giovedì 15 aprile 2021

Villae da toccare, nuovi percorsi tattili

Il Giornale del Turismo del 15/04/2021

ROMA. L’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este – VILLAE ha annunciato di aver arricchito i propri percorsi di visita con nuovi pannelli tattili, con l’obiettivo di ampliare la fruibilità dei propri siti. Le VILLAE, impegnate ad incoraggiare la riflessione e lo sviluppo della sensibilità comune sui temi dell’accessibilità, intendono offrire un ulteriore strumento di conoscenza ai propri visitatori, ma anche compiere un passo concreto nell’eliminazione delle barriere, sia fisiche che culturali, che impediscono una piena fruizione del patrimonio. In tal senso l’Istituto ha messo in campo uno sforzo progettuale e comunicativo per offrire strumenti a tutti, ivi comprese le persone con disabilità visiva, uditiva e intellettiva.

Il ruolo centrale dell’accessibilità nella visione delle VILLAE si esprime in questo caso nell’allestimento di un percorso pilota nel giardino di Villa d’Este e al Santuario di Ercole Vincitore, con nuovi supporti di visita. I pannelli tattili, in italiano e inglese, con trascrizione in braille per entrambe le lingue, rappresentano in particolare il primo traguardo di un progetto ampio e articolato, curato dall’Ufficio Promozione e Comunicazione in collaborazione con tutte le professionalità dell’Istituto, sia tecniche che amministrative, e realizzato dalla società Archimedia 181, con la consulenza dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Onlus APS Sezione Territoriale di Roma).

“Questo nuovo percorso tattile, frutto di uno scambio di esperienze, necessità e competenze, rappresenta – dichiara Giuliano Frittelli, Presidente dell’UICI di Roma – un punto di partenza importante nella ricerca di soluzioni condivise volte a favorire l’accessibilità al patrimonio culturale. La collaborazione tra le diverse realtà del territorio è alla base dell’inclusione”.

“L’accessibilità – prosegue il direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, Andrea Bruciati – è per le VILLAE una priorità, che ha come obiettivo un modello inclusivo di accoglienza attento alle esigenze dei visitatori. La realizzazione di un percorso tattile, con l’abbattimento delle barriere sensoriali-percettive, rappresenta un importante traguardo che offre a cittadini e turisti l’opportunità di vivere pienamente e intensamente i nostri siti”.

Info: lucilla.dalessandro@beniculturali.it

mercoledì 14 aprile 2021

Samsung usa i vecchi smartphone Galaxy per diagnosticare le patologie degli occhi

DDay del 14/04/2021

Prendere un vecchio smartphone Galaxy, montarlo su una telecamera per il fondo oculare e ottenere un dispositivo economico per l’esame degli occhi. Il programma fa parte del Galaxy Upcycling, che riutilizza i vecchi dispositivi invece di dismetterli.

C’è un altro modo di riciclare i vecchi smartphone, e non è quello di smontarli per estrarne i materiali, ma di riutilizzarli. È l’idea che è venuta a Samsung, la quale si servirà dei vecchi telefoni Galaxy come parte di dispositivi per la cura degli occhi in comunità poco servite in tutto il mondo.

Questo riutilizzo fa parte del programma Galaxy Upcycling lanciato ormai nel 2018. Nello specifico, i vecchi smartphone Galaxy sono stati abbinati a telecamere portatili per l’analisi del fondo oculare chiamate Eyelike.

I vecchi Galaxy non si buttano via, si riusano per la cura degli occhi

Lo smartphone sarà utilizzato per catturare immagini degli occhi del paziente. Secondo Samsung, il telefono utilizza un algoritmo di intelligenza artificiale per fare una diagnosi basata sulle immagini, e si serve anche di un'app che suggerisce un metodo di trattamento appropriato.

Con il dispositivo si vogliono esaminare le condizioni che potrebbero portare alla cecità, come la retinopatia diabetica, il glaucoma e la degenerazione maculare legata all'età.

Samsung ha riferito che l'uso di Eyelike insieme ai telefono Galaxy offre diagnosi più convenienti rispetto ad altri strumenti commerciali. Il programma è stato condotto in Vietnam, India, Marocco e Papua Nuova Guinea, in collaborazione con Agency for the Prevention of Blindness ( l'Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità) e l'ospedale sudcoreano Yonsei University Health System.

di Sergio Donato

Vaccinazioni: provare a risolvere i problemi delle persone con disabilità visiva di Flavia Tozzi

Superando del 14/04/2021

«Abbiamo rilevato alcune gravi criticità – scrive Flavia Tozzi, presidente dell’UICI di Cremona – nel sistema di prenotazione per le persone in stato di fragilità o disabilità grave, nonché per i loro caregiver. Per questo, nell’intento di ridurre i disagi agli utenti, abbiamo preferito cercare di governare il processo e non restare passivi, procedendo con la raccolta dei dati delle persone con disabilità visiva che non riescono ad effettuare correttamente la propria prenotazione e collaborando in tal senso con l’Azienda per la Tutela della Salute della nostra città».

A partire dal 9 aprile, è partita in Lombardia la campagna regionale di prenotazione vaccinale per le persone in stato di fragilità o disabilità grave, in possesso della certificazione come da Legge 104 (articolo 3 comma 3), nonché per i loro caregiver (al massimo tre persone per ogni disabile).

