sabato 16 gennaio 2021

Didattica a distanza e miopia: arriva una lente "intelligente" per combatterla

Affari Italiani del 16/01/2021

Il Covid ha cambiato la nostra vita, costringendoci anche a passare molte più ore davanti a pc, smartphone e tablet, con conseguenti pericoli per la vista. Per combatterli arriva la lente "intelligente" che ne riduce la progressione.

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista British Journal of Ophthalmology, condotto su 160 bimbi seguiti per due anni, dimostra in tutti i partecipanti che hanno utilizzato lenti DIMS una riduzione della progressione della miopia in media del 60%, rispetto a chi ha indossato lenti monofocali. Leggeri, sottili, semplici da indossare, gli occhiali ‘hi-tech’ sono praticamente identici a normali lenti da vista ma, poiché non invasivi sono ben tollerati e adatti ai ragazzi.

Già da alcuni anni si sta verificando una "epidemia di miopia”, problema spesso sottovalutato, ma che in Italia riguarda circa un milione e mezzo tra bimbi e adolescenti. Per combatterlo oggi c’è un alleato in più: sono già disponibili lenti per occhiale ‘intelligenti’, altamente innovative, in grado di correggere e allo stesso tempo ridurre in media del 60% la progressione della miopia, in modo efficace, semplice e non invasivo, con particolare vantaggio per i più piccoli. La buona notizia arriva dai massimi esperti italiani riuniti al convegno digitale “Nuove Prospettive nell’Evoluzione della Progressione Miopica”, in ragione degli incoraggianti dati di efficacia fatti registrare da uno studio della Polytechnic University di Hong Kong, centro di eccellenza per lo studio della miopia e pubblicati sul British Journal of Ophthalmology.

Frutto della ricerca di Hoya, azienda leader mondiale per le lenti oftalmiche in collaborazione con la Polytechnic University di Hong Kong, le lenti con tecnologia DIMS oltre a correggere la miopia, come qualsiasi altra lente, inibiscono l’allungamento del bulbo oculare, grazie a circa 400 ‘isole’, cioè microscopici segmenti capaci di generare una particolare ‘sfocatura’ nella retina periferica, in modo da rallentare l’allungamento del bulbo oculare e la progressione della miopia.

I dati raccolti su 160 bambini dagli 8 ai 13 anni con miopia fino a – 5.00 diottrie, dimostrano in due anni una riduzione in media del 60% dello sviluppo della miopia in chi ha portato occhiali con queste super-lenti.

Tenere sotto controllo la miopia è un problema di salute pubblica in crescita esponenziale negli ultimi decenni: secondo l’OMS, attualmente sono 1,5 miliardi le persone miopi in tutto il mondo che si stima possano salire a 2,5 miliardi da qui a 10 anni e a 5 miliardi entro il 2050. Numeri spaventosi che fanno già parlare di un’epidemia di miopia. Un pericolo serio in quanto il disturbo che compare in età scolare tende a peggiorare in età adulta, con il rischio di sviluppare possibili complicazioni come la cataratta, il glaucoma, il distacco di retina e la maculopatia.

Tuttavia la maggior parte dei genitori considera la forte miopia come un inconveniente piuttosto che un rischio per la salute.

In Italia la miopia riguarda 15 milioni di adulti e circa un milione e mezzo tra bambini e adolescenti, che rischiano di peggiorare la loro visione da lontano, anche a causa del poco tempo passato all’aperto e dell’uso smodato di pc, tablet e TV, in aumento durante i mesi di isolamento.

“La miopia è il disturbo della vista più comune e si verifica quando l’occhio è troppo lungo e la luce non si concentra correttamente sulla retina, che trasmette al cervello le impressioni luminose, facendo apparire sfocati gli oggetti distanti Il maggior tempo trascorso durante questi mesi in attività ‘da vicino’ può aumentare il rischio di problemi agli occhi anche in chi non sarebbe portato a svilupparli – spiega Paolo Nucci, Ordinario di Oftalmologia all’Università Statale di Milano – Quando si corregge la miopia con un occhiale o con una lente a contatto si porta a fuoco l’immagine che arriva alla parte centrale dell’occhio ma non si ottiene lo stesso grado di messa a fuoco sulle immagini della periferia. Il risultato di questa scarsa correzione periferica è l’invio di un messaggio al cervello che segnala come l’occhio sia troppo corto per vedere bene a sufficienza: l’inevitabile reazione è una spinta all’allungamento oculare e quindi al peggioramento della miopia. Le lenti con tecnologia D.I.M.S. - precisa Nucci - generano una particolare sfocatura della retina periferica, detta ‘defocus miopico periferico’, che ‘inganna’ il cervello facendogli credere che l’occhio è già cresciuto abbastanza dando il segnale di mantenere corto il bulbo oculare, rallentando così in media del 60%* la progressione della miopia. Un risultato iniziale ma molto incoraggiante che sarà completato con un ulteriore studio clinico osservazionale condotto in Francia e Regno Unito”.

“Gli occhiali con lente a tecnologia DIMS non essendo invasivi sono più adatti e ben tollerati dai giovani, perché privi di effetti collaterali che possono incidere sul benessere psicologico ed emotivo del bambino -sottolinea Roberto Caputo, Direttore dell’Oftalmologia Pediatrica all’Ospedale Meyer di Firenze –Le lenti inoltre sono praticamente identiche a quelle normali monofocali, leggere, sottili molto resistenti agli urti e proteggono anche dai raggi UV. La nuova tecnologia - osserva Caputo - segna il passaggio a un nuovo approccio: dalla sola ‘correzione’ alla ‘gestione’ della miopia che richiede una formazione specifica e certificata dei centri ottici abilitati”.

“È bene che l’oculista verifichi sempre lo stato di salute degli occhi dei ragazzi attraverso un’accurata visita che escluda eventuali altre patologie come ad esempio lo strabismo. Inoltre, queste lenti vanno utilizzate come unica correzione ottica perché il massimo beneficio si ottiene con l’uso continuativo – aggiunge Luca Buzzonetti, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Bambino Gesù di Roma - Il trattamento può essere iniziato in qualsiasi età in cui si presenta la progressione della miopia, che spesso è massima fra i 6 e i 13 anni: prima si inizia e più bassa è la miopia, maggiore sarà la probabilità di avere beneficio. Dopo due settimane dalla consegna dell’occhiale serve una valutazione dell’adattamento e della soddisfazione visiva: abituarsi alle nuove lenti può richiedere infatti un po’ di tempo e durante questo periodo è consigliabile che il bambino eviti attività sportive intense. Sono lenti confortevoli che devono essere indossate tutto il giorno perché di fatto sono una terapia, con una possibilità di azione molto ampia che arriva a meno 10 diottrie per la miopia e a 4 diottrie per l’astigmatismo. È suggerita ogni sei mesi una visita di controllo per valutare la progressione del difetto visivo ”.

Gli oculisti consigliano di prendersi cura della vista dei giovanissimi anche con l’aiuto delle buone abitudini. “La miopia ha fra le cause principali la predisposizione genetica: chi ha parenti stretti con gli occhiali per lontano ha un rischio maggiore di averne bisogno a sua volta. Tuttavia, se alla familiarità si associa una vista sempre focalizzata su distanze ravvicinate la probabilità aumenta molto – dice Massimiliano Serafino, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica dell’Istituto Gaslini di Genova - Bisognerebbe perciò trascorrere almeno due ore al giorno all’aperto e fare sempre pause frequenti dagli schermi o da tutte le attività a distanza ravvicinata: ogni venti minuti sarebbe bene staccarsi da libri, computer o cellulare per guardare fuori, lontano, per almeno venti secondi. Anche mantenere una buona postura, una distanza di lavoro corretta e una buona illuminazione aiuta gli occhi a rimanere in salute svolgendo attività a distanza ravvicinata; infine, è importante sottoporsi a regolari controlli della vista per trattare la miopia e monitorare la salute dell’apparato visivo, così da ridurre la progressione del difetto e le potenziali complicanze”.

“Siamo molto orgogliosi di aver realizzato la prima lente per occhiale che è a pieno titolo un trattamento attivo in grado di rallentare la progressione della miopia – dichiara Maurizio Veroli, Amministratore Delegato di Hoya Italia – È un approccio innovativo, semplice, efficace e non invasivo che rappresenta una svolta fondamentale nella tecnologia ottica per il contrasto della progressione della miopia”.

Accessibilità, Roberto Scano: per Bonus, Immuni e Cashback, non è garantita

EconomyUp del 16/01/2021

Il Covid-19 ha accresciuto l’importanza di web e app, ma Pubbliche Amministrazioni e aziende private non danno accessibilità alle persone con disabilità. Vediamo con Roberto Scano, uno dei massimi esperti europei, perché e come risolvere il problema.

di Antonio Palmieri

Accessibilità al web e alle app: è ancora un problema. C’è la crisi di governo ma la tecnologia, specialmente quella solidale, non si può fermare per questo motivo. Soprattutto in questo tempo complesso e difficile che stiamo vivendo.

“Condivido. Anche perché il Covid-19 ha portato ancora più alla luce, anche se non ce n’era bisogno, le criticità in tema di accessibilità a tutti i livelli, del pubblico e del privato. Purtroppo molti non sanno che l’accessibilità non è legato solo alla pubblica amministrazione ma anche al settore privato: con la legge 67/2006, qualsiasi utente con disabilità può agire per chiedere la rimozione di problematiche anche rispetto a soggetti privati”

Roberto Scano, uno dei massimi esperti europei in tema di accessibilità e presidente della commissione dell’ente di normazione tecnica ICT (UNINFO) che si occupa di normare queste tematiche a livello nazionale ed europeo, parte come al solito a spron battuto.

