsti, Messerschmidt ne realizzò 64, ma solo 49 sono giunti a noi e, di questi, gli unici presenti in Italia sono i due di Gorizia. La Fondazione Coronini-Cronberg può quindi contare su una coppia d'assi, ma nel moderno allestimento realizzato a fine 2016 nella villa di viale 20 Settembre, in realtà, le teste sono quattro. I due originali sono bene illuminati e si trovano sotto vetro, ad accompagnarli ci sono le riproduzioni realizzate con stampanti 3D. "Lo starnuto" e "L'uomo che guarda il sole" sono parte del percorso "Gorizia con Tatto". L'iniziativa promossa da Italia Nostra e Unione italiana ciechi - con il sostegno della Fondazione Carigo e del Comune di Gorizia - comprende, tra le altre cose, anche le mappe tattili del castello e della chiesa di Sant'Ignazio. Ma le teste rappresentano anche il primo passo di quello che all'interno del palazzo vorrebbe essere un percorso tattile più ampio . «Abbiamo tutto da costruire - spiega Valentina Randazzo, referente del progetto di inclusività della Fondazione -. Le teste sono un buon inizio, ma la villa non è un museo di statue: è una casa arredata con gli oggetti di un collezionista e la cosa è un po’ più complicata». Per il momento la Fondazione Coronini Cronberg ha effettuato delle visite sperimentali con micro-gruppi e tra gli ospiti ha avuto anche la campionessa paralimpica di scherma Simonetta Pizzuti. La difficoltà è legata al fatto che il rapporto guida/visitatore deve essere di 1 a 1. Ad aiutare Valentina ci sono quindi due collaboratrici, Simonetta Brazza e Agnese Monferà. Nell'era Covid c'è però un'ulteriore difficoltà: le distanze. È infatti l'operatore che guida le mani del disabile visivo nel corso dell'esperienza. «La visita è qualcosa di coinvolgente, come il progetto, ma non sono cose che si fanno in due minuti», osserva Valentina. Ci vuole dunque tempo. Intanto si può partire dal coinvolgimento dei normodotati. «Partecipando ai corsi dell'Istituto ciechi "Cavazza" di Bologna ho imparato che lo sguardo è presuntuoso e che il tatto è umile. Certe volte crediamo di vedere, ma non è così; inoltre non ci fidiamo delle nostre mani». Coinvolgere chi vede per far comprendere il "punto di vista" di chi non vede è dunque il primo passo di questa ambiziosa sfida. «L'associazione Rittmeyer di Trieste organizza le cene al buio, noi vorremmo partire da qui per poi organizzare delle conferenze con Loretta Secchi, una vera e propria luminare sul tema, e dei laboratori tattili. La difficoltà è però quella di non mescolare l'aspetto ludico con il messaggio da veicolare», osserva Valentina. Enrico Graziano, direttore della Fondazione Coronini Cronberg, sostiene il progetto. Nel ricordare l'ottimo lavoro realizzato dall'Università di Trieste e dalla ditta Loudlab di Sacile per le teste di Messerschmidt osserva: «È un modo per stare vicino a chi presenta deficit visivi. Le persone che hanno partecipato ai nostri "esperimenti" sono uscite tutte contente».

di Stefano Bizzi