Per prenotarsi, queste categorie di cittadini possono utilizzare: il canale digitale di prenotazione online su internet; il call center telefonico (numero verde 800 894545); la rete capillare dei Postamat, presenti sul territorio della Lombardia, da fruire con la tessera sanitaria; la rete degli oltre 4.000 portalettere presenti in Regione (saranno loro a rilasciare la ricevuta necessaria all’utente per presentarsi al centro di erogazione dei vaccini).

In tutti questi casi la prenotazione è diretta e non necessita di una pre-adesione. Ovviamente anche le modalità diverse da quella diretta sul sito internet fanno comunque riferimento agli elenchi presenti nel sistema regionale e pertanto sono condizionate da tale sistema.

Ciò premesso, abbiamo purtroppo rilevato tre grosse criticità del sistema di prenotazione:

1) le persone con più di 70 anni, riconosciute in situazione di gravità come da Legge 104, accedono alla procedura di prenotazione in quanto ultrasettantenni e non come disabili, ciò che preclude loro la possibilità di indicare i caregiver.

2) le persone riconosciute in situazione di gravità come da Legge 104 anteriormente al 2010 non riescono ad accedere, in quanto non risultano in elenco.

3) Se si inseriscono tre caregiver, il sistema ti fa tornare indietro e ti costringe ad inserirne al massimo due.

Tutto ciò è già stato tempestivamente segnalato direttamente all’Assessorato Regionale al Welfare e siamo in attesa di un riscontro. Nel frattempo, però, per aiutare a risolvere i problemi, d’accordo con l’Assessorato Regionale alla Famiglia e alla Disabilità, abbiamo deciso di procedere con la raccolta dei dati delle persone con disabilità visiva che non riescono ad effettuare correttamente la propria prenotazione. In questo senso, la Vax Manager dell’Azienda per la Tutela della Salute (ATS) di Cremona, Maria Cristina Coppi, ci sta supportando nella registrazione sul portale dei nominativi da noi segnalati.

Invitiamo pertanto tutte le persone con disabilità visiva (ciechi assoluti e ciechi parziali ventesimisti), che si trovano in questa condizione, a contattarci. Raccoglieremo i loro dati (serve anche il numero della tessera sanitaria) e provvederemo ad inoltrarli direttamente alla Vax Manager dell’ATS di Cremona, che li inserirà nel sistema, permettendo quindi di procedere, con le modalità sopra indicate, ad effettuare correttamente la prenotazione.

Non è detto che questo risolva tutti i problemi, ma essendo la situazione in continua evoluzione, nell’intento di ridurre i disagi agli utenti, abbiamo preferito cercare di governare il processo e non restare passivi.

Presidente dell’UICI di Cremona (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).

Il servizio dell’UICI di Cremona viene offerto gratuitamente a tutti gli aventi diritto. I soci dell’Associazione possono contattare direttamente la stessa (tel. 0372 23553, uiccr@uici.it), i non soci (o i soci non in regola con il tesseramento), possono comunque recarsi presso l’Associazione (previa prenotazione telefonica), con il di verbale di prima istanza di riconoscimento della disabilità visiva, il verbale della Legge 104, la tessera sanitaria e la propria carta di identità in corso di validità.

Didattica e disabilità: un vero “pasticcio”, sia a distanza che in presenza!

Superando del 14/04/2021

Nel corso di un’audizione in Senato, la Federazione FISH ha chiesto che «venga resa effettiva, nel rispetto delle norme di sicurezza, la previsione secondo la quale è possibile l’offerta della didattica in presenza per garantire il diritto di alunni e alunne con disabilità all’effettiva inclusione, per non lasciarli da soli nelle aule». «Di certo qualcuno – è stato aggiunto poi dalla Federazione – dovrà ammettere che in questi mesi di pandemia la governance della didattica si è rivelata un vero e proprio “pasticcio”, sia in presenza che a distanza!»

Nel corso di un’audizione a Palazzo Madama sull’impatto della didattica digitale integrata relativamente ai processi di apprendimento e al benessere psicofisico di studenti e studentesse, la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) ha chiesto ai componenti della VII e della XII Commissione del Senato (rispettivamente Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport la prima, Igiene e Sanità, la seconda), che «vengano accolte al più presto, in maniera chiara e puntuale, le richieste giunte negli ultimi mesi da tante famiglie di alunni e alunne con disabilità e dai loro compagni e compagne, rendendo in particolare effettiva, nel rispetto delle norme di sicurezza, la previsione secondo la quale è possibile l’offerta della didattica in presenza per garantire il diritto di alunni e alunne con disabilità all’effettiva inclusione, per non lasciarli, dunque, da soli nelle aule».

Ricordando quanto accaduto nel mese scorso e riferito di volta in volta anche sulle nostre pagine, il Ministero dell’Istruzione, grazie anche al lavoro di pressione della FISH, aveva prodotto la Nota n. 662, stabilendo che le istituzioni scolastiche non dovessero limitarsi a consentire la sola frequenza agli alunni e agli studenti con disabilità, ma, al fine di rendere effettivo il principio di inclusione, valutassero di coinvolgere nelle attività in presenza anche altri alunni appartenenti alla stessa sezione o gruppo classe. «E tuttavia – sottolineano dalla FISH – qualche giorno dopo l’ANP (Associazione Nazionale Dirigenti Pubblici e Alte Professionalità della Scuola) era intervenuta a smentire la previsione ministeriale, affermando, in sostanza, che fino a quando gli alunni e le alunne con disabilità non fossero stati tutti vaccinati, non avrebbero dovuto mettere piede a scuola».