Da quale criticità iniziamo, in questo nostro incontro dedicato ai temi e problemi della accessibilità 2020-2021?

Partiamo dai problemi di comunicazione istituzionale discriminatoria. Abbiamo avuto le infografiche con il decalogo per difendersi dalla diffusione del virus e i DPCM pubblicati scansionati, cioè in formato non accessibile, pubblicati in tarda serata, con entrata in vigore il giorno successivo. Poi ci sono stati i video promozionali sull’uso corretto delle mascherine, totalmente inaccessibili alle persone non vedenti.

Ricordo bene. Su questo tema abbiamo presentato una interrogazione parlamentare alla Camera, assieme a Giusy Versace. Non cito la risposta per carità di patria.

Devo però anche dire che, grazie all’evoluzione tecnologica e all’impegno dei gestori di piattaforme di diffusione di contenuti, sui social media abbiamo finalmente ottenuto la disponibilità di contenuti multimediali sottotitolati in tempo reale, nonché abbiamo avuto un incremento dell’utilizzo di interpreti della LIS (lingua italiana dei segni) durante le dirette di personalità pubbliche, quando gli stessi fornivano informazioni importanti per la cittadinanza.

Meno male. Possiamo dire che sul versante della comunicazione pubblica abbiamo quasi “pareggiato”, anche se l’obiettivo rimane sempre quello della vittoria piena, cioè del fatto che l’accessibilità sia un fatto normale e non una eccezione. Sul versante dei servizi, come è andata?

Con la spinta governativa all’uso di SPID e l’impossibilità quasi totale di interagire tramite canali tradizionali, sono emerse ancora di più le problematiche di accessibilità delle applicazioni web. Molte PA oramai hanno siti web di qualità superiore rispetto agli anni passati, grazie anche all’uso di soluzioni come il design dei siti web predisposto dall’AgID e dall’ex Team Digitale, mentre c’è ancora parecchia carenza di accessibilità nei servizi veri e propri. Per una persona con disabilità, come per chiunque altro, trovarsi davanti ad un bel negozio di cui può consultare le vetrine ma non si può entrare per fare acquisti è bello ma inutile, oltre che discriminatorio.

Con il privato è andata meglio?

Le restrizioni al movimento hanno creato anche in questo caso delle discriminazioni: dalle applicazioni mobili non idonee ad effettuare acquisti di generi alimentari da supermercati da parte di persone non vedenti ad applicazioni inaccessibili per prenotare servizi (es: taxi, treni, ombrelloni in spiaggia, ecc.).

In più da questa estate il decreto cosiddetto “rilancio” ha esteso la legge 4/2004 al settore privato ove il soggetto abbia avuto un fatturato medio annuale di 500 milioni di euro nell’ultimo triennio.

La norma anticipa per alcune tipologie di prodotti ICT l’accessibility Act, ha però creato alcune problematiche applicative proprio nel settore privato. Ad esempio, con la definizione di “soggetti erogatori” si sono raggruppati sia i destinatari precedenti della legge Stanca (le PA e soggetti pubblici) che i nuovi soggetti privati e l’uso del termine “soggetti erogatori” in alcuni articoli crea incongruenze e inapplicabilità della normativa.

Per esempio?

Con l’attuale definizione normativa i soggetti privati sono anch’essi obbligati alla pubblicazione della dichiarazione di accessibilità, la quale però contiene degli obblighi legati prettamente alle pubbliche amministrazioni, come la possibilità di ricorso al difensore civico per il digitale in caso di mancato adeguamento dei servizi a seguito di segnalazione del cittadino oppure si fa riferimento alle linee guida (art. 11) che nella versione vigente non contemplano tra i destinatari i soggetti privati.

È quindi necessario provvedere ad un riallineamento della normativa in modo da renderla attuabile, se ho capito bene.

Sì.

Vedremo allora di lavorarci, non appena sarà chiaro cosa succede del governo. A proposito della direttiva europea sull’accessibilità, oramai ci siamo, quasi. È maturo il tempo del recepimento.

L’art. 31 prevede che entro il 28 giugno 2022, gli Stati membri adottino e pubblichino le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva stessa. Ciò significa che la data indicata è la data ultima non per il recepimento “classico” ma per tutto l’iter: definizione di normativa (legge), decreti attuativi e linee guida art. 71 del Codice della Amministrazione Digitale correlate.

Nel corso dell’ultima edizione di Tecnologia Solidale mi sono impegnato ad agire in tal senso, coinvolgendo l’intergruppo innovazione.

A mio parere, la soluzione più appropriata è l’aggiornamento della Legge 4/2004 (la legge “Stanca”) con relativo aggiornamento delle linee guida dell’AgID al fine di avere un unico riferimento per l’accessibilità digitale, una sorta di “CAD dell’Accessibilità”. Auspico quindi che vi sia quanto prima una iniziativa in tal senso.

Nell’attesa torniamo alla valutazione dell’immediato passato e del presente. Bonus Vacanze, Immuni e Cashback hanno superato il test di accessibilità?

Come dicevo prima, il problema delle app è serio, soprattutto se diventano essenziali per le persone con disabilità. Il Bonus Vacanze era disponibile tramite app Io, ma non era accessibile: è stato oggetto di formale diffida all’Agenzia delle Entrate da parte dell’Associazione Luca Coscioni che ha il merito di essere una delle realtà che per prima sta utilizzando la legge 67/2006 per la rimozione delle discriminazioni digitali.

Immuni?

Con l’uscita di Immuni sono state segnalate alcune problematiche nell’uso dei colori e delle notifiche, mentre a tutt’oggi non mi risulta risolta la problematica dell’utilizzo con la rotazione dello schermo. Per questa segnalazione che ho fatto nella sezione dedicata, ho ricevuto critiche da partecipanti che la ritenevano una richiesta inutile… Peccato che un utente con scarsa mobilità molto spesso utilizza lo smartphone in orizzontale e se l’applicazione non “ruota” con la rotazione del dispositivo crea, appunto, un problema di accessibilità.

Cashback?

Purtroppo anche il Cashback è stato oggetto di segnalazione da parte di diversi utenti non vedenti, per l’impossibilità di procedere alla registrazione e alla lettura delle informazioni. E qui, purtroppo, si torna al problema principale che affligge il mondo dello sviluppo web e mobile: la scarsa conoscenza delle regole di accessibilità da parte di chi commissiona, progetta, “disegna” e sviluppa le applicazioni, richiedendo interventi correttivi che troppo spesso avvengono a prodotto già rilasciato.

Ce lo diciamo da quasi 20 anni. L’accessibilità digitale è un problema di cultura, vale a dire di conoscenza e, dunque, di consapevolezza, da parte di tutti i soggetti in questione. Nel privato come nel pubblico, anche se tocca al pubblico il dovere di indicare la strada a tutti.

Già. Per questo ho collaborato volentieri al libro di Marco Campanini “Buone pratiche per gli Enti Locali sulla disabilità: Manuale per Consiglieri Comunali sull’Accessibilità Universale. Il libro contiene una raccolta di iniziative e buone pratiche da attuare negli enti locali per renderli pienamente inclusivi ed accessibili alle persone con disabilità. Il manuale è il frutto di un lavoro di ricerca ed aggiornamento durato anni. Ogni iniziativa sul territorio è stata studiata con dovizia di particolari, ed ogni atto è aggiornato alla legislazione più recente, riprendendo le migliori prassi adottate nei Comuni più virtuosi.”

Che parte hai avuto in questo libro?

Ho curato la parte dedicata agli obblighi di accessibilità negli acquisti di prodotti ICT (inclusi siti web e applicazioni mobili) nonché sulla necessità di collaudo dei servizi digitali con il coinvolgimento delle persone con disabilità.

Ho potuto dare un’occhiata al libro e penso sia utile a tutti gli amministratori pubblici: un aumento della consapevolezza culturale di tipo inclusivo è senz’altro importante per le decisioni politico-amministrative di ogni giorno, ad ogni livello, per i giovani e per chi è impegnato in politica da molti anni. A proposito di molti anni. Nel 2020 hai compiuto 20 anni…

Magari! I 20 anni sono stati quelli della costituzione di IWA (International Web Association) in Italia. All’epoca ci chiamavamo ancora International Webmasters Association, visto che l’origine del nome risale allo scorso millennio, 1996, quando fu costituita la sezione internazionale in USA, a Pasadena. Tra le molte iniziative realizzate vorrei ricordare l’impegno per due temi: l’accessibilità, che ci ha portato a supportare la nascita della legge Stanca e tutte le iniziative tecnico-normative correlate, e il tema delle competenze digitali professionali che ci ha portato a garantire la prima serie di norme di qualificazione delle professionalità operanti nel settore digitale.

E oggi, su cosa vi state focalizzando?

Oltre che una rete tra professionisti, IWA è stata ed è tutt’oggi anche una realtà che fa divulgazione. Abbiamo partecipato a centinaia di eventi e organizziamo nostri eventi divulgativi, trasmessi e archiviati anche sul nostro canale YouTube . IWA è quindi rete, fare rete e collaborare per far migliorare la qualità del web. Nel nostro piccolo qualcosa abbiamo fatto, e continueremo a farlo.

Allora, buon lavoro e grazie, Roberto Scano. Non manca né a te, né a me né e a tutti gli amici di Tecnologia solidale.

venerdì 15 gennaio 2021

Inclusione scolastica, il nuovo Pei è "un'inversione di rotta che preoccupa"

Redattore Sociale del 15/01/2021

Critico il Coordinamento italiano degli insegnanti di sostegno: "Il provvedimento introduce, per la prima volta nella storia dell'inclusione scolastica, la possibilità di esonerare gli alunni con disabilità dall'insegnamento di alcune discipline o di ridurre l'orario di frequenza, senza valutare le ricadute anche culturali di tale scelta"

di Chiara Ludovisi

ROMA. Si "inverte la rotta": dall'inclusione all'esclusione, dall'integrazione alla marginalizzazione. È quello che accade e accadrà, secondo il Ciis (Coordinamento italiano insegnanti di sostegno) nella scuola italiana, per via del nuovo modello di Progetto educativo individualizzato, approvato e diffuso nei giorni scorsi dal ministero dell'Istruzione.

