giovedì 8 novembre 2018

Prendere in prestito la voce di qualcuno? Con la sintesi vocale è possibile

Wired.it del 06-11-2018

La sintesi vocale ha fatto grandi passi in avanti e ormai, dall’auto-motive fino al doppiaggio, ha applicazioni quasi fantascientifiche.

In stazione, in macchina, al telefono e al supermercato: le voci artificiali o sintetiche sono praticamente ovunque. Alcune sembrano così realistiche da spingere qualcuno a domandarsi se ci sia davvero una persona all’altro capo della diffusione. Abbiamo provato a capire come funziona la sintesi vocale e di quali scenari sarà (o già è) protagonista.

Attenzione perché non parliamo di semplici registrazioni, ma di potenti software che permettono pronunciare qualsiasi frase si voglia, senza la necessità di avere una persona che fisicamente produca i suoni. Si digita la frase e le voci artificiali pronunciano i suoni corrispondenti.

Piero Cosi, ricercatore all’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, ci ha raccontato innanzitutto come si è evoluta questa tecnologia. “Inizialmente la sintesi vocale prevedeva l’unione di un’infinità di piccoli pezzetti di voce registrati, chiamati tecnicamente difoni. Una volta uniti i pezzetti, si interveniva poi per sistemare elementi prosodici come l’intonazione della frase e la durata di alcuni suoni.

"Questo avveniva grossomodo tra gli anni Sessanta e Ottanta e il risultato era piuttosto innaturale".

Dai difoni, cioè l’unione fra metà di un fonema e metà del fonema che lo segue, si è poi passati alle unità variabili. “Queste erano molto più numerose rispetto ai difoni. La sintesi veniva realizzata estraendo da un database le unità che potevano rendere al meglio la frase scritta. La voce ottenuta era molto più umanizzata per quanto riguarda il timbro, ma al contrario della prima, difficilmente modificabile”. Le unità potevano essere costituite da pezzi più piccoli di un fonema, ma anche da intere parole o frasi. Aumentavano così le possibilità combinatorie perché nel primo caso per il difono ma esisteva un solo esemplare, nel secondo molte alternative. “Per capire il risultato di questo processo diffuso negli anni Novanta, basta pensare alla voce che è presente nelle stazioni”.

Nel nuovo millennio si è approdati a tecniche basate su modelli statistici. “Recentemente si è arrivati alla creazione di voci grazie alle reti neurali, sistemi di elaborazione che sia per il riconoscimento sia per la sintesi vocale hanno superato le precedenti tecnologie. In questo caso sono le Deep Neural Network che caratterizzano le unità di suono e scelgono quelle più adatte”.

In alcune sintesi più recenti si parte addirittura direttamente dall’onda sonora. “Si dà in pasto a una grossa rete neurale una frase e la rete ne estrae tutti i parametri di interesse per poi generare la frase in uscita. Con la tecnologia più recente è possibile addirittura cambiare il timbro della voce con un processo che tecnicamente si chiama voice morphing. Alcuni algoritmi sono in grado di trasformare una voce neutra in quella desiderata, cioè quella di un’altra persona, registrando solo una cinquantina di frasi”. È quello che ognuno può provare anche di persona sul sito della start up Mivoq: ci si registra, si leggono alcune frasi e si ottiene una voce digitale personalizzata in grado di dire qualsiasi cosa si desideri.

Non è una startup, ma una multinazionale, Nuance, società statunitense che della sintesi vocale ha fatto il suo core business. Nella sede torinese lavorano ingegneri, informatici e linguisti, che sotto la guida di Paolo Coppo, hanno creato oltre 120 voci in 56 lingue diverse per realtà di mezzo mondo.

Il processo di creazione, qui semplificato per ovvie ragioni, prevede innanzitutto la selezione di uno speaker. Questo deve avere caratteristiche precise: “sono più adatti coloro che hanno un certo controllo della voce come gli attori o i conduttori radiofonici” spiega Coppo.

Individuata la voce naturale, ci si reca in uno studio di registrazione e inizia una fase impegnativa in termini sia di tempi sia economici. Le frasi da registrare variano, infatti, da circa 3mila, operazione che richiede una settimana, a 20mila.

L’enorme quantità di materiale audio viene quindi sottoposto grazie a degli algoritmi a una pulizia che elimina i rumori di sottofondo o altre eventuali imperfezioni della voce. Si aspira così a uno standard acustico che rimane alto per tutte le voci prodotte. Oltre a quello acustico c’è anche uno standard linguistico specifico. “Ad esempio, per il Vietnam sappiamo che dobbiamo fare riferimento all’accento della parte settentrionale del paese” specifica Coppo.

La registrazione pulita viene poi trascritta sia con l’alfabeto normale sia con un metodo che annota il suono dei fonemi corrispondenti. Devono essere annotati non solo i suoni, ma anche informazioni prosodiche: accenti, andamento della frase, durata particolare di alcuni suoni. Terminato questo processo, la rete neurale, che tra l’altro auto-apprende diverse nozioni, è in grado di riprodurre con la voce registrata qualsiasi frase digitata nel software.

E il risultato è sorprendente. Abbiamo provato a eseguire un test in cui occorreva individuare fra due registrazioni, quale fosse quella originale e quale quella sintetica. Beh, in tre tentativi su tre abbiamo sbagliato, scambiando quella artificiale per quella naturale.

Grazie a questa tecnologia è perfino possibile cambiare lo stile di una voce. Così, ad esempio, la voce del navigatore di un’automobile, solitamente accomodante e gentile, nel momento in cui nota che l’autista si sta addormentando può cambiare tono e intimargli di prendere il controllo del veicolo. O la voce che vi informa sul risultato della partita della vostra squadra del cuore può cambiare espressione e diventare triste nel caso in cui abbia perso, esultante in caso contrario.

Ma le applicazioni non finiscono qui: ci sono addirittura personaggi dello spettacolo che hanno chiesto di creare una versione digitale della propria voce da sfruttare per alcune iniziative di marketing. E anche alcuni politici hanno chiesto questo servizio, forse per rendere più onnipresente la loro attività.

Ciò che profuma di fantascienza è la possibilità di ricreare la voce di qualcuno potenzialmente anche a sua insaputa. Cosa che di fatto è stata chiesta a Nuance per raggiungere uno scopo nobile: la cattura di un noto delinquente.

Le possibilità che derivano dal voice morphing nel campo del doppiaggio diventano sorprendenti. Si possono modificare l’altezza, il timbro e la velocità della voce registrata, creando così di fatto una voce nuova. Partendo da una voce qualsiasi, è possibile così creare quasi tutte le voci di un cartone animato, ad esempio, oppure di un film doppiato. “Ce lo stanno chiedendo paesi in cui attualmente vengono utilizzati i sottotitoli nel doppiaggio. E questo può essere un problema se si considera che magari parte della popolazione è analfabeta”. Grazie a questa tecnologia, infatti, una voce maschile può diventare femminile, una giovane diventare novantenne grazie soltanto a una settimana di click.

di Michele Razzetti

Cultura Paralimpica, CIP e FS Italiane insieme per le persone a ridotta mobilità

Bloomberg Finanza del 07-11-2018

Firmato Protocollo d'Intesa per garantire accessibilità nelle stazioni, sui treni e nello sport.

Favorire la piena accessibilità alle persone a ridotta mobilità e con disabilità nelle stazioni ferroviarie, a bordo treno e nelle attività sportive attraverso Campagne di comunicazione e informazione dedicate. Questo il principale obiettivo della collaborazione avviata dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP) e FS Italiane attraverso il Protocollo d’Intesa sottoscritto oggi (6 novembre 2018) a Roma, in occasione della presentazione del Festival della Cultura paralimpica, da Luca Pancalli Presidente CIP e Gianfranco Battisti AD e DG Gruppo FS Italiane.