«A quel punto – ha dichiarato in sede di audizione al Senato il presidente della FISH Vincenzo Falabella – il Ministero avrebbe dovuto chiarire che tale Nota rappresentava una posizione “privata” dell’ANP e che in quanto tale, ogni dirigente scolastico avrebbe dovuto attenersi, di contro, ad osservare una disposizione giuridica emanata da un funzionario ministeriale. Questo, invece, non è avvenuto, perché di fatto dal 7 aprile, giorno in cui è entrata in vigore la Nota Ministeriale, molte scuole l’hanno disattesa. Eppure, quella stessa Nota non chiedeva alle scuole di valutare se fare andare in presenza un gruppetto di compagni con l’alunno con disabilità, ma di valutare come garantire tale presenza. In altre parole, essa non prevedeva la discrezionalità decisionale da parte degli istituti scolastici, rappresentando invece la condizione necessaria per assicurare, di fatto, la reale inclusione degli alunni e delle alunne con disabilità presenti a scuola».

«Pertanto – ha concluso Falabella – torniamo ora a denunciare il fatto che alcuni dirigenti scolastici stanno disattendendo le norme ministeriali, mentre da parte nostra ribadiamo ancora una volta che la scuola ha bisogno di continuità, e ricordando che nei mesi scorsi era stato avviato con il Ministero dell’Istruzione un importante percorso per l’inclusione scolastica, a partire dai nuovi modelli di PEI (Piano Educativo Individualizzato), riteniamo che si debba proseguire su quella strada, senza lasciare indietro nessuno. Di certo, però, qualcuno dovrà ammettere che in questi mesi di pandemia, la governance della didattica si è rivelata un vero e proprio “pasticcio”, sia in presenza che a distanza!». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it (Gaetano De Monte).

martedì 13 aprile 2021

Vaccini e Unione Europea: in pochi Stati priorità alle persone con disabilità di Laura Lui

Superando del 13/04/2021

Sono troppi gli Stati dell’Unione Europea le cui strategie di vaccinazione contro il Covid non hanno stabilito criteri chiari per dare priorità alle persone con disabilità, ad eccezione di quelle che vivono in istituti o sono a rischio estremo di infezione. Questo ha creato in molti casi grande confusione e caos, lasciando che molte persone con disabilità finissero addirittura in fondo alle liste di attesa per la vaccinazione: è quanto emerso dall’audizione “La campagna vaccinale contro il Covid-19 e le persone con disabilità”, promossa dal CESE, organo consultivo della Commissione Europea.

Le strategie nazionali di vaccinazione contro il Covid non stabiliscono criteri chiari per dare priorità alle persone con disabilità, ad eccezione di quelle che vivono in istituti o sono a rischio estremo di infezione, a seguito, ad esempio, di trapianti di organi o di cellule staminali. In molti Stati Membri dell’Unione Europea, inoltre, le persone con disabilità non possono sapere con certezza se l’affezione che provoca la loro disabilità le renderà idonee a ricevere il vaccino prima del loro gruppo di età nella popolazione in generale. Norme nazionali che non definiscono chiaramente quali persone appartengano ai gruppi prioritari non legati all’età, unite a una grande scarsità di vaccini in Europa e alla riluttanza nei confronti della vaccinazione, in molti casi hanno creato confusione e caos sul campo, lasciando che molte persone con disabilità finiscano in fondo alle liste di attesa per la vaccinazione. E la situazione varia non solo da un Paese all’altro, ma anche da Regione a Regione: è quanto emerso dall’audizione online La campagna vaccinale contro il Covid-19 e le persone con disabilità, svoltasi presso il CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo), importante organo consultivo della Commissione Europea, e organizzata dal gruppo di studio tematico sui diritti delle persone con disabilità del CESE stesso, con l’obiettivo di fornire un’istantanea della situazione negli Stati Membri riguardante appunto la vaccinazione delle persone con disabilità.

Vi hanno partecipato componenti del CESE attivi nella difesa dei diritti delle persone con disabilità nei propri Paesi, come pure rappresentanti dell’EPHA, l’Alleanza Europea per la Salute Pubblica e dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). A moderare l’evento è stata Catherine Noughton, che dirige l’EDF.

«Gli Stati devono capire – ha dichiarato aprendo l’audizione Pietro Barbieri, presidente del gruppo di studio tematico del CESE sui Diritti delle Persone con Disabilità – che le persone con disabilità, per ovvie ragioni, sono meno in grado di mantenere la distanza sociale richiesta. Ecco perché vogliamo sottolineare l’importanza e l’urgenza di proteggere le persone che si trovano in una situazione sanitaria più vulnerabile. Ci auguriamo dunque che l’Unione Europea tenga conto della situazione delle persone con disabilità e non si limiti a lasciare questo compito ai diversi Paesi sulla base di taluni indicatori».