Come nel 1971, quando l'inclusione (parziale) muoveva i primi passi

Assai critico e allarmato il coordinamento, che denuncia: "Il ministero dell'Istruzione, di concerto con il ministero dell'Economia e delle Finanze, emanando il decreto interministeriale con il quale è stato dato il via al nuovo modello di Pei, da adottarsi a livello nazionale, ha anticipato la nuova direzione di marcia che, culturalmente, ci riporta a quel primo periodo, ormai lontano, in cui la scuola italiana iniziava a muovere i primi passi verso l'integrazione. Con la legge 118/71 veniva infatti avviato il primo parziale inserimento degli alunni con disabilità nelle classi 'normali’, dalle quali, però, restavano esclusi coloro che erano 'affetti da gravi deficienze intellettive o da menomazioni fisiche di tale gravità da impedire o rendere molto difficoltoso l'apprendimento o l'inserimento nelle predette classi normali’. Era ancora serpeggiante l'idea della 'non possibilità' di apprendere e della non inclusione di alcuni. Oggi diremmo che quel passaggio, all'epoca innovativo, si proponeva come discriminante. E mai avremmo pensato di ritrovarci in una situazione analoga. Ma è esattamente ciò che succede oggi, nel 2021, cinquant'anni dopo".

I nodi critici: famiglie ai margini e alunni "esonerati"

Ma quali sono le principali criticità del nuovo modello? Innanzitutto, "un'impostazione che tenta di porre ai margini le famiglie degli alunni con disabilità, sostituendo alla condivisione la 'approvazione’ del Pei"; ancora più preoccupante è il fatto che il nuovo provvedimento introduca, "per la prima volta nella storia dell'inclusione scolastica, la possibilità di 'esonerare gli alunni con disabilità dall'insegnamento di alcune discipline’ o di ridurre l'orario di frequenza, senza valutare le ricadute anche culturali di tale scelta, senza analizzare la portata discriminante insita in tale decisione, senza considerare il diritto allo studio garantito a tutti dalla Costituzione".

Specifica il Ciid: "L'esonero comporta l'allontanamento dell'alunno dai suoi compagni di classe, impedendo la socializzazione, la relazione e la comunicazione; dalle opportunità di crescita e di apprendimento che si realizzano grazie all'interazione con i compagni; da un percorso ancorato a quello dei compagni, adottato con gli accorgimenti che, grazie alla presenza del docente specializzato, si possono realizzare; dagli insegnanti della classe, che non potranno più essere annoverati come "suoi" docenti, in quanto egli non frequenta le loro lezioni".

Gli "esonerati da tutto"

Gravi potranno essere le conseguenze, secondo il Ciis: "Chi ha introdotto l'esonero ha pensato, per un attimo, agli alunni per i quali l'esonero potrebbe essere adottato per 'tutte o quasi tutte le discipline’? E che in questo caso l'alunno resterebbe per tutto il tempo scuola affidato al solo docente specializzato per il sostegno? Che cosa accadrà a questi alunni o studenti 'esonerati’? Si ritroveranno tutti insieme in un'aula? Ricreeranno le classi differenziali o saranno inventate le classi speciali?". Per il coordinamento, "questa impostazione culturale, che mostra di non tollerare neppure la presenza delle persone con disabilità nei contesti comuni, ha prodotto una brusca frenata nel processo in corsa, determinando un'inversione di tendenza, in netto contrasto con quel modello di integrazione proposto dalla Falcucci, convinta della ricchezza di opportunità che il contesto comune offre a tutti gli alunni, reciprocamente".

Dalla "micro-espulsione" alla "macro-espulsione"

E gli scenari sono assai allarmanti: "L'esonero anticipa, attraverso la micro-espulsione, oggi limitata ad alcuni, la macro-espulsione degli alunni con disabilità dal percorso comune, che saranno, molto probabilmente, relegati in contesti chiusi, insieme ai soli docenti di sostegno. A quanto pare, tutto ciò è sfuggito! - osserva il comitato - L'attenzione, infatti, è posta prioritariamente all'erogazione delle risorse, preoccupazione legittima. Ma se gli alunni saranno 'cacciati fuori dalle classi’, a cosa serve agitarsi per le risorse non erogate? Se all'alunno viene negata la dignità di persona, se all'alunno viene impedito il percorso scolastico nelle classi comuni, se l'alunno viene discriminato perché persona con disabilità, a cosa giova agitarsi per altre questioni?"

L'associazione dunque esprime "la più viva preoccupazione per il modello che, con questo nuovo Pei, viene introdotto nel contesto scolastico e sociale italiano" e fa appello "alla società civile e a tutte le forze politiche affinché si intervenga, al più presto, per restituire al nostro Paese quel ruolo primario che lo ha visto, fino a ieri, in prima linea in difesa dei diritti delle persone, a prescindere dalle specifiche condizioni dei singoli, impegnato a rimuovere tutti quegli ostacoli che limitano e impediscono la realizzazione della persona, nel riconoscimento del principio di uguaglianza".

I diritti umani delle persone con disabilità e le varie Convenzioni dell’ONU

Superando del 15/01/2021

«Bisogna includere i diritti umani delle persone con disabilità – scrive Luisella Bosisio Fazzi – nei processi di monitoraggio di tutti i Trattati delle Nazioni Unite, combattendo la discriminazione in ogni àmbito protetto dal corpus di quei Trattati e considerando la disabilità come una questione “trasversale”»: su questo lavora anche il FID (Forum Italiano sulla Disabilità), il cui più recente contributo riguarda il collegamento tra la disabilità e la Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti, anche alla luce di quanto accaduto durante la pandemia.

di Luisella Bosisio Fazzi

Nel 2002, un rapporto delle Nazioni Unite documentò la completa esclusione delle persone con disabilità dal sistema dei diritti umani delle stesse Nazioni Unite. Fino ad allora solo alcuni documenti politici tra gli Anni Settanta e Novanta avevano citato i diritti delle persone con disabilità e solo gli articoli 2 e 23 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989) riportavano un esplicito riferimento alla disabilità. Che dire poi degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, sottoscritti nel 2000, della programmazione degli aiuti umanitari e del lavoro delle istituzioni finanziarie internazionali, che hanno mostrato anch’essi un quadro desolante e sistemico dell’esclusione? E su un altro versante sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità che la Banca Mondiale, nel loro ultimo report sulla disabilità del 2011, hanno dichiarato e riconosciuto che le persone con disabilità sono uno dei gruppi più emarginati della società globale, vittime di violazioni dei diritti umani a un tasso più alto rispetto alle persone senza disabilità.

La data del 30 marzo 2007, apertura della sottoscrizione da parte degli Stati della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, è da considerare uno spartiacque, un confine tra un prima e un dopo per l’approccio ai diritti umani delle persone con disabilità. Un confine tra il vedere queste ultime come soggetti e non come oggetti; una visione di persone con disabilità come titolari di diritti e non come problemi, determinando che se problemi esistono, questi stanno al di fuori della persona con disabilità e devono essere affrontati e risolti solo se i vari processi sociali ed economici accolgono la differenza insita nella condizione di disabilità.

In conclusione, i diritti umani delle persone con disabilità sono collegati al posto che la società dà alla differenza.

Riprendendo dunque un passaggio del citato report del 2002, The disability rights debate is not so much about the enjoyment of specific rights as it is about ensuring the equal effective enjoyment of all human rights, without discrimination, by people with disabilities (“Il dibattito sui diritti delle persone con disabilità non riguarda tanto il godimento di diritti specifici quanto la garanzia dell’uguale effettivo godimento di tutti i diritti umani, senza discriminazioni, da parte delle stesse persone con disabilità”).

A questo punto, pertanto, diventa necessario porre attenzione a tutti i Trattati delle Nazioni Unite il cui uso, nel processo di riforma dell’approccio alla condizione di disabilità, dev’essere maggiore e più mirato, affinché il loro utilizzo faccia progredire e rafforzare i diritti delle persone con disabilità. In altre parole, bisogna includere la prospettiva delle persone con disabilità nei processi di valutazione ed analisi dell’applicazione di tutti i Trattati delle Nazioni Unite, sfidando e combattendo la discriminazione in ogni àmbito protetto dal corpus dei Trattati internazionali, in modo tale da considerare la disabilità come una questione “trasversale”. Si tratta del cosiddetto mainstreaming della disabilità (Disability Mainstreaming).

Ad oggi possiamo affermare che la Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità ha senza dubbio influenzato molto questa “trasversalità”. Da un’analisi, infatti, delle Osservazioni Conclusive proposte dai vari Comitati ONU sulle rispettive Convenzioni*, la disabilità, nel periodo 2000-2006, è stata menzionata nel 16% di tali Osservazioni, mentre nel periodo 2007-2014 è stata menzionata nel 62%.

Possiamo ritenere questo dato come un successo del mainstreaming, ciò che conferma anche che se i diritti delle persone con disabilità sono formalmente parte integrante del sistema internazionale dei diritti umani anche i vari organismi che se ne occupano, quali appunto i Comitati delle Convenzioni delle Nazioni Unite, sono tenuti a integrare la condizione di disabilità nei loro meccanismi di controllo e revisione dei rapporti degli Stati, nonché di interpretazione dei contenuti delle disposizioni (General Comment) sui diritti umani.