Le attività del Comitato Italiano Paralimpico, insieme alle Entità Sportive Paralimpiche del CIP, e del Gruppo FS Italiane, attraverso le principali società operative, avranno un unico scopo: favorire la parità e l’uguaglianza nell'accesso ai servizi ferroviari e alle pratiche sportive. Per questo motivo CIP e FS Italiane metteranno a disposizione know-how e risorse per promuovere l’importanza dell’attività sportiva anche per le persone a ridotta mobilità e con disabilità e far conoscere le numerose opportunità offerte dallo sport paralimpico.

L’accordo è il proseguimento della collaborazione avviata nel 2017 in occasione della presentazione degli “Ambasciatori dello Sport Paralimpico” del CIP. Iniziativa, sostenuta da FS Italiane, che vede gli atleti più rappresentativi del movimento paralimpico italiano impegnati a promuovere nelle scuole, nelle Unità spinali ospedaliere e in altri contesti pubblici, lo sport come strumento di promozione culturale e di integrazione sociale.

"Il Gruppo FS Italiane è orgoglioso del Protocollo sottoscritto con il Comitato Italiano Paralimpico – ha sottolineato Gianfranco Battisti – perché ci auguriamo che l’impegno e la forza di volontà di queste persone sia da esempio per tutti noi, soprattutto nel saper credere in sé stessi e nel raggiungere i propri obiettivi seguendo sempre i veri valori della vita. Le nostre azioni non si fermano al solo Protocollo. Siamo impegnati a migliorare l’accessibilità delle stazioni ferroviarie alzando i marciapiedi per facilitare l’entrata e l’uscita dai treni, installando ascensori e percorsi tattili e abbiamo il circuito Sala Blu per l’assistenza alle persone a ridotta mobilità, anche temporanea, e con disabilità. Per quanto riguarda i nuovi treni regionali Rock e Pop, che entreranno in servizio a metà del prossimo anno, abbiamo cambiato prospettiva nella loro progettazione. Li abbiamo pensati e costruiti anche attorno alle esigenze delle persone con disabilità e a ridotta mobilità grazie al prezioso contributo delle Associazioni di riferimento".

Dal 20 al 23 novembre alla stazione Roma Tiburtina, hub ferroviario frequentato ogni anno da circa 50 milioni di persone, si terrà il Festival della Cultura paralimpica: quattro giornate di dibattiti, mostre, film, libri, storytelling, spettacoli, dedicati allo sport paralimpico e alla sua capacità di contagiare virtuosamente il costume e la società italiana. Inoltre, la Rai presenterà il 20 novembre, giornata inaugurale, un documentario sulla storia del movimento italiano paralimpico con immagini e interviste inedite.

mercoledì 7 novembre 2018

CONVEGNO “ROMPIAMO IL MURO DEL SILENZIO: INSIEME ALLE DONNE CON DISABILITA' CONTRO LA VIOLENZA PSICOLOGICA”

Milano, sabato 24 novembre 2018, ore 08.30, presso la Sala Stoppani dell'Istituto dei Ciechi. 

Il presente convegno si inserisce nel panorama delle iniziative per celebrare la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. Scopo dell’iniziativa è contribuire alla riflessione generale, puntando al caso specifico delle donne con disabilità nei cui confronti si consuma un tipo di violenza subdola e difficile da riconoscere, anche da parte di chi la subisce: la violenza psicologica.

Programma:
08.30 registrazione partecipanti
09.00 saluto d’apertura e intervento delle autorità
09.40 presentazione del convegno a cura della dott.ssa Erica Monteneri (Commissione Regionale Pari Opportunità UICI Lombardia)
09.50 relazioni:
- Dott.ssa Irene Pellizzone, (Università degli studi di Milano)
"La violenza psicologica come forma di discriminazione: il punto di vista del diritto costituzionale"
- Silvia Piani, (Assessore regionale alle Politiche per la famiglia, genitorialità e pari opportunità)
“Politiche e servizi antiviolenza attivati in Regione Lombardia”
- Antonella Faieta (Telefono Rosa)
“Rete di protezione del telefono rosa per le donne con disabilità”
10.50 Dibattito;
11.10 coffe break
11.40 relazioni:
- Nadia Muscialini (Soccorso Rosa)
“Violenza psicologica: impariamo a leggere i segni del linguaggio del corpo”
- Mita Rendiniello (Centro Antiviolenza SVDSeD Ospedale Mangiagalli di Milano)
“Violenza di genere: nuove prassi operative tra SVSeD e L'ENS”
12.20 Dibattito
13.00 Pausa Pranzo
14.30 Ripresa dei lavori
- testimonianza: Malia Turchi
- testimonianza: Clarissa Bartolini
14.50 relazioni
- Agatina Vitanza (Lega del Filo D'Oro)
“La sottile linea rossa che segna il confine tra la cura e l'abuso psicologico”
- Antinea Pezzé e Anna Zinelli (Centro Antiviolenza “Donne e Diritti” - Casa Daphne)
“Disabilità e violenza: l'importanza del lavoro in rete!”
15.30 Dibattito
16.10 Conclusioni

Per maggiori informazioni contatta la Segreteria al numero: 02/76.01.18.93

Il buio all'improvviso. Ora due lauree e aiuto gli altri

Il Giorno del 06-11-2018

MILANO. «A vent'anni ho dovuto riprendere in mano le fila della mia vita». Katia Caravello, che oggi di anni ne ha 40, ha perso la vista quando era iscritta al primo anno di Giurisprudenza. Dopo aver lasciato tutto, non solo è tornata a studiare e si è laureata in Psicologia, ma sta prendendo una seconda laurea, aiuta giovani e adolescenti ed è nella direzione nazionale dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. «Non mi considero una persona speciale - premette - racconto la mia storia perché sono convinta che tanti possano riprendere in mano la propria vita come ho fatto io».

Primi passi in università?

«Nel 1997. Mi ero iscritta a Giurisprudenza un po’ per il mio percorso delle superiori, visto che ho studiato da "analista contabile" in un istituto professionale di Gallarate, e poi perché mia sorella più grande studiava Economia e commercio, stava preparando l'esame di diritto privato e io l'ascoltavo. Mi sono appassionata del diritto famigliare, di adozioni. Pensavo mi sarei occupata di quello nella vita».

Poi tutto è stato stravolto. Cos'è successo?

«All'inizio lavoravo ed era difficile frequentare. Nell'ottobre del 1998 sono stata ricoverata per disturbi alla vista, che si erano iniziati a manifestare a maggio e giugno. A ottobre ho cominciato a vedere appannato, come attraverso l'acqua. Non distinguevo due cose dello stesso colore se erano una sopra l'altra o la fine dei gradini».

Mai avuto avvisaglie?

«Vedevo 10 decimi prima. Sono stata ricoverata a metà ottobre e sono uscita un mese dopo vedendo solo luci e ombre. Hanno trovato la causa solo dopo il mio secondo ricovero in un altro ospedale, ma ormai era troppo tardi. La mia vita è andata in mille pezzi».

Com'è riuscita a ricomporla?

«Non è stato semplice, per un anno e mezzo nulla. Aspettavo, anche perché c'era una piccola possibilità che recuperassi la vista e ci contavo molto nei primi mesi. Ma non potevo continuare a dirmi: "Se torno a vedere faccio questo o quello". Dovevo farlo. Così mi sono riscritta all'università».