Va sottolineato, a questo punto, che nei suoi orientamenti sulla strategia in materia di vaccini dell’ottobre 2020, la Commissione Europea aveva fatto riferimento, in modo generico ma esplicito, a taluni gruppi vulnerabili da considerare quali prioritari nelle campagne di vaccinazione, compresi coloro che non possono mantenere la distanza fisica e le persone particolarmente esposte al rischio per via del loro stato di salute, senza però menzionare in modo specifico la disabilità.

Dal canto suo, l’OMS, nelle sue Linee Guida, riconosce che, per diversi motivi, le persone con disabilità potrebbero essere esposte a un rischio maggiore sia di contrarre la malattia che di essere colpite dalla forma più grave del coronavirus. In tal senso, la tabella di marcia del SAGE, il Gruppo Consultivo Strategico sull’Immunizzazione dell’OMS, stabilendo le priorità per l’uso dei vaccini contro il Covid in un contesto di disponibilità limitata, inserisce le persone con disabilità in un gruppo sociodemografico a rischio di malattia grave o di morte e ne raccomanda la vaccinazione nella cosiddetta “fase II”, durante la quale il vaccino viene somministrato all’11-20% della popolazione. E tuttavia, in assenza di classificazioni chiare e una volta divenuto evidente che i vaccini non sarebbero stati immediatamente disponibili per tutti, la situazione sul campo si è fatta caotica, come detto inizialmente.

Con una breve panoramica dello stato delle cose nei rispettivi Paesi, i membri del CESE hanno dunque sottolineato il ruolo spesso fondamentale svolto dalle organizzazioni operanti nel settore della disabilità in tutta l’Unione Europea, per garantire che le persone con disabilità che non vivono in istituti e i loro prestatori di assistenza siano vaccinati contemporaneamente ad altri gruppi vulnerabili e prioritari.

La strategia di vaccinazione spagnola, aggiornata quattro volte, dà la priorità alle persone con disabilità che si trovano in case di cura o in alloggi protetti, se dispongono di personale ausiliario e di prestatori di assistenza e se ricevono servizi in spazi condivisi, come i centri diurni, ma non dà esplicitamente la priorità alle persone con disabilità fisiche, ad esempio, nonostante il fatto che esse aumentino il loro rischio di contrarre la malattia in forma grave.

«Questo gruppo – ha dichiarato il membro del CESE Miguel Ángel Cabra de Luna – attende pertanto di vedere se la malattia alla base della loro disabilità lo collocherà nella categoria prioritaria; gli interessati non conoscono la loro posizione nell’ordine di vaccinazione. Si tratta di una situazione di incertezza inaccettabile». E ha aggiunto che, «sebbene sia perfettamente comprensibile che l’età debba essere un fattore, dovrebbero essere considerate anche altre situazioni che rendono le persone vulnerabili al Covid».

In assenza quindi di criteri standardizzati, le comunità e le regioni spagnole hanno elaborato regole differenti circa le condizioni che danno o non danno la precedenza nella vaccinazione.

«Tali differenze – ha affermato Barbieri – sono considerevoli anche in Italia, dove persone con la stessa patologia sono vaccinate in una Regione, ma non in un’altra».

Barbieri ha spiegato quindi che in Italia le persone con disabilità non avevano inizialmente la priorità, ma le autorità hanno cercato di correggere la situazione all’inizio di gennaio, per le pressioni delle Associazioni che operano nel campo della disabilità. Quindi, a seguito del cambiamento di Governo, e mentre i vaccini iniziavano a scarseggiare, è stato creato un nuovo piano di vaccinazione, che ha stabilito l’ordine di priorità. «Ne sono risultate spesso – ha sottolineato Barbieri – gravi disuguaglianze tra Regioni, pensando ad esempio che in Lombardia le persone con disabilità inizieranno a ricevere la prima dose il 15 aprile, mentre, a causa di un sistema sanitario in difficoltà, la Calabria non prenderà prenotazioni per le persone con disabilità prima di maggio».

Successivamente, Albert Prevos, del Consiglio Francese delle Persone con Disabilità per le Questioni Europee, ha ricordato che anche le persone con disabilità che non vivono in una residenza sono vulnerabili e dovrebbero avere la priorità, ciò che non avviene in Francia: «Le persone che vivono da sole – ha affermato – non dovrebbero essere vittime della scarsità di vaccini, eppure spesso vengono dimenticate».

È stata quindi la volta di Tudorel Tupilusi, altro membro del CESE, responsabile di un’organizzazione di persone non vedenti in Romania, secondo il quale le organizzazioni del proprio Paese operanti nel settore della disabilità sono intervenute con successo presso il Governo, per far sì che nella seconda fase venisse data priorità a coloro che non sono ricoverati in istituti, da vaccinare insieme agli ultrasessantacinquenni. «E tuttavia – ha aggiunto – inizialmente vi sono state incertezze e difficoltà, dato che le persone con disabilità potevano prenotare la vaccinazione solo attraverso gli Enti Locali. Ciò avrebbe rallentato l’intero processo, ma un intervento dei gruppi di tutela delle persone con disabilità ha ottenuto che si rimediasse a questa situazione».

«Nonostante tutto ciò – ha concluso – per una serie di circostanze, alla fine di marzo non erano molti i rumeni con disabilità già vaccinati, e solo 3.000 avevano ricevuto entrambe le dosi».