Per comprendere appieno l’importanza del mainstreaming, userò una citazione riguardante la Convenzione sull’Eliminazione della Discriminazione nei confronti delle Donne, che riporto integralmente: «Le femministe hanno sostenuto che se i diritti delle donne fossero considerati solo nell’ambito di questa Convenzione, ciò rafforzerebbe l’idea che i diritti degli uomini sono universali, mentre quelli delle donne sono un ripiego [afterthought]. L’effetto sarebbe lo stesso per quanto riguarda i diritti delle persone con disabilità». Di conseguenza il mainstreaming dei diritti umani delle persone con disabilità all’interno del proprio sistema di trattati, impedisce l’idea che essi siano un tipo diverso di diritto umano e che quindi debbano essere trattati separatamente. Senza il mainstreaming, infatti, si ripristinerebbe l’emarginazione politica, sociale ed economica delle persone con disabilità, frammentando ulteriormente il sistema dei diritti umani.

La Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità ha riconosciuto per la prima volta i loro diritti umani e quindi la loro piena e assoluta inclusione all’interno del corpus internazionale dei diritti umani. Un processo irreversibile.

È in questa prospettiva, ovvero nel processo di monitoraggio dei vari Trattati, che intendono inserirsi i contributi del FID (Forum Italiano sulla Disabilità), il più recente dei quali risale al luglio dello scorso anno e contiene una serie di proposte per una List of Issue Prior to Reporting, vale a dire un elenco di priorità da sottoporre all’Italia durante l’esame sull’applicazione della Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti nel nostro Paese, un contributo, questo, segnatamente sollecitato anche dagli effetti che la pandemia di Covid-19 ha avuto sulle persone con disabilità e le persone anziane in Italia.

Nel nostro Paese, va ricordato, il collegamento tra tortura e persone con disabilità l’ha imposto il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ai punti 41 e 42 delle Osservazioni Conclusive prodotte nel 2016, ove si scrive: «41. Il Comitato è preoccupato per il fatto che la delega di mandato del Meccanismo Nazionale di Prevenzione (MNP) non si estende alle istituzioni psichiatriche o altre strutture residenziali per persone con disabilità dove esse vengono privati della loro libertà. 42. Il Comitato raccomanda che l’MNP visiti immediatamente gli istituti psichiatrici o altre strutture residenziali per persone con disabilità, specialmente quelle con disabilità intellettive o psicosociali, e riferisca sulla loro condizione».

Ora, pertanto, in occasione della preparazione della citata List of Issue Prior to Reporting all’Italia, è stato possibile per la prima volta rilevare, alla luce della Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti, quanto le persone con disabilità vedano violati i loro diritti umani negli istituti residenziali e cosa sia accaduto durante la pandemia da Covid-19.

Finora si è sempre evocata la tortura con l’immagine delle forme più crudeli di sofferenza fisica e psicologica perpetrate sempre nei confronti di persone prigioniere, migranti reclusi nei centri di raccolta, manifestanti, prigionieri politici ecc. Nessuno, se non pochissimi, hanno collegato alla tortura e ai trattamenti inumani e degradanti quelle azioni, quelle prassi nascoste in silenzio dietro le porte chiuse di istituti, destinati ad accogliere persone con disabilità intellettive, quelle con necessità elevate di sostegno, quelle con disabilità psicosociali.

Stiamo parlando di strutture sia pubbliche che private, di prassi comuni quali la contenzione fisica, quella farmacologica, quella psicologica; i trattamenti sanitari obbligatori; i luoghi isolati dove il mondo è fuori e dei quali il mondo si interessa poco. Luoghi dove esiste un enorme squilibrio di potere, dato anche dal fatto che le persone con disabilità in essi non hanno voce per denunciarlo, sono limitati nelle loro autonomie e non vengono ascoltati nei loro desideri.

Tutelare le persone con disabilità dalla tortura e dai trattamenti crudeli, inumani e degradanti significa quindi proteggerne e garantirne l’integrità fisica, emotiva e psichica, indipendentemente dal luogo in cui vivono. Tutti luoghi dove sembra non sia previsto operare alla luce della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e dove l’attenzione alla protezione e alla sicurezza di tutte le persone con disabilità nella situazioni di rischio e di emergenza, come quella della pandemia da Covid-19, si è tramutata in un diniego a godere delle stesse opportunità e possibilità riservate alla generalità della popolazione.

Le persone con disabilità che vivono nei servizi residenziali sono state poste ancor più in isolamento e con limitazioni forti alla vita sociale, che, se all’inizio della pandemia forse erano appropriate, quando tutta la società si è organizzata per “rimanere a casa”, ora continuano e le sottopongono a un trattamento differenziato di limitazione della libertà non giustificato.

La protezione e la sicurezza delle persone con disabilità che vivono nei servizi residenziali ha posto condizioni di prevenzione dal contagio diverse tra persone con disabilità e il resto della popolazione. Ma qual è la base scientifica e normativa che giustifica questo atteggiamento differenziato?

La missione, però, che la Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti, insieme a quella sui Diritti delle Persone con Disabilità, affida ai servizi residenziali non dovrebbe più essere quella di custodire e proteggere e neanche di assistere e curare, ma di «consentire alle persone con disabilità di vivere nella società e di inserirsi, impedendo che siano isolate o vittime di segregazione» e «che siano libere da trattamenti crudeli, inumani e degradanti».

*Human Rights Committee (Comitato per i Diritti Umani); Committee on Economic, Social and Cultural Rights (Comitato per i Diritti Economici, Sociali e Culturali); Committee on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination (Comitato per l’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Razziale); Committee on the Elimination of Discrimination against Women (Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione nei confronti delle Donne); Committee on the Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment (Comitato sulla Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti); Committee on the Rights of the Child (Comitato per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza).

* Luisella Bosisio Fazzi,

Componente del FID (Forum Italiano sulla Disabilità), del Direttivo dell’EDF (European Disability Forum) e di quello della LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, che costituisce la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). All’interno di quest’ultima, inoltre, fa parte della Giunta Nazionale.

mercoledì 13 gennaio 2021

Biblioteca Italiana per i Ciechi "Regina Margherita" di Monza – Progetto “Frammento di luce: il Braille, protezione e salvaguardia di un patrimonio culturale”

SERVIZIO CIVILE UNIVERSALE: PRESENTA DOMANDA PER DIVENTARE VOLONTARIO! (scadenza: 8 febbraio 2021, ore 14,00)

La Biblioteca Italiana per i Ciechi "Regina Margherita" di Monza si rivolge a tutti i giovani tra i 18 e i 29 anni non compiuti che vivono a Monza e Comuni limitrofi per offrire ad 8 di loro l’opportunità di svolgere il Servizio Civile presso la propria sede centrale, situata vicino al centro della città in Via Giuseppe Ferrari 5/a.

Il progetto è intitolato “Frammento di luce: il Braille, protezione e salvaguardia di un patrimonio culturale”, e punta a rendere i giovani del Servizio Civile protagonisti nel supporto all’inclusione scolastica e culturale dei disabili visivi.

Di seguito tutte le informazioni utili per partecipare:

• Titolo del progetto

“Frammento di luce: il Braille, protezione e salvaguardia di un patrimonio culturale”

• Obiettivo

La protezione e salvaguardia del patrimonio culturale - composto da libri in Braille, a caratteri ingranditi e in formato digitale - rientrante nella disponibilità dell’ente, attesa la necessità di tutelare la memoria storica della comunità dei disabili visivi e salvaguardare la loro identità culturale (il Braille).

• Posti disponibili

8, previa selezione dei candidati secondo i criteri riportati sul sito:

https://www.bibliotecaciechi.it/servizio-civile-universale/presentazione-scu

• Durata

12 mesi, per un impiego complessivo di 1.125 ore (max 25 ore a settimana, dal lunedì al venerdì)

• Corrispettivo economico

Il Volontario che prenderà servizio stipulerà un contratto con il Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile, e riceverà direttamente da questo un corrispettivo economico mensile di Euro 439,50. È inoltre previsto il rilascio, a conclusione del servizio, di un attestato di espletamento del Servizio civile riconosciuto da un ente terzo.

• Modalità di presentazione della domanda

La domanda può essere presentata esclusivamente online tramite il sito:

https://domandaonline.serviziocivile.it

Per presentare la domanda occorre lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) o le credenziali da richiedere alla Presidenza del Consiglio, e un Curriculum Vitae aggiornato, sotto forma di autodichiarazione.

• Requisiti e selezione

Per poter presentare domanda occorre:

- avere un’età compresa tra i 18 e i 29 anni non compiuti

- non aver ricevuto condanne

- non appartenere a forze di polizia o ai corpi armati

- non aver già prestato il servizio civile nazionale/universale o averlo interrotto.

• Contatti

- Indirizzo e-mail: bic@bibciechi.it

- Numeri di telefono: 039-28327201 / 039-28327205

Per ogni informazione utile, è possibile consultare il Bando nazionale pubblicato sul sito:

https://www.serviziocivile.gov.it/

e la sezione dedicata sul sito della Biblioteca:

https://www.bibliotecaciechi.it/servizio-civile-universale/presentazione-scu

Quell’uso dell’intelligenza artificiale che discrimina le persone con disabilità

Superando del 13/01/2021

Algoritmi di smistamento che riducono la possibilità di trovare lavoro alle donne e alle persone con disabilità, grandi società che discriminano persone con disabilità con espressioni facciali e voce “fuori dalla norma”, colpendo in particolare le persone sorde, cieche e sordocieche, quelle con disturbi del linguaggio o quelle con esiti da ictus: sono alcuni tra i principali pericoli derivanti da un uso dell’intelligenza artificiale non conforme ai diritti umani, sottolineato dal Forum Europeo sulla Disabilità, insieme ad altri Enti, in una lettera aperta inviata alla Commissione Europea.