Perché Psicologia?

«Ho capito che dovevo mettere la mia forza al servizio degli altri, aiutandoli ad affrontare il percorso che avevo fatto io. Mi sono iscritta nel 2000. Non avevo l'idea di come avrei studiato. Avevo molta memoria visiva prima, ho dovuto scoprire un metodo nuovo, basandomi sul canale uditivo. Mi sono laureata in corso, con tesi sul burnout degli operatori sociali. L'anno dopo ho conosciuto mio marito e continuato con la specialistica».

Prime esperienze lavorative?

«Ho iniziato la scuola di specializzazione in psicoterapia, che mi è servita tantissimo, e a lavorare con l'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti: con un mio collega ci siamo occupati di incontri di sostegno psicologico di gruppo con ragazzi e genitori. Ho lavorato anche nella comunità Exodus con i tossicodipendenti, nonostante la diversa storia alle spalle sono riuscita ad abbattere le barriere e ho conquistato la loro fiducia».

E oggi?

«Sono componente della direzione nazionale dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. Mi occupo del settore comunicazione e del Corriere dei Ciechi e sono referente nazionale del progetto "Stessa strada per crescere insieme" in collaborazione fra l'Uici e il Consiglio nazionale ordine degli psicologi. È nato come progetto di sostegno psicologico ai genitori dei bambini e ragazzi ciechi e ipovedenti ma abbiamo intenzione di estenderlo alle persone con difficoltà visiva, anziani o che hanno perso la vista da adulti».

Perché ha deciso di tornare in università?

«Voglio completare la mia formazione, nel 2016 mi sono iscritta a Scienze della comunicazione, ho finito gli esami e sto preparando la tesi sull'analisi degli stili di conduzione dei programmi di approfondimento politico. Sono spesso in giro per l'Italia, ho imparato a studiare in treno, mentre viaggio. Non mi fermo».

Così Katia continua a riscrivere la sua vita e aiuta gli altri a fare lo stesso.

di Simona Ballatore

Istruzione - Quando è utile la presenza in aula dell’assistente di base? di Marco Condidorio

Giornale UICI del 06-11-2018

Oggi trattiamo la figura dell’assistente di base, altrimenti conosciuta anche come assistente per il sostegno igienico-personale e/o sanitario e per l’autonomia motoria e accompagno.

Diverse sono le ragioni per cui richiedere l’assistente di base, figura normata dalla legge e regolamentata in ogni regione, non solo per il fatto che la stessa svolga una assistenza piuttosto delicata, ma anche perché immaginiamo quante sono le figure professionali a ruotare attorno all’alunno/studente durante la sua permanenza a scuola, in aula: docente curriculare; quello per il sostegno didattico; il più delle volte l’educatore tiflologico o assistente alla comunicazione e quando indispensabile, anche l’assistente di base.

Quali sono i compiti dell’assistente di base?

Quando è utile prevederne la presenza e per quante ore?

A chi risponde questa figura professionale?

Quale deve essere il suo curriculo formativo?

Chiunque può essere assistente di base?

Ricorderemo tutti che il primo segmento dell’inclusione scolastica consiste nell’avere personale formato e competente; ed infatti la scuola ha il compito di prevedere corsi di formazione per gli addetti all’assistenza di base.

Il 30 novembre 2001 con la nota 3390, il Ministero dell’Istruzione, oltre a fornire un quadro completo su quelli che sono gli aspetti normativi afferenti i servizi di assistenza ed educativi, evidenzia la centralità del lavoro di rete, quello che avrebbe dovuto realizzarsi, allora e che ancora oggi non abbiamo, a causa della loro mancata scrittura e conseguente realizzazione e cioè “gli accordi di programma” previsti dalla legge quadro 104/92 tra la scuola, gli enti locali e le associazioni.

L’assistenza di base concorre con quella didattica ed educativa alla luce, evidentemente del progetto unitario con tutti gli attori e le figure professionali del percorso di inclusione, scritto entro la cornice didattico-educativa del PEI.

Ma andiamo con ordine: Anzitutto, al di là della certificazione rilasciata dall’ASL di competenza, che stabilisce la necessità di affiancare all’alunno/studente l’assistente di base, per le diverse ragioni di cui vedremo più avanti, i genitori hanno il diritto di presentare la reale condizione di bisogno a cui l’assistente di base dovrà adeguare il proprio intervento che, lo evidenzio con assoluto intento formativo ed informativo, dovrà tener conto della dignità della persona e del rispetto dei tempi e delle richieste del discente medesimo, soggetto dell’intervento di assistenza igienico-personale o sanitaria o motoria piuttosto che di accompagno negli ambienti della struttura scolastica, dentro e fuori la stessa.

Ecco che quindi, il dialogo con i genitori è fondamentale per apprendere e comprendere il tipo d’approccio, quale metodologia più consona risponda all’intervento sull’alunno/studente.

Nulla centra con l’età o che l’alunno/studente sia nelle condizioni di intendere e volere piuttosto che altre situazioni fisico-intellettive, per ogni bambino, alunno o studente in situazione di cecità assoluta, di ipovisione lieve o grave e/o con minorazioni aggiuntive, l’intervento igienico-personale e sanitario richiede, oltre alle competenze proprie del ruolo, anche “l’empatia”; attitudine all’approccio immediato, non mediato con la persona che, per certi versi dipende parzialmente o totalmente da noi, non solo nell’istante dell’intervento ma, evidentemente lungo tutto l’arco temporale riferito alla sua permanenza a scuola, quando cioè il genitore, generalmente la mamma, è lontano dal luogo scolastico e pertanto non può soccorrere in aiuto in nessun caso.

Ma perché è così importante l’empatia in chi svolge il servizio di assistente di base?

Semplicemente perché nel momento del bisogno, fisiologico, fisico, materiale, il bambino, l’alunno o studente è solo; chi lo circonda, docenti, compagni di classe, non sempre conoscono i suoi bisogni, né dunque li sanno interpretare o comprendere.

E, cosa da non trascurare, anche per una propria dignità, sia la famiglia che lo stesso alunno o studente, potrebbero aver fatta esplicita richiesta di non diffondere le ragioni per le quali sia presente l’assistente di base.

E, elemento assolutamente da non trascurarsi, perché riguarda la soggettività della persona bisognosa, la stessa potrebbe avvertire forte imbarazzo negli istanti di richiesta di fronte ad una o un compagno con i quali ha legato particolarmente.

Nel contesto scuola, ambiente di tutti per tutti, ogni giorno quanti alunni e studenti soffrono in silenzio l’incompetenza e l’indelicatezza delle figure assegnategli talvolta con indifferenza e fretta, subendone tutta l’imposizione?

Molti sono i segnali che possono rappresentare la fenomenologia di quel che è il disagio dell’alunno o studente. Tocca agli insegnanti di classe o ai compagni, talvolta, di farsi carico delle criticità e riferirne a chi ha le competenze amministrative sul servizio, compresi gli stessi genitori.

Le mansioni dell’assistente di base, definito così per il fatto che la sua azione si riferisca a bisogni, che potremmo definire primari sono per esempio: accompagnare al bagno; aiutare a lavarsi le mani o altre parti del corpo; aiutare la persona durante il pasto, disporre gli oggetti sulla tavola o nel vassoio; e tutte le azioni riferite al momento del pranzo; entrare, uscire dalla struttura scolastica, muoversi dentro gli spazi della scuola; somministrare farmaci su precise indicazioni dei genitori, che a loro volta seguono un programma di somministrazione deciso dal personale medico;

Non va trascurato, mai, quanto l’intervento della figura professionale sia strategica per la crescita e la maturazione della persona e che la stessa abbia il più delle volte, piena cognizione del valore di quanto si stia facendo per la sua dimensione umana, di alunno o studente.