Sulla Grecia si è soffermato Yannis Vardakastanis del CESE, oltreché presidente dell’EDF, segnalando che già in dicembre, prima dell’avvio della campagna vaccinale, le organizzazioni operanti nel settore della disabilità avevano iniziato a chiedere che venisse data priorità alle persone con disabilità. «Tali organizzazioni – ha affermato – hanno svolto un ruolo sia strategico che operativo, sviluppando una stretta cooperazione con le autorità e garantendo la priorità a molte persone con disabilità. Adesso stanno cercando di assicurare i vaccini alle persone non vedenti e ipovedenti e alle persone tetraplegiche sotto i 60 anni».

E ancora, in Lituania, ha ricordato la consigliera del CESE Dovile Juodkaite, «a seguito di un’azione incisiva da parte di gruppi per la difesa dei diritti delle persone con disabilità, il Governo ha accettato di inserire nei gruppi prioritari i genitori che si occupano di bambini con disabilità e altri prestatori di assistenza, ciò che all’inizio non era previsto».

Infine, la Danimarca, a differenza degli altri Paesi Scandinavi, che classificano la disabilità tra i fattori di rischio per le forme gravi di Covid, fissa attualmente le priorità per la vaccinazione principalmente in base all’età. «Questo – ha dichiarato il membro del CESE Sif Holst – ha dato luogo a una notevole confusione e a una mancanza di chiarezza nella definizione dei gruppi prioritari. Di conseguenza, i medici generici, gli ospedali e i singoli individui non sapevano con certezza chi sarebbe stato vaccinato per primo». «Inoltre – ha aggiunto – la comunicazione del programma di vaccinazione è stata molto carente: nessuno viene informato della propria categoria di appartenenza, né della data alla quale ci si può aspettare di essere vaccinati». «Le persone non classificate come appartenenti a un gruppo prioritario – ha concluso – saranno vaccinate rigorosamente in base a criteri di età. Di conseguenza, una persona di 30 anni con sindrome di Down o sclerosi multipla potrebbe dover aspettare il proprio turno, accanto a persone della stessa età che non hanno disabilità».

L’audizione si è conclusa con gli interventi degli esponenti di OMS ed EPHA.

«Confidiamo nella società civile – ha affermato per conto della prima , Satish Mishra – per garantire l’attuazione della nostre raccomandazioni da parte dei Governi. Raccomandiamo tra l’altro che i Governi stessi consultino le persone con disabilità, le loro reti di sostegno e le loro organizzazioni rappresentative al momento di elaborare e attuare i Piani Nazionali di Vaccinazione, per individuare e affrontare gli ostacoli all’accesso al vaccino».

Secondo Yannis Natsis dell’EPHA, infine, «le organizzazioni della società civile, grazie alle loro competenze sul campo, svolgono un ruolo estremamente importante, perché possono aiutare l’Unione Europea a comprendere meglio come definire la vulnerabilità. Inoltre, possono mettere in evidenza i rischi per le persone affette da molti tipi diversi di disabilità, in modo che anche i Paesi dell’Unione riconoscano loro una priorità».

«Riteniamo anche – ha proseguito – che sia giunto il momento di discutere l’equità delle campagne vaccinali nazionali in Europa e di valutare come possiamo includere i gruppi vulnerabili e svantaggiati e dare loro la priorità. Per quanto riguarda l’Unione Europea, è importante che la questione dell’equità in materia di vaccini venga elevata al livello politico a Bruxelles».

«E del resto – ha concluso – argomenti legati alla scarsità, in senso lato, sono sempre stati utilizzati contro i gruppi vulnerabili, è una cosa già vista, prima ancora del Covid. Cerchiamo di assicurarci che ciò non si ripeta anche dopo il Covid, cogliendo l’opportunità per fare di questa situazione un cambiamento positivo e sostenibile a lungo termine per le popolazioni vulnerabili».

Ufficio di Comunicazione del CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo). Contributo riadattato al contesto a cura della redazione di «Superando.it».

Assistenti vocali virtuali e privacy: le nuove linee guida EDPB

Altalex del 13/04/2021

Si parla sempre più spesso di assistenti vocali e di privacy, e d’altronde non potrebbe essere altrimenti: si stima che Google Assistant abbia circa 500 milioni di utenti attivi mensili, Siri oltre 370 milioni. Per quanto riguarda le installazioni, Cortana di Microsoft e DuerOS di Badu sono presenti in oltre 400 milioni di oggetti, mentre Alexa in oltre 200 milioni e Bixby di Samsung in oltre 160 milioni. Si tratta quindi di strumenti entrati nella quotidianità di milioni di persone che li usano per i motivi più disparati, spesso dimenticando di parlare ad un dispositivo che registra la propria voce, e quindi ogni parola che gli viene rivolta.

Anche per questo il Comitato europeo per la protezione dei dati personali (EDPB) è intervenuto sull’utilizzo degli assistenti vocali, pubblicando una serie di linee guida e raccomandazioni per risolvere i problemi nell’applicazione del Regolamento europeo n. 679 del 2016 a questo nuovo contesto tecnologico.