«Ci sono diversi esempi in cui le tecnologie legate all’intelligenza artificiale sono state utilizzate in maniera tale da portare a discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità in diversi settori della vita. Per questo abbiamo voluto pubblicamente sottolineare i pericoli derivanti dall’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, nel determinare l’accesso ai diritti sociali e ai benefìci per le persone con disabilità».

Lo si legge in una nota diffusa dall’EDF, il Forum Europeo sui Diritti delle Persone con Disabilità che già lo scorso anno si era mossa su linee analoghe – come avevamo riferito anche sulle nostre pagine – producendo una serie di raccomandazioni alla Commissione Europea, dopo la pubblicazione, da parte di quest’ultima, di un Libro Bianco sull’intelligenza artificiale, consistente in un insieme di raccomandazioni volte a garantire un’intelligenza artificiale etica. In tal senso, il Forum si è unito questa volta all’EDRi, la Rete Europea per i Diritti Digitali, e ad altre parti sociali, nell’inviare una lettera aperta alla Commissione Europea, con cui sottolineare alcuni punti fermi, in vista dei prossimi provvedimenti da approvare.

Tra gli esempi non virtuosi citati dall’EDF, vi è quello dell’Agenzia per il Lavoro Austriaca, messa sotto accusa per avere implementato un algoritmo di smistamento che conferiva punteggi inferiori alle donne e alle persone con disabilità, riducendone così la possibilità di trovare lavoro.

E ancora, HireVue, un sistema di video-interviste basato sull’intelligenza artificiale, utilizzato da grandi società come Goldman Sachs e Unilever, avrebbe massicciamente discriminato numerose persone con disabilità, con espressioni facciali e voce “fuori dalla norma”, colpendo in particolare le persone sorde, cieche e sordocieche, così come quelle con disturbi del linguaggio o quelle con esiti da ictus.

E da ultimo, ma non ultimo, il Forum denuncia anche l’utilizzo discriminatorio delle tecnologie di intelligenza artificiale nei confronti di persone con disabilità, da parte di enti statali e privati, al momento di assegnare benefici sociali, oltreché per l’accesso all’istruzione. (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Mher Hakobyan (mher.hakobyan@edf-feph.org); Alejandro Moledo (alejandro.moledo@edf-feph.org).

martedì 12 gennaio 2021

Al museo con il digitale: la lezione del Covid e i punti critici da superare

Agenda Digitale del 12/01/2021

Le misure di contenimento alla pandemia stanno trasformando il sistema museale italiano, e non solo. Dai tour virtuali alle biglietterie online, le tecnologie stanno mantenendo il contatto fra beni culturali e comunità. Ma sono molti gli ostacoli ancora da affrontare per rendere il settore realmente inclusivo e accessibile

Fabio Fornasari Architetto museologo, direttore artistico Museo Tolomeo, ricercatore associato IRPPS-CNR, Membro ICOM

È difficile pensare che questo periodo possa passare senza lasciare segni permanenti nella “forma museo” che abbiamo conosciuto finora. Gli effetti si sono fatti sentire e ancora avvertiamo che quanto sta accadendo è solo una fase che ha sconvolto, più che coinvolto, le nostre abitudini.

Analizziamo il rapporto tra museo e digitale in epoca Covid, cercando di disegnare, partendo da alcune domande chiave, uno scenario per il futuro prossimo della cultura digitale.

Musei e digitale: le domande chiave

Cosa vogliamo fare del digitale? Cosa chiediamo al digitale? Cosa il digitale chiede a noi? Cosa chiedono le comunità ai nostri musei? Risponderemo in ordine sparso, richiamando qua e là le questioni poste dalle domande.

Con tutte le dovute cautele potremmo dire che quanto sta accadendo è l’occasione da cogliere per intraprendere un cambiamento necessario, che tardava ad arrivare ma che ora si presenta come passaggio obbligato: uscire definitivamente dal museo slegato dalle comunità e che non conosce e condivide i suoi linguaggi. A questo riguardo ci sono importanti domande che pongono famiglie e le associazioni alle quali il museo potrebbe rispondere (e in molti casi già lo fa). Come vedremo, la relazione tra digitale e museo non si limita alla sola questione della virtualità, del migrare le immagini della collezione e i contenuti all’interno di tour virtuali. Si tratta invece di dare una diversa forma al proprio museo mantenendo la relazione con lo spazio fisico che abbiamo conosciuto e che riconosciamo come il punto nel quale si elaborano le azioni.

Dopo un primo periodo di lockdown totale siamo entrati in un secondo momento di apertura regolata da dispositivi, presidi sanitari e norme precise di comportamento. Infine siamo tornati alla chiusura senza l’affiancamento di un lockdown generalizzato. Cosa ci attende nel futuro? Molti credono che quanto sta accadendo alla cultura (musei, teatri, cinema…) abbia un senso solo in relazione a un cambiamento sia strutturale che nel rapporto con gli altri enti e istituzioni. La cultura, tra le tante categorie della società, ha sofferto maggiormente in quanto, a differenza di altre, non è percepita come elemento capace di cura. Piuttosto è sempre vista come parte del problema da risolvere. Ma cura e protezione sono due concetti legati tra loro, pilastri della definizione di museo. La cura è anche alla base dei concetti di accessibilità e inclusione.

È anche importante ricordare che qualsiasi intervento digitale o analogico non può scostarsi da una cultura dell’accessibilità che a sua volta conduce all’inclusione. Tra le commissioni tematiche italiane di ICOM, International Council of Museums, le due che sono state coinvolte già nei primi momenti della pandemia sono quella per l’Accessibilità Museale, coordinata da Lucilla Boschi, e quella per le Tecnologie digitali, coordinata da Anna Maria Marras.

Per alcuni musei l’arrivo della pandemia ha comportato un momento di passaggio: l’ingresso all’interno di una cultura digitale, operazione niente affatto intuitiva. Aprirsi al digitale ha innanzitutto significato “uscire” dalle proprie abitudini per entrare in uno spazio non noto, del quali non tutti conoscevano le grammatiche e le metriche. La pandemia, attraverso il digitale, ci ha mostrato nuove fragilità. Una prima di natura biologica e una seconda di natura tecnologica e comunicativa.

Digital transformation per i musei

Molto schematicamente la crisi sanitaria arriva dopo una crisi ambientale che avanza senza precedenti e una crisi sociale che si manifesta nella sua dimensione politica ed economica. Entrambe devono essere declinate, trasformate all’interno del digitale. La competenza in merito alle discipline scientifiche che hanno retto il pensiero museologico sino a qui non sono più sufficienti per affrontare una contemporaneità – che non solo per il COVID – sta minando le nostre abitudini. Molte delle esperienze viste nel primo periodo l’hanno messo in evidenza. Ma quelle stesse competenze hanno dimostrato alla società che la resilienza umana può ripartire proprio dai musei. In quanto luogo di incontro delle comunità, dove si condividono e sviluppano pensieri e visioni e dove poter ricercare nuove forme di partecipazione.

Il processo era già cominciato. Già il Mibact, con il lavoro di Gabriella Cetorelli e l’allora Direttore della Direzione Generale Musei Antonio Lampis, ne è stato testimone. Per questo motivo sono bastati pochi giorni di chiusura degli spazi fisici per vedere apparire e incrementare l’attività social dei musei. Una prima necessità per rimanere in contatto con il proprio pubblico tramite le piattaforme, con prodotti non sempre a livello della comunicazione museale e non sempre con esperienze professionali pregresse, ma sicuramente si deve apprezzare l’impegno, specie in chi poi si è attrezzato e proprio su questo ha lavorato.

Nel bene e nel male le tecnologie digitali, pur mantenendo lontano il pubblico dalle sale, hanno permesso ai musei di rimanere metaforicamente aperti rispettando le direttive che hanno imposto la chiusura fisica delle sale espositive per la sicurezza del personale museale e del pubblico.

Cosa ci ha insegnato la prima reazione alla chiusura? Tutti i musei hanno promosso un’ampia gamma di progetti e attività digitali per continuare a sostenere l’accesso al patrimonio culturale e mantenere un rapporto con il proprio pubblico. È stato fatto in presenza e in assenza di competenze specifiche, con risultati differenti ma è stato fatto. E questo è importante. Anche dagli errori, quando riconosciuti, si cresce. Il pubblico forzatamente casalingo ha risposto partecipando, osservando con la nuova curiosità del primo periodo, il periodo della riscoperta del tempo liberato. I musei hanno raccolto i contenuti dalle risorse dei propri archivi e hanno prodotto contenuti con gli strumenti a disposizione, non sempre all’interno o in continuità con un piano di comunicazione preesistente o comunque presente.

Le risposte digitali dei musei al lockdown

Alcuni musei hanno semplicemente preso un posto all’interno dei social cercando di essere presenti, essere lì dove in quel preciso momento si trovava la propria comunità di riferimento. Hanno fornito nuovi contenuti e dato forma al museo all’interno di mostre virtuali, incontri curatoriali, dialoghi e tour virtuali. La parete piena di volti che parlano e ascoltano e sorridono frontalmente è diventata la nuova misura del nostro stare in rete, il display del nostro museo quotidiano, del nostro museo di casa.

Ma le soluzioni digitali richiedono tempo, formazione, competenze, e integrazione oltre alla volontà di investire parte del budget in comunicazione digitale. Non ci sono alternative. Le domande che si pongono oggi riguardano quali sono gli strumenti che permettono ai musei e al pubblico di incontrarsi in uno spazio che non è quello del museo ma deve parlare la stessa lingua e usare lo stesso tono, deve offrire esperienze in continuità con quelle degli spazi fisici. Quali strumenti digitali possono aiutare i musei a sostenere la comunicazione con la comunità nei tempi difficili a venire, e come possono i musei valutare se e quando adottare queste soluzioni?