Perché questa sottolineatura?

Semplice, come scritto sopra, l’alunno o studente non sempre, pur avendone consapevolezza, riesce a dare voce ai propri bisogni né a quanto egli si senta gratificato per la soddisfazione degli stessi.

Quanto riusciamo a cogliere dell’emozioni, dei sentimenti, di ciò che prova la persona in situazione di disabilità fisica, sensoriale o entrambe?

E comunque, anche qualora dovessimo trovarci di fronte ad un bambino, alunno o studente in situazione di ridotta capacità cognitiva o gravi compromissioni intellettive, tali da comprometterne l’attività di apprendimento, l’attenzione e la cura per la persona e il rispetto della dignità, ivi compresa la sfera emotiva, vanno valorizzate e interpretate nel rispetto anzitutto della persona.

Ecco perché, al di là delle competenze professionali squisitamente tecniche, operative vi deve essere anche l’attitudine all’empatia e al rispetto.

Il dirigente scolastico, assieme alla famiglia, con tutti gli attori del processo, attuato ai fini dell’integrazione ha anche il ruolo di motivare il personale e di prevederne un intervento appropriato e costante, salutare e relazionale.

Mai sporadico, ridotto, demotivato, legato alle risorse economiche; ridurre l’intervento di base alla cornice economica, significa venir meno all’esercizio del diritto allo studio che, ai me può solo tradursi in violazione del diritto all’espressione della persona e alla sua libertà.

Il dirigente scolastico ha tutti gli strumenti normativi e obblighi etico-morali per attuare ogni tipo di servizio in favore del discente in situazione di cecità assoluta, parziale o di ipovisione lieve o grave, magari con minorazione aggiuntiva.

La stessa sentenza della cassazione n. 22786/16, ,pone un obbligo da parte dei collaboratori sull’assistenza materiale, su cui ancora oggi si attende un risvolto di carattere giuridico; e ciò nonostante, la stessa è comunque in vigore.

venerdì 2 novembre 2018

📚 "Inbook. Mostra di libri in simboli". Dal 5 al 15 Novembre al Centro culturale "Il Pertini" di Cinisello Balsamo

Quando: da Lunedì 5 Novembre a Giovedì 15 Novembre

Orario:
Lunedì dalle 14:00 alle 19:00
Martedì dalle 14:00 alle 19:00
Mercoledì dalle 10:00 alle 22:00
Giovedì dalle 10:00 alle 22:00
Venerdì dalle 10:00 alle 22:00
Sabato dalle 10:00 alle 19:00
Domenica dalle 14:00 alle 19:00

Dove: Centro Culturale Il Pertini
P.zza Confalonieri 3, Cinisello Balsamo (MI)

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Da Lunedì 5 Novembre a Giovedì 15 Novembre ci sarà una mostra che si chiama “Inbook” alla biblioteca "Il Pertini" nella città di Cinisello Balsamo.

Gli inbook sono libri scritti con parole e simboli. I simboli aiutano le persone con disabilità di comunicazione a capire e a conoscere cosa un libro racconta.

L’unione di parole e simboli si chiama Comunicazione Aumentativa e Alternativa.

La mostra che si chiama “Inbook” vuole spiegare:
- che è importante leggere ad alta voce da quando un bambino è piccolo;
- che cosa sono gli inbook;
- che cos’è la Comunicazione Aumentativa e Alternativa.

La mostra è un percorso gratuito per promuovere l'importanza della lettura ad alta voce a partire dall'infanzia e di una comunicazione accessibile per tutti.

In questo contesto si inseriscono gli inbook, libri tradotti in simboli a partire da libri di letteratura per l’infanzia, nati per rendere la lettura più accessibile e supportare la comprensione linguistica nei bambini con disabilità della comunicazione.

Durante il percorso sarà possibile capire meglio la loro storia ma anche comprendere cosa sia la Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA), ovvero quell’area della pratica clinica che cerca di compensare la disabilità temporanea o permanente di persone con bisogni comunicativi complessi.

Parola chiave di questo racconto, suddiviso in 14 pannelli, è inclusione: gli inbook sono infatti libri che vanno bene per tutti i bambini perché i simboli aiutano nella comprensione del testo e favoriscono la partecipazione del piccolo lettore. Sono quindi un importante strumento, non solo per supportare la comprensione linguistica ma anche di conoscenza e socializzazione.

La mostra è in collaborazione con il Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa di Milano-Verdello e con il Centro Culturale Il Pertini di Cinisello Balsamo

Scarica il volantino cliccando il link qui sotto

Com’eri vestita? Mostra itinerante contro gli stereotipi che colpevolizzano le vittime di stupri

Con il Patrocinio del Dipartimento Pari Opportunità e della Presidenza del Consiglio dei Ministri

9 – 11 NOVEMBRE 2018
CIRCOLO CULTURALE RICREATIVO PAOLO BENTIVOGLIO DELL’UNIONE ITALIANA CIECHI E IPOVEDENTI
via Bellezza, 16 - Milano

9 NOVEMBRE ore 17.00
Presentazione della mostra e dei suoi obiettivi a cura di Erica Monteneri, presidente del Circolo Paolo Bentivoglio del UICI di Milano e Alessia Guidetti, presidente dell’Associazione Libere Sinergie, alle autorità e agli intervenuti. Esposizione della prima panchina rossa tattile Con-Tatto a cura di Martina Gerosa, team leader PASSin realizzata con il supporto dello scultore Felice Tagliaferri.

10 NOVEMBRE 
dalle ore 10:00 alle ore 16:00 Presentazione della mostra alle scuole superiori (su prenotazione).

ore 17:00 Presentazione del libro di Nadia Muscialini e Mario De Maglie “In dialogo. riflessioni a quattro mani sulla violenza domestica”. Dibattito col pubblico presente. Modera il giornalista Claudio Arrigoni. Partecipa Allegra Magenta atleta paralimpica di scherma e tennis
Intermezzi musicali a cura di Silvia Zaru

11 NOVEMBRE
ore 15:30 Rappresentazione dello spettacolo “Il buio nel cuore” dedicato alla violenza contro le donne con l’attrice Patricia Conti della compagnia Macrò Maudit e Lorella e Michele della Compagnia dei Lettori.
Intermezzi musicali a cura di Giada Salerno 

Per prenotazioni ed informazioni contattare la segreteria al num. 0258302743 da martedì a sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.00 (Rif. Filippo)

Mappe, planimetrie in 3d e meno barriere. L'Emilia Romagna accessibile

La Repubblica del 31-10-2018

Monumenti in scala con descrizioni in braille, percorsi facilitati per non vedenti e disabili. Da Modena a Comacchio, da Reggio Emilia all'Appennino, guida al turismo per tutti.

MODENA. Da Modena a Comacchio, dall’Appennino a Reggio Emilia, il turismo in Emilia Romagna è sempre più senza barriere, per permettere alle persone con disabilità di godere a pieno di arte, cultura e natura della regione. Prima meta accessibile Modena, dove il Duomo, la Ghirlandina e Piazza Grande sono “a portata di mano” per i non vedenti e gli ipovedenti. Al piano terra del Municipio è infatti stato allestito un grande plastico tattile raffigurante i tre beni del centro storico della città dichiarati Patrimonio dell’Umanità Unesco. per consentire ai diversamente abili di cogliere con gli altri sensi l’unicità del sito romanico. Il percorso, accompagnato da didascalie in nero e in braille, si compone di due sculture in scala 1:1 del Duomo e due della Ghirlandina, realizzate in 3D, con un campione della stessa pietra con cui sono state scolpite.