1. Cosa sono e come funzionano gli assistenti vocali virtuali?

L’assistente vocale virtuale (VVA) è un programma che interpreta il linguaggio naturale tramite algoritmi di intelligenza artificiale in grado di interloquire con gli esseri umani allo scopo di soddisfare diverse tipologie di richieste (rispondere a richieste di informazioni varie, fare ricerche su Internet, ricercare percorsi stradali, ecc.) o compiere determinate azioni (regolare la temperatura o l’illuminazione di un’abitazione, attivare elettrodomestici, ecc.).

Questo perché un VVA può essere suddiviso in moduli che consentono di svolgere compiti diversi: si pensi all’acquisizione e restituzione del suono, alla trascrizione automatica del parlato (da parlato a testo), all’elaborazione automatica del linguaggio, strategie di dialogo, accesso a fonti di conoscenza esterne, sintesi vocale (text to speech), ecc. Svolge quindi il ruolo di intermediario e gestore che dovrebbe facilitare lo svolgimento dei compiti dell'utente.

Per comprendere al meglio il funzionamento di questi strumenti, può essere particolarmente utile ed interessante conoscerne i passaggi funzionali.

L’assistente vocale è collocato in un’apparecchiatura che può essere uno smartphone o un altoparlante. Il VVA, se non viene avviato, è in standby seppur in ascolto costante, e fino a quando non viene rilevata un'espressione di sveglia specifica, non viene trasmesso alcun audio dal dispositivo che riceve la voce e non viene eseguita alcuna altra operazione. Quando l'utente pronuncia l'espressione di risveglio, il VVA confronta localmente l'audio con l’espressione, e se corrispondono, l’assistente apre un canale di ascolto e il contenuto audio viene immediatamente trasmesso. Una volta attivato, l’utente formula una richiesta che viene trasmessa al provider VVA. La sequenza del discorso pronunciato viene quindi trascritta automaticamente.

Utilizzando le tecnologie di elaborazione del linguaggio naturale (NLP), il comando viene interpretato, le intenzioni del messaggio vengono estratte e le variabili informative (slot) vengono identificate. Viene quindi utilizzato un dialog manager per specificare lo scenario di interazione da implementare con l'utente fornendo lo schema di risposta appropriato. Se il comando coinvolge una funzionalità fornita da un'app di terze parti, il provider VVA invia allo sviluppatore dell'app le intenzioni e le variabili informative (slot) del messaggio.

Dopodiché viene identificata una risposta adattata alla richiesta dell’utente. Risposte come “non ho la risposta alla tua domanda”, sono standard nel caso in cui il VVA non sia in grado di interpretare correttamente la richiesta; invece, qualora vi riesca, viene creata una frase di risposta e/o viene identificata un’azione. Se necessario, vengono utilizzate risorse remote come database della conoscenza accessibili al pubblico (enciclopedie online, ecc.), oppure accessibili tramite autenticazione (conto bancario, applicazione musicale, account per acquisti online, ecc.). Infine, pronunciando l’espressione di spegnimento, il VVA torna in standby, in attesa che venga pronunciata ancora l’espressione di sveglia e la nuova richiesta dell’utente.

2. I rischi per i dati personali degli utenti (e non solo)

Se l’EDPB ha sentito la necessità di intervenire sul tema degli assistenti vocali virtuali, è per far fronte agli evidenti rischi che l’utilizzo di questi strumenti comportano.

I VVA non interagiscono soltanto con l’audio dell’utente, ma possono catturare accidentalmente anche l'audio di persone che non intendevano utilizzare un servizio. Innanzitutto, perché l'espressione del risveglio può essere modificata: gli individui che non sono a conoscenza di questo cambiamento potrebbero utilizzare accidentalmente l'espressione di attivazione aggiornata. In secondo luogo, i VVA possono rilevare l'espressione del risveglio anche per errore, ma è altamente improbabile che la regola madre del consenso sia applicabile in caso di attivazione accidentale. Inoltre, il consenso come definito nel GDPR deve essere "l'indicazione inequivocabile dei desideri dell'interessato". Pertanto, è difficile ipotizzare che un'attivazione accidentale possa essere interpretata come un consenso valido. Se i responsabili del trattamento dei dati vengono a conoscenza (ad esempio tramite revisione automatica o umana) che il servizio VVA ha elaborato accidentalmente dati personali, devono verificare che esista una base giuridica valida per ciascuna finalità del trattamento di tali dati. In caso contrario, i dati raccolti dovrebbero essere cancellati.

Tuttavia, non si tratta soltanto di una questione legata al consenso, ma anche di un problema quantitativo e qualitativo.

Dalla richiesta iniziale alla relativa risposta, il primo inserimento di dati personali genererà dati personali successivi. Ciò include i dati primari. I VVA utilizzano il parlato per mediare tra gli utenti e tutti i servizi connessi ma, a differenza di altri intermediari, i VVA possono avere pieno accesso al contenuto delle richieste e di conseguenza fornire al progettista un’ampia varietà e quantità di dati personali. Inoltre, si tratta spesso di informazioni particolarmente delicate come preferenze e abitudini relative a stili di vita, consumi, interessi, posizione, percorsi abituali, domicilio, indirizzo del posto di lavoro e stati emotivi.

3. L’intervento dell’EDPB

Nel documento del 9 marzo scorso l’EDPB si è soffermato su una pluralità di questioni.