L’eredità che possiamo sperare per quello che sta accadendo è che non sia una soluzione transitoria ma che possa aprire e metaforicamente fare uscire i musei dalle proprie stanze. Sarebbe auspicabile che le esperienze interattive che fino a pochi mesi fa si potevano vivere in sicurezza in alcuni musei, possano essere rielaborate per la rete, nelle gallerie e negli spazi pubblici.

Cosa ci aspettiamo dal digitale? A partire dal marzo 2020, durante la prima ondata di chiusure, il Museo è stato capace di creare intorno a sé una rinnovata attenzione. Alcuni musei in particolare sono stati capaci di aumentare i propri follower sui social media anche con ordini di grandezza importanti, diventando virali e andando a coinvolgere alcuni social non propriamente pensati per le attività culturali di un museo come TikTok. È difficile misurare il successo complessivo di questi sforzi perché, in molti casi, i musei sono passati ai contenuti digitali senza chiare aspettative sui risultati. Non so quante siano le ricerche che un museo può utilizzare per fissare obiettivi utili per presentarsi a un pubblico. A posteriori ne abbiamo viste molti ma prima di marzo 2020 un campione così vasto di indagine mancava. A questo proposito definiscono una serie di strategie possibili il libro Musei e media digitali (2019) di Nicoletta Mandarano e Musei e cultura digitale (2020) di Maria Elena Colombo. I due volumi testimoniano l’intensa attività di dialogo che si svolge non nelle sole librerie ma all’interno dei canali digitali.

Musei digitali, il ruolo dei social

I contenuti esposti durante la prima chiusura erano composti da video, immagini e testi pubblicati tramite le piattaforme social come Facebook, Instagram, Twitter. Questi elementi sono stati organizzati per produrre approfondimenti su alcune opere, presentare i temi di ricerca del museo e in alcuni casi sono stati organizzati dei tour virtuali dell’intero percorso. Col tempo sono poi arrivate le conferenze e gli eventi e infine le attività laboratoriali a distanza. Ma per quale pubblico? Non sempre c’è stata consapevolezza a questo proposito.

Del resto il tema dell’inclusione è emerso con forza anche sul fronte scuola, dove la didattica a distanza ha fatto emergere una serie di problematiche su piattaforme ad hoc, accesso per tutti, qualità della trasmissione dei contenuti, sicurezza. Ma anche lo smart working ha aperto una serie di problemi su competenze digitali, disponibilità di tecnologie e capacità delle reti. In particolare poi le persone con disabilità sono state tra tutte quelle con maggiori problemi.

Lucilla Boschi, coordinatrice ICOM Accessibilità museale e educatrice dell’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza e curatrice del Museo Tolomeo di Bologna, con il Servizio di Consulenza Educativo dello stesso Istituto ha progettato contenuti e laboratori digitali per le famiglie con bambini e ragazzi con disabilità visiva e pluri-disabilità in età scolare, per fornire loro supporto nello studio delle materie curricolari pur se a distanza e privi della vicinanza degli insegnanti di sostegno; tale progetto è inserito all’interno della rete nazionale dei Centri di Consulenza Tiflodidattica, coordinati da Linda Legname dell’UICI (Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti) diretta da Mario Barbuto. Ma anche il Museo Omero diretto da Aldo Grassini, coadiuvato sul fronte della comunicazione da Annalisa Trasatti, è stato pronto a offrire contenuti utili e accessibili. Si tratta di attività che potranno dar vita a servizi che il museo potrà continuare anche a seguito della pandemia (ad es. tutorial e corsi online, gallerie virtuali, biglietterie online per la prenotazione degli accessi).

I problemi del post-lockdown

Con la riapertura dei musei la presenza nel digitale è stata per alcuni ambiti necessaria e per altri ha invece rappresentato un problema inverso. Prendiamo il caso delle biglietterie. Averne fatto una migrazione on-line ha permesso ai musei di risolvere molti problemi per la sicurezza legate alle file e alla presenza concentrata del pubblico. L’emissione di biglietti online è stata necessario per la sicurezza delle persone e per il tracciamento degli accessi: in qualsiasi momento i musei sapevano chi ci sarebbe stato, quanto pubblico compresi i nominativi dei presenti, dato riservato ma necessario in caso di contagio. L’apertura di uno sportello online ha aumentato spesso la qualità della comunicazione sugli orari e le modalità di accesso e ha offerto la possibilità di fidelizzare il pubblico al sito che, se ben fatto, può fornire informazioni, anticipare contenuti del museo e potrebbe anche suggerire sperimentazioni intorno ad orari prolungati o accessi speciali a eventi (a pagamento) esclusivi per famiglie o piccoli gruppi.

Ma rimangono in campo alcuni interrogativi: qual è il potenziale impatto sull’accessibilità del pubblico verso le biglietterie on-line? La richiesta di prenotazione o emissione di biglietti online è una barriera in più per le persone con problemi di accessibilità sia fisica, cognitiva, sensoriale, culturale ed economica. Spesso il biglietto è rincarato dal costo della prevendita in quanto è affidato a terzi che applicano rincari per la prevendita. Inoltre, ancora troppi siti web non si sono adeguati alle normative in termini di accessibilità e continuano a essere poco o per nulla usabili dalle persone con disabilità.

Non possiamo ignorare che in molti musei il digitale è già presente e che viene normalmente utilizzato. Cosa è successo a questi dispositivi durante la prima riapertura? Molte strutture hanno dovuto sostituire i dispositivi in uso nei locali dei musei con altri dispositivi come le APP che si possono installare negli smartphone di proprietà dei visitatori. Questo va incontro solo a chi già possiede uno smartphone o uno smartwatch. Chi usa un vecchio telefonino o non lo possiede affatto resta escluso dalla comunicazione che aumenta o è centrale nell’esperienza.

Inoltre, gli schermi touchscreen disponibili normalmente nei percorsi di vista e buona parte delle audioguide non hanno potuto essere più usate. Rese inaccessibili anche le mappe tattili e qualsiasi altro strumento per la disabilità visiva dove la tattilità è supporto per l’informazione.

Il museo del futuro

Museo e digitale sono quindi due facce di una stessa medaglia che rappresenta la nostra contemporaneità. In questo terzo momento di chiusura la cultura è nuovamente stata allontanata dalla fisicità delle sue comunità. Ma è cambiata la reazione dei singoli musei. Oggi assistiamo alla generale domanda da parte dei musei di conoscere e di scambiare esperienze online anche in diretta all’interno di incontri pubblici: vanno in questo senso molti progetti di allestimenti virtuali in ambienti metaforici, ambienti imitativi e cioè copia della realtà, con e senza avatar in presenza. Come sempre i migliori progetti sono quelli che sanno ascoltare con competenza e professionalità il proprio contesto fatto di territori, politiche, comunità, bisogni speciali, fragilità, includendo all’interno di qualsiasi linguaggio o forma le istanze raccolte attraverso le domande rivolte al pubblico e le domande ricevute dal pubblico.

Quindi non stiamo assistendo alla fine del museo. Basta rivolgere lo sguardo al passato per vedere quante volte il museo ha cambiato forma per adattarsi al contesto e alla domanda di cultura della comunità. Perché le collezioni, il loro studio e la loro valorizzazione sono e restano elementi centrali. È la molecola che cura. Ma servono i veicoli e il digitale è il migliore veicolo che abbiamo oggi per veicolare la cura che il museo può offrire alla nostra società.

Oggi il museo ha un compito molto ambizioso: contribuire allo sviluppo di una consapevolezza ambientale, stimolando un’economia più sostenibile e mettendo al centro accessibilità e inclusione. Le collezioni del futuro sono già “in costruzione”.

«Non vedi? Allora dipingi!»: parola di John Bramblitt

Superando del 12/01/2021

Nel 2001 John Bramblitt perde la vista, ma tramite la visualizzazione tattile riesce a dipingere sulla tela i soggetti creati dalla sua mente. «Questo pittore – scrive Alessandra Alasia – non vede i suoi dipinti, ma li sente!». Sviluppa poi una tecnica grafica consona a persone non vedenti, diffusa con il nome di “Stile Bramblitt” e insegna ai bimbi e alle bimbe non vedenti a dipingere, trasmettendo così la gioia di poter creare. Oggi gode di fama internazionale e il suo messaggio è: «Non vedi? Allora dipingi!».

John Bramblitt nasce in America nel 1971. A seguito di un forte attacco epilettico nel 2001 perde la vista.

Come spesso accade in queste circostanze, l’animo umano viene duramente colpito e John si chiude in un mondo tutto suo allontanandosi da parenti ed amici. Cade in depressione e i suoi sogni si frantumano. Fortunatamente un profondo interesse per l’arte riesce a scuotere i suoi sensi. Impara così a riconoscere le vernici attraverso il tatto. Tramite la visualizzazione tattile riesce a dipingere sulla tela i soggetti creati dalla sua mente. Riesce persino a delineare perfettamente soggetti che non ha mai visto quali sua moglie e suo figlio. Le sue opere hanno il pregio di donare a chi le osserva una sorta di benessere. La sua arte è solare e rasserenante. Questo pittore non vede i suoi dipinti, ma li sente!

«Quando ho cominciato – racconta -, era come se stessi cercando di gettare la mia cecità indietro, di vedere oltre, nel volto di Dio…». Bramblitt ha poi sviluppato una tecnica grafica consona a persone non vedenti, diffusa con il nome di “Stile Bramblitt”.

John insegna ai bimbi non vedenti a dipingere, spronandoli dolcemente a superare la loro disabilità e trasmettendo così la gioia di poter creare.