A fianco è collocato un modello in scala 1:200 dell’intero Sito Unesco, con i profili degli edifici che si affacciano sulla piazza, ispezionabile all’interno e scomponibile in più parti, realizzato in resina sempre con stampa 3D. Completano il percorso tattile le riproduzioni realizzate in scala 1:1 di alcuni elementi scultorei: due mensole, una formella figurata e un semi-capitello. A Reggio Emilia, Palazzo Magnani si preoccupa di permettere a tutti di conoscere ed apprezzare l’arte informale. In occasione della mostra “Jean Dubuffet, l’arte in gioco. Materia e spirito 1943 – 1985”, che inaugura l’11 novembre, il percorso espositivo sarà arricchito dalla tridimensionalizzazione di alcuni lavori del pittore e scultore francese e da soluzioni idonee ad una fruizione delle opere secondo modalità facilitate, nella convinzione che l’arte sia via di accesso privilegiata al benessere di tutte le persone. L’iniziativa rientra nel Progetto Reggio Emilia città senza barriere, che entro il 2019 punta a superare le barriere architettoniche, ma anche mentali ed etiche, della città, per fare di Reggio un comune pilota in Italia e Europa in questa battaglia di civiltà. La retrospettiva di Palazzo Magnani dedicata a uno dei principali esponenti dell’Informale europeo esporrà 140 opere tra dipinti, disegni, grafiche, sculture, libri d’artista, composizioni musicali, poetiche e teatrali provenienti da musei e collezioni private di Francia, Svizzera, Austria e Italia, oltre a un nucleo di 30 lavori di protagonisti storici dell’art brut. Comacchio, conosciuta anche come la “piccola Venezia” emiliana ha messo a punto per i suoi visitatori con disabilità la guida Comacchio una destinazione per tutti.

Oltre a contenere una mappa dei percorsi accessibili per le persone con disabilità motorie (completa di indicazione dei parcheggi dedicati), che permettono di scoprire il fascino di canali e ponti in tutta tranquillità, propone un percorso culturale tra i monumenti della città e un itinerario naturalistico e ambientale, oltre all’elenco degli alberghi senza barriere. Anche alcune delle barche utilizzate per la visita alle affascinanti Valli di Comacchio sono accessibili a chi utilizza carrozzine manuali, mentre l’approdo ai tipici Casoni per la pesca all’anguilla, che presenta qualche difficoltà, è agevolato grazie all’aiuto di personale specializzato. Dalla laguna ai monti. All’insegna dello slogan “in montagna siamo tutti uguali”, Appennino Slow ha messo a punto un progetto che consente a non vedenti ed ipovedenti di vivere l’esperienza unica di un trekking di 8 giorni a piedi, lungo i 130 km tra Bologna e Firenze della Via degli Dei, percorso che ricalca gli antichi itinerari etruschi e romani tra l’Emilia e Toscana. Si parte da piazza Maggiore a Bologna in gruppi composti da un minimo di 8 persone e da 1 guida professionista, affiancata da 4 accompagnatori adeguatamente formati, per garantire la massima sicurezza a tutti i partecipanti, e si arriva a Firenze, in piazza della Signoria passando attraverso l'Appennino Tosco Emiliano.

di Giuseppe Ortolano

"Il corpo delle donne con disabilità ": un libro che dà anche speranza

Superando.it del 31-10-2018

Pubblicato da Sara Carnovali, “Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi” è certamente un testo adatto agli operatori del diritto, ma dovrebbe essere letto anche dalle stesse persone con disabilità e da chi, a qualunque titolo, si occupi di disabilità, perché può contribuire ad educare lo sguardo a mettere a fuoco situazioni che, per essere affrontate in modo appropriato, vanno colte nella loro complessità. Quando poi elenca una serie di buoni esempi e non solo le criticità, è anche un libro che dà speranza.

È stato pubblicato nel settembre scorso, per i tipi di Aracne Editrice, Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi, opera di Sara Carnovali, dottoressa di ricerca in Diritto Costituzionale (titolo conseguito all’Università di Milano), che si è abilitata all’esercizio della professione forense presso l’Ordine degli Avvocati di Milano ed è autrice di diverse pubblicazioni scientifiche in tema di diritti delle persone con disabilità, discriminazioni multiple, diritti sociali, migranti e giustizia costituzionale.

Come lascia intuire il sottotitolo, il testo ha un taglio giuridico e centra la propria attenzione sui diritti inerenti alla sfera sessuale e riproduttiva delle donne con disabilità, nonché sulla loro violazione (la violenza nelle sue molteplici forme). La scelta dell’àmbito d’indagine scaturisce dalla constatazione che le donne con disabilità sono esposte a discriminazioni multiple, derivanti dalla combinazione tra variabile del genere e variabile della disabilità, e anche dalla circostanza che tali diritti sono tra quelli meno esplorati dalla dottrina giuridica. Se infatti è relativamente facile trovare elaborati di taglio giuridico sui temi dell’inclusione scolastica e/o lavorativa delle persone con disabilità, altrettanto non si può dire per i diritti afferenti al corpo delle persone con disabilità, indagati in una prospettiva di genere. Ne consegue che l’opera di Carnovali è innovativa non solo per l’oggetto di indagine, ma anche, direi soprattutto, per aver compreso che l’unico modo per tutelare in modo adeguato i diritti delle donne con disabilità è quello di considerare l’intersezione tra il fattore “disabilità” e il fattore “genere” (prospettiva intersezionale).

L’analisi è condotta con rigore metodologico, e non si limita alla ricognizione delle norme emanate a vari livelli (nazionale, europeo e internazionale) e delle più significative pronunce giurisprudenziali, Carnovali, infatti, esamina i diritti in questione anche alla luce degli studi di genere e dei Feminist Disability Studies, e cerca in qualche modo di ricomporre e dare organicità a una produzione normativa che nei fatti è stratificata, frammentata e disomogenea. Un’operazione, questa, che le consente di rilevare anche alcune “aree grigie”, scoperte da consone tutele giuridiche, come quelle rappresentate da quelle situazioni in cui a subire violenza sia una donna con disabilità che non sia stata riconosciuta tale delle Istituzioni (e dunque formalmente non possa accedere alle misure di protezione riservate a chi ha una certificazione di disabilità), che non sia in grado di denunciare l’accaduto, e nelle quali il reato non sia perseguibile d’ufficio.

Rilevano inoltre nella trattazione, com’era prevedibile, situazioni di significative criticità, come quella rappresentata dalla disposizione normativa che consente al Giudice Tutelare di esprimersi riguardo all’interruzione di gravidanza di una donna interdetta, basandosi sulla relazione del medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o del medico di fiducia (articolo 13 della Legge 194/78, la Legge che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza), senza che sussista in capo al soggetto giudicante un obbligo tassativo di sentire la donna interessata, giacché la Legge stessa dispone che i soggetti interessati siano sentiti «se [il Giudice Tutelare, N.d.R.] lo ritiene opportuno». La norma, inoltre, considera solo il caso della donna interdetta, ma non dice niente su quale condotta tenere in relazione alla donna supportata da amministratore di sostegno e a una donna con disabilità sprovvista di certificazione di invalidità/handicap.

Questi citati sono solo due esempi tra i tanti che si possono trovare nella pubblicazione, e che inducono a riflettere in modo critico sull’effettivo godimento da parte delle donne con disabilità dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione.