Innanzi tutto, il Comitato ha ritenuto che il framework normativo di riferimento sia costituito dal GDPR e dalla e-Privacy Directive, la quale riporta la definizione di apparecchi terminali, “terminal equipment”, in cui rientrano i VVA. Ciò significa che il titolare del trattamento, quando chiede il consenso per la memorizzazione o per ottenere l'accesso alle informazioni ai sensi dell'articolo 5, paragrafo 3, della Direttiva e-Privacy, dovrà informare l'interessato su tutte le finalità del trattamento (ovvero il "trattamento successivo”), quindi il consenso ai sensi dell'articolo 6 GDPR sarà generalmente la base giuridica più adeguata a coprire il successivo trattamento dei dati personali. Pertanto, il consenso costituirà probabilmente la base giuridica sia per l'archiviazione e l'accesso alle informazioni già ottenute, sia per il trattamento dei dati personali a seguito delle operazioni di raccolta.

Sempre in tema di consenso, una problematica presa in considerazione dall’EDPB e già anticipata nel precedente paragrafo, è data dai casi di attivazione accidentale. In tali ipotesi di avviamento del servizio, che dovrebbe essere riconosciuto come tale tramite controlli umani o automatizzati, il fornitore dovrebbe cancellare al più presto i dati raccolti per errore. Un focus è posto anche sulle diverse tipologie di dati trattati, che ricomprendono i “primary data” (registrazioni vocali, cronologia delle richieste), gli “observed data” (dati del dispositivo e attività online) e gli “inferred or derived data” (come i dati dedotti dalla profilazione dell’utente). Tali dati possono riguardare tanto i soggetti interessati diretti (generalmente i membri di una famiglia che utilizzano un assistente vocale), quanto gli interessati accidentali (che interagiscono inconsapevolmente, ad esempio pronunciando per caso l’espressione di sveglia). Inoltre, la questione si lega anche ad una problematica ulteriore data dalla diffusione dei dati. Il trattamento dei dati, in considerazione del fatto che gli assistenti vocali si interconnettono con altri device o servizi offerti da terze parti, può avvenire anche da parte di altri soggetti esterni all’assistente vocale utilizzato.

Di conseguenza, secondo l’EDPB, emerge la necessità di gestire attentamente i ruoli in tema di privacy, alla luce della catena di stakeholders coinvolti nel processo. Le considerazioni dell’EDPB evidenziano la necessità di implementare adeguate misure di sicurezza e di garanzia, di applicare i principi di privacy by design e di privacy by default, e di ricorrere agli strumenti di accountability previsti espressamente dal GDPR. Inoltre, il provider dei servizi VVA dovrebbe fornire agli interessati tutte le informazioni previste dal GDPR ai sensi dell’articolo 13 e del Considerando 58, in una forma semplice, chiara e accessibile. Tali informazioni dovrebbero essere rilasciate non solo agli utenti registrati ai servizi VVA, ma anche a chi non è registrato ed agli utenti accidentali - per quanto, nella pratica, quest’ultima condizione sia difficile da rispettare.

4. Conclusioni

Come ogni strumento tecnologico caratterizzato da una forte e rapida diffusione, un utilizzo pressoché quotidiano ed una incidenza importante sui dati personali, anche gli assistenti vocali virtuali hanno reso necessario un intervento volto ad informare gli utenti ed a cercare di controllare il flusso dei dati attraverso queste tecnologie.

In effetti, le linee guida proposte dall’EDPB sono coerenti con i rischi che questa tecnologia comporta. Tuttavia, non hanno solamente la funzione di controllare il fenomeno, ma anche quella di rendere gli utenti consapevoli delle potenzialità di questi strumenti, poiché proteggere i propri dati è prima di tutto compito degli stessi utilizzatori attraverso un uso informato delle nuove tecnologie.

Lo stesso Garante italiano per la protezione dei dati personali, con una nota sul proprio sito, si è espresso sulla materia fornendo una serie di consigli utili agli utenti per un utilizzo dei VVA a prova di privacy. In particolare, l’Autorità si è soffermata su una serie di abitudini quotidiane da acquisire per proteggersi al meglio, come disattivare l’assistente vocale prima di dormire o più in generale quando non lo si utilizza, evitare di condividere un quantitativo eccessivo di informazioni, soprattutto quelle più sensibili, e cancellare periodicamente la cronologia delle ricerche. Il tutto, come sempre, accompagnato da un’importante attività di informazione circa l’uso dei propri dati da parte dell’assistente vocale, dalla raccolta all’archiviazione, fino alla cessione degli stessi a terzi.

di Marco Martorana

lunedì 12 aprile 2021

Ultime novità INPS. Decreto “Sostegni”. Misure di sostegno per i lavoratori con disabilità e per chi presta assistenza a familiare con disabilità grave

Comunicato della Sede Centrale UICI n. 30/2021

Facciamo il punto sulle ultime novità provenienti dall’INPS e, sul piano normativo, dalla decretazione d’urgenza, che interessano sia i lavoratori con disabilità, sia i lavoratori che assistono familiari con disabilità grave.