Scrisse Helen Keller*: «Noi tutti, vedenti e non vedenti, ci differenziamo gli uni dagli altri non per i nostri sensi, ma per l’uso che ne facciamo, nell’immaginazione e nel coraggio con cui cerchiamo la conoscenza al di là degli stessi».

Attualmente John Bramblitt gode di fama internazionale e i suoi dipinti si annoverano fra quelli che emanano una luminosità che accarezza il cuore. John ha così dimostrato al mondo intero come, dal tormento e dal rancore nei confronti di una vita profondamente ingiusta, si possa sprigionare un’energia così potente da indurti a cimentarti in qualcosa di apparentemente folle.

Il suo messaggio è: «Non vedi? Allora dipingi!».

di Alessandra Alasia,

Scrittrice, attivista e insegnante statunitense, sordocieca dall’età di 19 mesi.

Testo pubblicato dall’APRI (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti), che ringraziamo per la gentile concessione.

lunedì 11 gennaio 2021

Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e vaccinazioni Covid19

La Presidenza Nazionale dell’UICI, in una nota, ringrazia il commissario Domenico Arcuri per aver accolto l’appello all’attenzione per le persone con disabilità visiva nel programma di vaccinazione delle prossime settimane, rilanciato tra l’altro dalle pagine dell’agenzia DIRE e di numerosi quotidiani il 4 gennaio scorso, in occasione della giornata mondiale dell’alfabeto Braille.

“L’annuncio di Arcuri per l’inizio delle vaccinazioni delle persone con disabilità visiva a partire dal primo febbraio prossimo”, dichiara Mario Barbuto Presidente UICI, “rappresenta un segno di civiltà che premia le insistenze della nostra Associazione a tutela di una categoria di cittadini maggiormente esposti a rischio contagio, inclusi i propri accompagnatori”.

“Le 128 sedi territoriali e regionali dell’UICI”, prosegue Barbuto, “sono da oggi a disposizione del Commissario e delle autorità sanitarie per organizzare al meglio il programma di vaccinazione, con l’obiettivo di ridurre al minimo le possibili complicazioni per gli utenti, dovute agli spostamenti e alle attese eventuali per ricevere il vaccino e il richiamo”.

“Confidiamo che il Commissario e le autorità sanitarie coinvolte a ogni livello nel programma di vaccinazione”, conclude Barbuto, “vogliano accogliere questa disponibilità e realizzare la campagna vaccinale in sintonia con l’associazione di rappresentanza che più e meglio di tutti conosce realtà, bisogni e criticità dei propri associati e rappresentati”.

Scrutini, valutazione alunni con disabilità: differenza tra PEI semplificato e differenziato

Orizzontescuola del 11/01/2021

Terminata la pausa natalizia riprende l’anno scolastico 2020/2021 con la supervisione del Covid 19, tra incertezze e proclami che si allontanano facilmente da quello che è lo stato reale delle cose. La scuola non si è mai fermata anche se su tutto il territorio ha avuto aperture e chiusure “a singhiozzo”, la DDI ha continuato il suo percorso.

Sta di fatto che nessun docente può permettersi di perdersi tra la confusione delle parole che navigano un po’ dappertutto o quantomeno perdere di vista quelli che sono gli impegni calendarizzati.

Infatti il mese di gennaio rappresenta per i docenti una sorta di primo resoconto di quello che è il percorso di formazione dell’allievo, in quanto ci si appresta allo svolgimento degli gli scrutini e alla valutazione intermedia degli studenti, la quale anche se fa riferimento alle attività in DDI deve essere costante e trasparente, prendendo in considerazione i feedback continui che accompagnano il processo di insegnamento/apprendimento.

Attenzione particolare va data alla valutazione degli alunni con disabilità, i quali in questa fase emergenziale risultano essere quelli che maggiormente debbano essere tutelati nel diritto allo studio, all’educazione e all’integrazione.

La valutazione degli apprendimenti degli allievi con BES

La valutazione degli apprendimenti è di esclusiva competenza dei docenti del consiglio di classe nella scuola secondaria, ovvero del team dei docenti nella scuola dell’infanzia e primaria e si svolge ai sensi della normativa vigente.

La personalizzazione della valutazione, è possibile per:

- Studenti con disabilità (legge 104/1992 art. 3): Art. 318 del D.Lgs 297/1994; la valutazione viene ricondotta al PEI.

- Studenti con DSA (legge 170/2010 art. 1): Art. 5 della Legge 170/2010: la valutazione è condotta in base a quanto previsto nel PDP.

- Studenti con BES non certificati (DM del 27/12/2012): Il documento guida è il PDP.

Valutazione di studenti con disabilità

La valutazione degli alunni con disabilità certificata nelle forme e con le modalità previste dalle disposizioni in vigore è riferita al comportamento, alle discipline e alle attività svolte sulla base del piano educativo individualizzato previsto dall’articolo 314, comma 4, del testo unico di cui al decreto legislativo n. 297 del 1994, ed è espressa con voto in decimi secondo le modalità e condizioni indicate nei precedenti articoli.

Il PEI quindi si configura come il garante di quello che è il percorso di crescita, di inclusione e di sviluppo delle competenze degli alunni con disabilità. È possibile redigerlo con una programmazione semplificata e/o ridotta (obiettivi minimi) o differenziata (obiettivi didattici e formativi differenziati).

PEI con obiettivi minimi e differenziati

Il Pei con obiettivi minimi tiene conto degli obiettivi didattici ministeriali o comunque riconducibili a essi (art. 15 comma 3 dell’O.M. n.90 del 21/5/2001)), in questo caso si adotteranno gli stessi criteri di valutazione della classe. È possibile poi prevedere un percorso personalizzato (con prove equipollenti), se rispetto alla progettazione didattica della classe sono applicate personalizzazioni in relazione agli obiettivi specifici di apprendimento e ai criteri di valutazione, in questo caso l’alunno con disabilità sarà valutato con verifiche identiche o equipollenti (art. 318 del D.L. vo 297/1994).Il percorso differenziato con obiettivi didattici e formativi differenziati non è riconducibile ai programmi ministeriali ed è caratterizzato da un piano di lavoro personalizzato per l’alunno, stilato da ogni docente del C.d.C. per ogni singola materia, gli alunni saranno valutati in base agli obiettivi prefissati dal PEI.

Differenza del PEI differenziato nel 1° ciclo di istruzione (primaria e secondaria di 1° grado) e nel 2° ciclo di istruzione (scuola secondaria di secondo grado)

L’alunno potrà sostenere l’esame conclusivo sostenendo prove differenziate e conseguire il diploma valido a tutti gli effetti, senza menzionare il percorso perseguito.

Se l’alunno non dovesse superare le prove, potrà ripetere la classe oppure concludere questo corso di studi con il rilascio di un attestato che certifichi i crediti formativi acquisiti e che consenta la frequenza della scuola superiore. Il percorso formativo potrà però essere continuato nella scuola secondaria di secondo grado, seguendo una programmazione differenziata, senza nessuna possibilità di conseguire il relativo titolo di studio.

Mentre per gli alunni che frequentano la scuola secondaria di primo grado e hanno un Pei differenziato, è importante informare la famiglia, per gli alunni delle scuole superiori è necessario il consenso della famiglia (art. 15, comma 5, O.M. n. 90 del 21/5/01), in quanto una programmazione differenziata non porta al conseguimento del titolo con valore legale.

Alla fine dell’anno, l’alunno che segue una programmazione differenziata viene ammesso alla classe successiva, ma di fatto non ha conseguito la promozione. Sulla pagella andrà annotato che la valutazione è stata effettuata in base al proprio Piano Educativo Individualizzato. Per coloro che invece dovranno sostenere l’esame finale, ai voti riportati nello scrutinio finale e ai punteggi assegnati in esito agli esami si aggiunge, nelle certificazioni rilasciate, l’indicazione che la votazione è riferita al PEI e non ai programmi ministeriali (comma 6 art. 15 O.M. 90 del 21/5/2001).

E' possibile adottare un Pei curriculare in alcune materie e differenziato in altre?

Può accadere che delle discipline si presentino con delle differenze evidenti più o meno rispetto al programma della classe, ma il Consiglio di Classe deve esprimere, collegialmente, una valutazione unica e globale su tutta la programmazione, analogamente a quello che si fa in sede di scrutinio finale per decidere l’ammissione alla classe successiva.

Quando è possibile per l’alunno passare da un PEI differenziato ad uno con obiettivi minimi

Nella scuola secondaria di secondo grado è possibile che Il Consiglio di classe dopo aver valutato il percorso formativo di uno studente con un Pei differenziato decida di adottare un PEI con obiettivi minimi ma diversamente se dovesse essere la volontà della famiglia contro il parere dei docenti, gli insegnanti del Consiglio di classe proporranno specifiche “prove di idoneità relative alle discipline degli anni precedenti” (OM 90/2001). Le prove ovviamente non saranno proposte se la decisione di passare a un PEI semplificato provenga dello stesso Consiglio di Classe, che delibera, sia pur a maggioranza, in quanto essa è sostenuta dagli elementi di valutazione già in possesso del CdC.

In quali casi è consigliabile la ripetenza dell’alunno con disabilità

Per gli studenti che seguono un PEI differenziato la ripetenza non ha senso, dal momento che il PEI differenziato non deve raggiungere gli obiettivi prefissati dai programmi ministeriali ma quelli specifici fissati per il determinato alunno.

Essa può essere presa in considerazione per tre motivi:

1) Gravi sanzioni disciplinari che portino al 5 in condotta (sempre che questi motivi comportamentali non siano contemplati nella Diagnosi Funzionale).

2) Superamento del 25% di ore di assenza durante l’anno scolastico senza motivata giustificazione da parte delle famiglie.