Come già evidenziato, la pubblicazione ha un taglio giuridico, una caratteristica che potrebbe indurre qualcuno/a a pensare di essere in presenza di uno di quei “mattoni di astrattezza” che si potrebbero proficuamente utilizzare per dare stabilità ad un tavolino traballante. Non è così. In concreto tutta l’opera è “trapuntata” da numerose dichiarazioni di donne con disabilità che hanno il merito di ricordare ai lettori e alle lettrici che ciò di cui si sta trattando non sono situazioni ipotetiche, ma solide realtà. Eccone una: «Quando stavo crescendo, i miei genitori ed io abbiamo accettato il mito [dell’assessualità, N.d.A.] senza porci questioni. Abbiamo semplicemente dato per scontato che, poiché avevo una disabilità, non avrei potuto frequentare né trovare un partner, né avere dei figli. Da adolescente e giovane adulta, ho messo da parte ogni speranza di una vita sociale e mi sono concentrata sui miei studi. Non mi è mai capitato di avere nessun’altra alternativa, che potessi avere al tempo stesso una carriera e una vita romantica» (dichiarazione di Harylin Rousso, ricercatrice, psicoterapeuta, donna con disabilità e una delle maggiori attiviste americane per il riconoscimento e la garanzia dei diritti umani delle persone con disabilità; traduzione a cura di Sara Carnovali, citazione riportata a pagina 319 dell’opera in esame).

Eccone un’altra: «Sono stata portata nella clinica. Mi è stato detto che mi dovevano togliere l’appendice. Io non sentivo alcun dolore, ma ho fatto quello che mi dicevano. Altre quattro di noi hanno avuto l’intervento quel giorno. Io non sapevo quel giorno che la mia vita sarebbe stata rovinata per sempre» (testimonianza di Leilani Muir, donna con disabilità che ha subito un intervento di sterilizzazione forzata, traduzione a cura di Sara Carnovali, citazione riportata a pagina 363 dell’opera in esame).

"Il corpo delle donne con disabilità" è certamente un testo adatto agli operatori del diritto, ma dovrebbe essere letto anche dalle stesse persone con disabilità e da chi, a qualunque titolo, si occupi di disabilità. Questo perché – al di là dell’indubbia rilevanza della sua trattazione giuridica – soprattutto in Italia, le discriminazioni multiple non ricevono ancora adeguata attenzione e protezione perché non se ne parla a sufficienza, e anche perché il nostro sguardo non è avvezzo a guardare alla violenza, alla sessualità e ai diritti riproduttivi delle donne con disabilità in una prospettiva intersezionale, preferendo concentrarsi su una variabile alla volta (o il genere, o la disabilità). Leggere opere come questa può senza dubbio contribuire ad educare lo sguardo a mettere a fuoco situazioni che, per essere affrontate in modo appropriato, devono necessariamente essere colte nella loro complessità.

Chi scrive si occupa di disabilità al femminile da vent’anni, e di violenza nei confronti delle donne con disabilità da una decina. Chi ha fatto questo tipo di percorso non ha bisogno di fare grandi riflessioni per cogliere lo straordinario valore del Corpo delle donne con disabilità. Esso è il frutto di un imponente lavoro di ricerca, riorganizzazione, sistematizzazione della materia che, per quel che mi risulta, non ha eguali nel nostro Paese. Non c’era, adesso c’è! Mentre leggevo il libro, questo pensiero si faceva ricorrente. Ogni capitolo, ogni sezione, era fonte di sollecitazioni e, in qualche modo, mi trasmetteva delle vibrazioni.

Nel primo capitolo, ad esempio, è affrontato in termini generali il tema delle discriminazioni multiple, e in particolar modo di quelle intersezionali, vale a dire quelle in cui le diverse variabili interagiscono e si influenzano vicendevolmente, dando origine a un tipo di discriminazione particolare, i cui esiti sono qualcosa di più e di diverso dalla semplice somma degli effetti discriminanti prodotti dalle singole variabili interessate. In esso trovo qualche conferma e una sorpresa. Le conferme: né l’ordinamento giuridico italiano, né quello europeo hanno affrontato in modo esplicito il tema delle discriminazioni multiple. La sorpresa: lo hanno fatto, sia pure con modalità differenti, il Regno Unito, la Francia, la Bulgaria e, per qualche secondo, mi sono immaginata con le valigie in mano!

Il secondo capitolo, altro esempio, tratta il tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità, mettendo in evidenza in modo chiaro ed esaustivo le caratteristiche peculiari che essa può assumere, nonché le dinamiche relazionali e le numerosissime barriere che fanno sì che per queste donne, intraprendere percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sia oggettivamente molto più complesso che non per le donne senza disabilità.

Rispetto a questo tema mi preme sottolineare due aspetti. Uno riguarda l’individuazione di strumenti di protezione predisposti per evitare che nell’àmbito del procedimento penale le vittime di violenza particolarmente fragili incorrano nella cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, subendo, dunque, ulteriori discriminazioni nelle varie fasi del processo. A tal fine vengono individuate modalità protette che possono consistere nell’evitare il contatto visivo tra la vittima e l’autore del reato con l’impiego di paraventi o specchi unidirezionali, nel permettere alla stessa di essere sentita in remoto, nello svolgere l’udienza a porte chiuse. Ciò che rende interessantissimo questo aspetto è la circostanza che nel testo esso sia analizzato in modo specifico in relazione alla protezione delle donne con disabilità vittime di violenza.

L’altro aspetto riguarda il tema della generale inaccessibilità dei servizi antiviolenza. Solitamente, quando si parla di questo tema le persone concentrano la propria attenzione sulle barriere architettoniche e, in generale, sull’inacessibilità fisica (materiale) degli ambienti. Non che questo sia sbagliato, ma è certamente parziale, giacché per rendere accessibile un ambiente e un servizio – qualunque tipo di servizio – a tutte le persone con disabilità, è necessario pensare anche all’accessibilità delle informazioni e dei canali di comunicazione. Ecco, normalmente questo aspetto o non è considerato o, se presente, è abbastanza contenuto, mentre nell’opera di Carnovali esso è ben valorizzato non solo in relazione ai servizi antiviolenza, ma anche rispetto alle altre tematiche affrontate nella pubblicazione, presentandosi come una costante. Se consideriamo l’impatto che questo tipo di inacessibilità ha nella vita delle donne con disabilità sensoriale e di quelle con disabilità intellettive e psichiche, non può sfuggire l’importanza di questa attenzione.

Credo infine che un altro grande merito del Corpo delle donne con disabilità sia quello di sforzarsi di individuare una possibile risposta operativa alle molteplici criticità riscontrate. Perché la denuncia va bene, ma non possiamo fermarci alla denuncia.

Sotto questo profilo, si rivela emblematica la scelta, operata dall’Autrice, di segnalare, nella parte conclusiva del libro, tutti i progetti realizzati e/o in essere volti a superare la discriminazione multipla delle donne con disabilità nelle aree del riconoscimento del diritto all’espressione della sessualità, dell’accesso ai servizi sanitari (in particolar modo quelli inerenti la salute sessuale e riproduttiva), e del contrasto alla violenza. Infatti, pur registrandosi ancora nel nostro Paese un pesante ritardo culturale nelle aree considerate, esistono tuttavia dei buoni esempi ai quali è possibile fare riferimento. E se è vero – come osserva Carnovali – che questi esempi sono ancora poco conosciuti, è pur vero che il testo offre, a chi vuole, l’opportunità di informarsi.