Lavoratori dipendenti: nuovo congedo parentale Covid-19, prorogato fino al 30 giugno 2021 (INPS, messaggio n. 1276 del 25/03/2021, all 1). Il Decreto Legge 13 marzo 2021, n. 30, ha previsto un nuovo congedo parentale per i lavoratori dipendenti con figli affetti da Covid-19, in quarantena da contatto, oppure nei casi di sospensione dell’attività didattica in presenza o di chiusura dei centri diurni assistenziali. Il nuovo congedo è indennizzato al 50 per cento della retribuzione e spetta ai genitori lavoratori dipendenti pubblici e privati, alternativamente tra loro (non negli stessi giorni), per figli conviventi minori di anni 14. Per poter fruire del congedo in esame per la cura di figli con disabilità grave (art. 3, comma 3, legge n. 104/1992), non sono richiesti il requisito della convivenza e del limite di 14 anni di età.

Per la domanda del congedo, si avvisa che i genitori lavoratori dipendenti privati, i quali, solitamente, si avvalgono dei canali telematici INPS per la presentazione delle domande di permessi e/o congedi, dovranno, al momento, formalizzare la richiesta direttamente al datore di lavoro, perché l’INPS non ha ancora rilasciato il nuovo sistema per la presentazione delle domande. È, comunque, già possibile fruire del congedo in argomento con richiesta al datore di lavoro, regolarizzando la medesima, successivamente, presentando l’apposita domanda telematica all’INPS. Sul punto, l’Ente previdenziale diramerà un nuovo messaggio.

I genitori lavoratori dipendenti pubblici, invece, continueranno a presentare la domanda di congedo direttamente alla propria Amministrazione pubblica datrice di lavoro, secondo le consuete indicazioni.

Per i genitori di figli di età compresa tra i 14 e i 16 anni, è previsto il diritto di astenersi dal lavoro senza corresponsione di retribuzione o indennità, e senza contribuzione figurativa (assenza assimilabile all’aspettativa dal lavoro), per la cui fruizione deve essere presentata domanda ai soli datori di lavoro e non all’INPS.

Lavoratori fragili (Decreto “Sostegni”). L’art. 15 del Decreto Legge 22 marzo 2021, n. 41, estende fino al 30 giugno 2021 le tutele disposte a favore dei lavoratori fragili dal Decreto “Cura Italia”. In particolare, viene prorogata fino al 30 giugno 2021 la possibilità per i dipendenti (pubblici o privati) con immunodeficienze, affetti da patologie oncologiche e/o da disabilità grave di svolgere l’attività in modalità di lavoro agile.

Viene prorogata fino al 30 giugno 2021, per i dipendenti pubblici e privati, l’equiparazione delle assenze dal lavoro al ricovero ospedaliero (art. 26 del Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18). Viene, altresì, confermato che tali periodi di assenza dal servizio non sono computabili ai fini del periodo di comporto. E, ancora, che in questi casi agli interessati spetterà una indennità sostitutiva corrisposta dall’INPS, di importo inferiore rispetto alla ordinaria retribuzione del datore di lavoro, secondo le modalità indicate nel messaggio 2584 del 24/06/2020 (all. 2).

Sotto quest’ultimo aspetto, tenuto conto dell’importo più basso dell’indennità sostitutiva rispetto allo stipendio, rinnoviamo l’invito a far uso dell’assenza per malattia equiparata al ricovero ospedaliero solo in caso di effettiva necessità.

L’art. 34 del Decreto “Sostegni” istituisce un Fondo denominato “Fondo per l’inclusione delle persone con disabilità”. Occorrerà attendere uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri per conoscere meglio i criteri e le modalità per l’utilizzazione delle risorse a disposizione (per il 2021, si parla di una dotazione di 100 milioni di Euro), volte a finanziare progetti per l’inclusione, l’accessibilità e il sostegno a favore delle persone con disabilità.

Permessi assistenziali legge n. 104/1992 (art. 3 e 6) e lavoro a tempo parziale di tipo verticale o di tipo misto. Nuove istruzioni (INPS, circolare n. 45 del 19/03/2021, all. 3). Con questa circolare, l’INPS fornisce nuove indicazioni relative al riproporzionamento della durata dei permessi fruiti da lavoratori dipendenti in part-time verticale o misto alla luce degli orientamenti della Corte di Cassazione, che con due decisioni (sentenze 29 settembre 2017, n. 22925 e 20 febbraio 2018, n. 4069) ha statuito che la durata dei permessi, qualora la percentuale del tempo parziale di tipo verticale superi il 50 percento del tempo pieno previsto dal contratto collettivo, non debba subire decurtazioni in ragione del ridotto orario di lavoro; ciò vale per i permessi L. 104/92 a giorni (3 giorni al mese) e per quelli a ore (2 ore al giorno).

L’Ente previdenziale conferma, altresì, le disposizioni fornite al par. 2 del messaggio n. 3114/2018 sia per il part-time orizzontale sia per il part-time verticale e di tipo misto fino al 50 percento. Pertanto, i tre giorni al mese o le due ore giornaliere di permesso non andranno riproporzionati in caso di part-time orizzontale; lo saranno per il part-time verticale o misto secondo il calcolo riportato nel messaggio prima indicato.

Il file .zip contenente il presente comunicato ed i relativi allegati può essere scaricato tramite il seguente url:

http://www.uiciechi.it/archivio/circolari/2021/04/COMUNICATO%2030.zip