3) Richiesta formale da parte delle famiglie.

di Linda Tramontano

Roma, non vedenti aggrediti a Centocelle: dura condanna dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti

Giornale UICI del 11/01/2021

Il Presidente Barbuto: aggressioni e intolleranza in aumento ovunque confermano mancanza di cultura del rispetto e dell’inclusione per i più fragili che mina libertà e sicurezza di tutti.

Urgente una maggiore tutela per i non vedenti e più controlli.

Garantire anche il diritto alla mobilità che tra barriere architettoniche, auto in sosta selvaggia e monopattini elettrici abbandonati ovunque, resta una chimera.

Roma, gennaio 2021 – L’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, l’associazione nazionale che rappresenta le istanze di circa 2 milioni di cittadini italiani ciechi e ipovedenti, chiede più tutela per i diritti delle persone con disabilità visiva e scende in campo dopo l’ennesimo episodio di intolleranza e violenza nei confronti di due non vedenti, l’ultimo pochi giorni fa in Via dei Platani nel quartiere romano di Centocelle.

L’episodio da cui parte la dura condanna dell’UICI ha riguardato una coppia di residenti del quartiere romano, Alessandro Napoli e Sonia Gioia, Offese, minacciati e percossi da un automobilista malgrado avessero attraversato sulle strisce pedonali e fosse perfettamente riconoscibile il loro stato di disabilità. Nell’indifferenza generale la coppia è stata aggredita anche fisicamente e a poco servirà la denuncia verso ignoti esposta ai Carabinieri di zona.

“Come Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti esprimiamo tutta la nostra solidarietà e il nostro massimo sconcerto per l’ennesimo episodio di intolleranza nei confronti di persone con disabilità visiva – commenta il Presidente dell’UICI Mario Barbuto – Episodi di questo tipo, che da nord a sud registriamo in aumento, devono far riflettere e spingere tutti, istituzioni locali e nazionali in primis, a fare quadrato per riaffermare una cultura della convivenza civile e del rispetto dell’altro, che si trovi o meno in una situazione di fragilità come in questo caso. È in gioco il diritto alla libertà e alla sicurezza di ciascuno di noi e ciascuno di noi deve sentirsi offeso da prevaricazioni e indifferenza. Anche se per un cieco o un ipovedenti situazioni di questo tipo sono ancora più inaccettabili perché per loro già uscire di casa e muoversi anche su brevi tragitti è una sfida enorme. Basti pensare alle difficoltà che un non vedente può incontrare nel salire su un mezzo pubblico, nel destreggiarsi tra auto parcheggiate in modo irregolare e, ultimamente, tra monopattini elettrici abbandonati senza logica su strade e marciapiedi, per non parlare delle tante barriere architettoniche che infestano le nostre città. Chiediamo maggiori tutele e garanzie di quelli che dalla mobilità alla sicurezza personale restano diritti elementari”.

La storia del runner cieco che ha sfidato Google e ha corso da solo grazie a un’app

La Gazzetta dello Sport del 11/01/2021

Si chiama Thomas Panek il runner americano che ha testato una nuova tecnologia che gli ha permesso di eseguire una 5K a Central Park senza un cane o un'altra persona a guidarlo.

USA. “La liberazione è una grande motivazione“, come “l’idea di essere autosufficienti“. Sono le parole di Thomas Panek il runner statunitense cieco che, grazie a una nuova tecnologia ha corso 5 km a Central Park senza il suo cane guida o l’aiuto di un’altra persona. Da anni sognava di correre come faceva prima di perdere la vista, senza paura e senza un cane legato al polso come guida.

IL SOGNO DI PANEK E LA LINEA GIALLA.

Un sogno che è diventato realtà alla soglia dei cinquant’anni (Panek ha perso completamente la vista da ventenne a causa della retinite pigmentosa, una condizione genetica) una fredda mattina a nord di Central Park dove si è recato per provare su strada qualcosa che un giorno potrà liberare migliaia di altre persone con gravi problemi di vista. Quella mattina di un paio di mesi fa era lì per correre finalmente da solo, ma non era solo, ma insieme ad una troupe televisiva e un team di ingegneri che hanno apportato le modifiche finali prima che Thomas si mettesse a cavalcioni sulla linea gialla, dipinta per lui e, prima che il segnale di partenza partisse.

LA SFIDA A GOOGLE.

Solo un anno prima fu lo stesso Panek a lanciare una sfida a un gruppo di ingegneri negli uffici di Google a Manhattan durante un hackathon aziendale. Un hackathon è un evento in cui vengono avviati progetti innovativi, sviluppate idee insolite una specie di conferenza per sviluppatori di software e hardware, i quali lavorano per un periodo di tempo limitato su un problema, raggiungendo risultati sorprendenti. Potreste sviluppare un modo per farmi correre da solo, con una chiara idea di dove sto andando senza dovermi preoccupare dei pericoli lungo la strada? Gli chiese Panek. Ma dopo diversi tentativi e soluzioni tecnologiche al problema, nessuno riuscì a svincolare i runner dalle loro guide umane o animali. Così per Panek, che era un ragazzo quando smise di vedere le stelle nel cielo notturno, sembrava lontano il sogno di correre da solo senza la paura di sbattere contro un albero. Ma non per questo ha mai smesso di correre con il suo cane guida Blaze che però, non riesce a correre più veloce di un miglio in nove minuti.

VELOCITÀ.

“Sono un po’ più veloce di così“, ha detto Panek nelle sue interviste. Infatti ha completato la maratona di Boston 2015 in 3 ore e 42 minuti, con Scott Jurek, un ultramaratoneta che lo guida. Ciò si traduce in circa un miglio in otto minuti e mezzo per la maratona, anche se Panek può andare più veloce a distanze più brevi. Alla fine di quell’hackathon nel 2019, gli ingegneri avevano abbozzato un’idea di base per trovare una soluzione. Hanno posizionato una linea di nastro adesivo sul pavimento e l’hanno fatta seguire a Panek e al suo cane. Quindi la missione è diventata l’ideazione di un’app che funzionasse allo stesso modo del cane e, nel processo, forse risolvere un problema per lui e molte altre persone. “Se inizi con una persona e le sue sfide, puoi portare un grande vantaggio a lui e anche a persone come lui“, ha affermato Ryan Burke, leader del Google Creative Lab. Panek è anche amministratore delegato di Guiding Eyes for the Blind, che fornisce cani guida a persone con grave perdita della vista. Tre anni fa, l’organizzazione ha avviato un programma per addestrare i cani come guide di corsa e da allora ha fornito cani a 75 corridori. Generalmente, più di 50 corridori non vedenti completano la Maratona Internazionale della California con guide; 53 corridori che si sono identificati come affetti da disabilità visiva hanno terminato la maratona di New York City nel 2019. Molti altri hanno corso gare più brevi.

IL PROGETTO DI GOOGLE.

Dror Ayalon, un tecnologo creativo del progetto ispirato alla sfida di Panek, ha detto in un’intervista al The New York Times, che un piano è diventato chiaro abbastanza rapidamente. Il progetto di Google che usa l’intelligenza artificiale, permette di connettere lo smartphone del runner con una imbracatura da mettere attorno alla vita del runner. Un’app sfrutta la fotocamera del cellulare per tracciare il percorso mentre il software (utilizzato per la progettazione di videogiochi) invia in automatico segnali audio a delle cuffie a conduzione ossea che vibrano se il corridore si allontana dal tracciato. Ma cosa succede se la luce del sole cambia facendo sembrare la linea gialla diversa a seconda delle ore della giornata? E cosa accade se le foglie volano sulla linea coprendone una parte? Che interpretazione ne darà l’app? “Prendiamo esempi e li inseriamo nel modello”, ha dichiarato Ayalon, riferendosi agli ostacoli che potrebbero bloccare la vista della linea. “Il modello impara nel tempo.”

CORRERE PER 5 KM DA SOLO.

Anche il runner impara nel tempo. Panek ha testato la tecnologia per mesi su brevi distanze, guadagnando lentamente fiducia, imparando a fidarsi dei messaggi direzionali nelle sue orecchie. Poi, a novembre 2020 , è arrivato il momento di una corsa di 5 chilometri. Nonostante il freddo, Panek indossava maniche corte. Ha la corporatura robusta di un corridore veterano. L’unico indizio della sua perdita della vista è che i suoi occhi a volte sembrano concentrarsi in direzioni diverse. Ma compensa abilmente, seguendo una voce e cogliendo i suoni unici delle persone, guardando verso di loro mentre parla. “Andiamo“, disse quando fu il momento. Fatta eccezione per alcuni passi balbettanti mentre girava i primi angoli, batteva la linea con sicurezza, raramente allontanandosi a più di pochi centimetri da entrambi i lati. Per la prima volta da decenni, Panek correva come faceva da bambino. Ha tagliato il traguardo. Un funzionario dell’organizzazione podistica gli ha drappeggiato una medaglia al collo. “Perfetto“, le parole di Panek. “È stato semplicemente perfetto.”

LA APP.

Non è chiaro dove arriverà la tecnologia da qui. Gli ingegneri hanno ancora dei problemi da risolvere. Sarebbe utile se l’app potesse navigare intorno a un’auto parcheggiata. Ma una volta che sarà possibile, i funzionari dei vari parchi potrebbero essere persuasi a dipingere linee gialle che segnano anelli per i corridori non vedenti su percorsi privi di auto, consentendo loro di correre liberamente e in sicurezza. Forse un giorno, dopo che l’app imparerà a seguire una linea gialla che è in parte coperta da bicchieri di carta scartati, i corridori ciechi potranno essere in grado di correre un 5K ufficiale, o anche una maratona. “C’è quella linea blu sul percorso della maratona di New York City“, ha detto Panek, riferendosi al segno distintivo della gara del percorso di 26,2 miglia. “Forse un giorno saremo anche in grado di ottenere la nostra linea gialla.”

di Annabella D'Argento