Quest’ultima considerazione mi permette di affermare che Il corpo delle donne con disabilità non è semplicemente un valido strumento operativo per promuovere i diritti fondamentali delle donne con disabilità che afferiscono alla dimensione del corpo, ma è anche un testo che dà speranza.

Simona Lancioni,

Responsabile di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa), nel cui sito il presente approfondimento è già apparso. Viene qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

lunedì 29 ottobre 2018

Accessibilità a 360 gradi nei musei del Friuli Venezia Giulia

Il Gazzettino del 28-10-2018

SACILE. Accessibilità a 360 gradi nei musei del Friuli Venezia Giulia con un'impronta sacilese. L'iniziativa ha origine nell'Isontino grazie a Gorizia ConTatto. Nata nel 2017 con l'obiettivo di rielaborare alcuni monumenti del patrimonio artistico del territorio (e non) come sculture, edifici ed altri elementi strutturali usufruibili dai non vedenti e ipovedenti, questa attività si sta affermando sempre di più in regione e sta coinvolgendo diverse realtà friulane. Una parte di queste espressioni artistiche sono state rielaborate appositamente nel e dal laboratorio digitale liventino Loudlab. Le menti Mattia Gottardo e Ruben Camponogara giovani imprenditori di questa officina all'avanguardia di Sacile inaugurata nel 2016 - hanno lavorato per creare una scansione 3D di alcuni busti bronzei risalenti alla metà del diciottesimo secolo. In questo modo sono state realizzate delle copie identiche all'originale, fruibili all'analisi tattile delle persone non vedenti. Per la precisione, si tratta della riproduzione di due dei sei busti di metà Settecento creati dallo scultore tedesco Franz Xaver Messerschmidt. Non raffigurazioni normali, bensì smorfie ed espressioni al limite del grottesco create dall'autore stesso, fatte presumibilmente per ricreare quelle espressioni originate dai pizzicotti che il tedesco era solito dare al suo viso di fronte ad uno specchio. Elementi di grande impatto visivo ai quali Gottardo e Camponogara hanno saputo dare una nuova forma. Ossia, una serie di modelli di plastica biocompatibile (Pla) scansionati ed ora esposti al palazzo della Fondazione Coronini/Cronberg, onlus di Gorizia. Per rendere amichevole questi busti, nella parte sottostante compare un invito: Vietato non toccare. Una esortazione insolita che rovescia i soliti standard di guardare, ma non toccare che possono aleggiare in altri musei. «Questo lavoro è sicuramente uno dei più sentiti per noi» hanno detto Gottardo e Camponogara. Un'esperienza da non dimenticare, assieme a quella della premiazione dello scorso mese. A settembre infatti i due imprenditori si sono aggiudicati l'attestato per esempio di innovazione artigiana da parte della Confartigianato Imprese di Pordenone.

di Alessio Tellan

I presidi chiamano ma non trovano nessuno

Il Giorno del 28-10-2018

La coperta è corta. «Da gennaio cambia l'iter per l'assegnazione delle ore. Temiamo forti tagli».

MILANO. «I dirigenti scolastici vivono una situazione paradossale: chiedono più ore di sostegno, perché servono, ma hanno quasi paura di ottenerle perché sanno che poi non riescono a trovare gli insegnanti». Così Massimiliano Sambruna, segretario della Cisl Scuola, spiega il corto circuito. «È un cane che si morde la coda - continua - la situazione è più grave alle elementari. Mancano insegnanti abilitati, si continuano a chiamare supplenti, per i docenti su posto comune molte scuole sono già passate alle messe a disposizione». E siamo ormai a novembre. Per cercare di porre rimedio a un'emergenza cronica serve un piano. «Siamo riusciti ad aumentare il numero dei posti disponibili per la formazione specialistica degli insegnanti di sostegno - ha annunciato nei giorni scorsi il ministro all'Educazione ed ex provveditore milanese Marco Bussetti -. Erano previsti 10mila l'anno e siamo riusciti a raggiungere i 40mila per i prossimi tre anni. Si inizia con 14 mila». Nel frattempo però c'è un anno scolastico ancora da avviare. «Nella mia come in altre scuole la situazione è disperata - spiega Alessia Corsi, insegnante di sostegno all'istituto superiore Marignoni Polo e delegata Usb -. Non ci sono abbastanza insegnanti di sostegno per rispondere ai bisogni degli studenti». Al Marignoni ne mancano all'appello ancora sei, oltre a inglese e biologia; l'insegnante di italiano in una prima è arrivata questa settimana. COSA non funziona? «Le procedure di reclutamento prima di tutto, con concorsi a spot - continua Corsi - un percorso disincentivante, perché per due anni si lavora gratis. Tre quarti dell'organico di fatto viene chiamato a partire da ottobre e termina a giugno, le procedure sono in ritardo e visto che gli abilitati non sono sufficienti si prendono persone che, non per colpa loro, sono sprovviste di strumenti». L'anno prossimo ci sarà un'aggravante. «Già il fabbisogno di ore è al ribasso, dal primo di gennaio le ore saranno distribuite dai famigerati Git, gruppi per l'inclusione territoriale, un organismo amministrativo non pedagogico e verrà meno la possibilità di fare ricorso. Temiamo tagli con la mannaia». In tutto questo c'è chi è insegnante di sostegno per scelta, come la stessa Alessia Corsi, che ha lasciato la cattedra di Lettere per dedicarsi al sostegno dei ragazzi e della classe a tempo pieno. «Sono rimasta profondamente colpita da questa esperienza: quando entri in contatto con una realtà come quella della disabilità non puoi rimanere indifferente. Mi sento più utile qui e ho la possibilità di intervenire su tutta la classe, è un lavoro gratificante anche se faticoso, a livello emotivo e pratico. Con questi numeri si fanno i salti mortali». (Si.Ba.)

sabato 27 ottobre 2018

Un nuovo bastone innovativo e tecnologico per i non vedenti

La Gazzetta di Mantova del 27-10-2018

MANTOVA. «Un bastone speciale che garantisce più sicurezza e autonomia ai disabili visivi». Letismart "luce" e "voce" è stato presentato ieri ed è «un nuovo apparecchio che si compone di due elementi da inserire sul normale bastone bianco per non vedenti». 

La versione "luce" emette una fonte luminosa bianca e pulsante ogni qualvolta la persona sia in condizioni di scarsa luminosità esterna grazie all'utilizzo di un sistema di rilevamento della luce ambientale. Risultato: è più visibile per pedoni, ciclisti e automobilisti e garantisce maggior sicurezza nella mobilità.

Letismart "voce", contiene invece un sistema di segnalazioni decodificabili con tatto e udito, e informa il non vedente su quello che lo circonda, grazie a una rete di radiofari progettati per essere posizionati nei vari contesti dell'ambiente urbano come semafori, autobus, negozi, uffici pubblici e per dare indicazioni di vie, piazze o lavori in corso. «Fornisce le informazioni che una persona normo vedente legge o intercetta, molte più rispetto a un tradizionale sistema gps, senza bisogno di adeguamenti invasivi o particolarmente costosi sul bene pubblico» spiega l'ideatore Marino Attini illustrando il bastone assieme alla presidente "Unione ciechi e ipovedenti" di Mantova Mirella Gavioli e all'assessore ai lavori pubblici Nicola Martinelli. Al momento "Letismart luce" è operativo, mentre il "voce", è in una fase di sperimentazione e i dati sono in continuo aggiornamento. «L'auspicio è che non vedenti e ipovedenti possano riconoscere questi strumenti come supporti per sicurezza e autonomia, per poter vivere una vita sempre più inclusa in una città che sta compiendo passi avanti per sviluppare strategie a sostegno dell'accessibilità delle persone affette da questa disabilità» sottolinea la Gavioli.

di Luca Scattolin

Mostra Forma Mentis – Estetica del tatto al Museo Omero

Press-IN anno X / n. 2266

Vivere Ancona del 27-10-2018

Inaugura sabato 27 ottobre alle ore 18 la mostra "Forma Mentis - Estetica del tatto" e sarà al Museo Tattile Statale Omero fino al 25 novembre 2018. 

In esposizione 24 lavori degli artisti Sandro Bartolacci, Toni Bellucci, Giancarlo Costanzo, Marjan Fahimi, Claudio Fazzini, Bruno Gripari, Chira, Massimo Palumbo, Claudio Pantana, Monica Rafaeli, Gualtiero Redivo, Fabio Zeppa. 

La mostra nasce da un’idea di Sandro Bartolacci e Claudio Fazzini dell’Associazione Culturale “Don Quijote” di Fermo che così raccontano il progetto: “L'arte moderna si confronta con la scrittura Braille, elevandola a modello estetico. In una sintesi di visione e tattilità le opere di 12 artisti vengono percorse da occhi e mani in una doppia lettura: materica e concettuale. Frasi storiche, motti, citazioni o personali aforismi divengono la poetica sottostante la materia utilizzata per esprimerla. L'opera invita al racconto, dialoga con il senso che ne da Forma e ne intercetta le intenzioni. L'occhio si tramuta in mano e la mano in occhio, entrambi strumenti dell'artista e del fruitore.”

Aldo Grassini, presidente del Museo Omero, parlando del Braille parte integrante delle opere esposte sottolinea come “Quei segni in rilievo, oltre che le parole, richiamano mani che leggono, teste che pensano, cuori che pulsano, occhi non più prigionieri dell'ombra. Quei segni sono il simbolo di una schiavitù che getta via le proprie catene e d'un'umanità che si redime da una colpa mai commessa, la colpa di esser diversa, debole, indifesa.”

E' previsto un catalogo con testo critico dello storico dell'arte Massimo Bignardi.
Il catalogo sarà disponibile nella versione vocale grazie a un QRcode di rimando al sito dell'Associazione Culturale "Don Quijote".

Patrocinio: Museo Tattile Statale Omero, Tactus - Centro per le Arti Contemporanee, la Multisensorialità e l'Interculturalità.
Sponsor: Terribili Raimondo nastri trasportatori - Vini Santa Liberata.

INFO
Mostra Forma Mentis – Estetica del tatto
Ingresso libero.
27 ottobre – 25 novembre 2018
Orario: dal martedì al sabato 16-19; domenica e festivi 10-13 e 16-19.
Ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura.
Museo Tattile Statale Omero Ancona.
Mole Vanvitelliana Tel. 0712811935 www.museomero.it - info@museoomero.it
Associazione culturale "Don Quijote" Via Tenna 18 - 63025 Rapagnano (FM)

venerdì 26 ottobre 2018

La fascinazione delle scuole e degli istituti speciali, di Salvatore Nocera*

Superando.it del 26-10-2018

«Di fronte ai disservizi vissuti dagli alunni con disabilità – scrive Salvatore Nocera – può arrivare il “canto delle sirene” delle scuole speciali, che convincono le famiglie ad iscrivere i figli presso tali istituzioni emarginanti, Per contrastare questa deriva, oltre che a una mobilitazione culturale basata sulle tante buone prassi di inclusione realizzate in Italia, occorre porre subito rimedio alle disfunzioni lamentate. In caso contrario, c’è il rischio che il marketing delle scuole e degli istituti speciali possa gravemente danneggiare quanto di positivo abbiamo finora realizzato»

Da qualche anno si sente sempre più spesso che i genitori di alunni con disabilità vengono invitati o chiedono di iscrivere i propri figli a scuole e istituti speciali.

Contrariamente a quello che si crede, le scuole e gli istituti speciali non sono mai stati aboliti in Italia; anzi, l’articolo 328 del Testo Unico della Legislazione Scolastica, approvato con il Decreto Legislativo 297/94, le ha consacrate normativamente addirittura sia come scuole statali che come private.

Di questi tempi, a causa anche della cattiva qualità dell’inclusione scolastica, purtroppo realizzata in un numero crescente di scuole statali, si è aperta una campagna pubblicitaria per stimolare l’iscrizione in scuole speciali, decantandone le meraviglie. E che spesso si tratti di bei locali, riccamente arredati, risponde alla pubblicità di marketing. E tuttavia, non si tiene conto dello scotto che queste ragazze e ragazzi pagano, entrando in locali ben reclamizzati, ma senza contatti normali con il mondo esterno. Sì, talora vengono organizzati incontri con volontari, per non far sentire troppo soli questi allievi, ma non sono i rapporti spontanei che si instaurano nelle classi comuni, dove ormai da cinquant’anni l’Italia cerca di inserire, integrare e includere gli alunni con disabilità.

Abbiamo tantissimi esempi di inclusione riuscita con giovani con disabilità che escono dalle scuole e trovano un lavoro o rimangono in contatto quotidiano con i compagni e le compagne di scuola. Però ci sono casi di cattiva inclusione e questo fa scadere nell’immaginario collettivo i vantaggi dell’inclusione. Anzi, questi casi, diffusi dalla stampa e dai social-media, spingono le famiglie a cominciare a pensare all’opportunità offerta dalle scuole e dagli istituti speciali.

Si pensi, ad esempio, ai casi di mancato funzionamento del servizio di trasporto gratuito alle scuole pubbliche, del ritardo nella nomina dei docenti per il sostegno o della loro girandola di anno in anno e talora durante lo stesso anno, o anche della mancata nomina di assistenti per l’autonomia e la comunicazione e della mancata assistenza igienica a scuola, per sopperire alla quale spesso le famiglie vengono invitate a recarsi in classe, per pulire i figli privi del controllo degli sfinteri.

Si pensi ancora alla quasi totale assenza di progetti individuali di vita delle persone con disabilità voluti dall’articolo 14 della Legge 328/00, Legge di riforma dei servizi sociali, richiamato dall’articolo 6 del Decreto Legislativo 66/17, attuativo della cosiddetta Buona Scuola.

Si pensi infine all’abbandono della buona prassi degli Accordi di Programma, che hanno permesso, specie al Nord Italia, di realizzare il coordinamento tra i diversi servizi territoriali che rendono praticabile il progetto di vita individuale.

A questo punto arriva il “canto delle sirene” delle scuole speciali, che convincono le famiglie ad iscrivere i loro figli con disabilità presso tali istituzioni emarginanti, scaricando però la famiglia di tutte le preoccupazioni e le cause legali che esse debbono affrontare per l’inclusione nelle scuole comuni.

Nelle scuole speciali, quali strutture totali, l’organizzazione pensa a tutto. La famiglia è sollevata da ogni preoccupazione: è una situazione assai allettante, quella prospettata dalle scuole speciali!

Per contrastare questa deriva, oltre che a una mobilitazione culturale basata sulle numerosissime buone prassi di inclusione realizzate in Italia, occorre porre immediatamente rimedio alle disfunzioni lamentate. Occorre far sì che i disservizi cessino e che le famiglie siano soddisfatte della qualità dell’inclusione realizzata. In caso contrario, c’è il rischio che il marketing delle scuole e degli istituti speciali possa gravemente danneggiare quanto di positivo abbiamo realizzato in Italia.

E in clima di populismo politico, i timori di una regressione sociale in questo campo, ampliati dai social-media, sono forti

di Salvatore Nocera,

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), della quale è stato vicepresidente nazionale.