giovedì 7 gennaio 2021

Un milione e mezzo alla ricercatrice che riabilita i bambini con disabilità visiva

Startup Italia del 07/01/2021

GENOVA. Monica Gori, 40enne ricercatrice nelle neuroscienze, è una delle vincitrici degli Starting Grant concessi dallo European Research Council (ERC). Un milione e mezzo di euro andranno per un progetto che porterà a dispositivi per migliorare l'orientamento nello spazio dei piccolissimi con disabilità visiva.

“La ricerca mi ha condotto lì”, a cercare di correggere la disabilità visiva nei bambini: spiega così Monica Gori, 40 anni, ricercatrice a capo dell’Unità per le persone con disabilità visiva dell’Istituto di tecnologia di Genova, il suo percorso verso il campo delle neuroscienze e in particolare della riabilitazione. “Non ho vissuto nessuna esperienza in prima persona”, racconta a StartupItalia, “ma nei miei studi mi sono sempre concentrata sulla visione, chiedendomi cosa succedesse qualora mancasse”. In particolare nel caso dei bambini, “analizzandone lo sviluppo nei primi anni di vita”.

Aiutare i bambini con problemi di vista a orientarsi nello spazio

Oggi con il suo team lavora negli ospedali per supportare la riabilitazione visiva pediatrica. A settembre scorso è stata insignita di uno dei massimi premi nell’ambito della ricerca, lo ‘Starting Grant’ dello European Research Council (ERC) destinato ai più promettenti progetti scientifici. La cifra è consistente: un milione e mezzo di euro. L’obiettivo, prosegue Gori, “è creare dispositivi per aiutare i più piccoli con deficit visivi a non perdere aspetti della crescita come il gioco, il camminare o il correre”. Metterli nelle condizioni di muoversi nello spazio pur non disponendo della vista, e intervenendo quando lo sviluppo del cervello è ancora embrionale. La vista “fa da colla tra udito e tatto verso lo spazio che ci circonda”, ad esempio per prendere un cellulare che sta squillando. Esistono mappe cerebrali, “ma nei non vedenti dalla nascita non è chiaro come le coordinate fornite da udito e tatto possano essere messe insieme”. Ed è questo che si andrà a studiare, a partire da giugno.

Oltre tre milioni dall’Europa

La ricercatrice non è nuova a progetti europei nell’ambito della disabilità visiva. Ne ha già coordinati due per un totale di 3,5 milioni di euro. Il primo è Abbi, che ha consentito di testare la funzionalità di un braccialetto sonoro per non vedenti dai 3 agli 8 anni. Anche qui lo scopo era potenziare l’orientarsi nello spazio, specie nel gioco, e migliorare la socialità. E poi WeDraw, “per imparare la matematica attraverso la multisensorialità” fa sapere Gori. Un sistema che ha attivato la De Agostini, “ma al momento rallentato a causa della pandemia”.

All’estero per soli cinque mesi

Quello di Gori non è stato un percorso da classico ricercatore in fuga dall’Italia: “Sono stata solo cinque mesi a Berkley” fa sapere. Anche se la ribalta internazionale a un certo punto è arrivata grazie a una pubblicazione che dimostrava come “i bambini fino agli otto anni di età non sapessero mettere insieme le informazioni che gli arrivano dai sensi”. L’articolo fu premiato nel 2008 dalla commissione internazionale F1000 che valuta i migliori lavori sulle scienze.

Tutto è partito dalla psicologia

E pensare che tutto è iniziato con la psicologia, “più esattamente una branca sperimentale chiamata psicofisica, all’Università di Firenze” ripercorre Gori. “Si occupa di studiare i modelli cerebrali per poi applicarli ai robot e sviluppare nuove tecnologie per la riabilitazione”. Alle neuroscienze si avvicina con un PhD in tecnologie umanoidi al Cnr di Pisa. “Con l’ingegneria potevo applicare con più facilità ciò che studiavo” commenta. In seguito il trasferimento a Genova. Nel percorso conosce i professori Giulio Sandin e a David Burr, “i mentori che mi hanno insegnato a ragionare”.

Il premio europeo dopo anni di ricerca

Il premio Erc è il coronamento di anni di ricerca. Un lavoro non semplice perché Gori è anche mamma di tre bambini rispettivamente di 13 mesi, 5 e 7 anni. “Conciliare tutto è stato possibile anche grazie a mio marito, di mestiere ingegnere robotico” riconosce. “Ci vuole tanta organizzazione, ma noi ci diamo manforte, siamo intercambiabili nei nostri ruoli”. Nessuna discriminazione neppure al lavoro, “anche se cerco di non far pesare le mie esigenze”. E non c’è stato nessuno in famiglia a fare da apripista: “Sono stata la prima laureata in famiglia, i miei sono fotografi”. Da loro ha però ereditato l’attitudine all’arte: “Ho frequentato il liceo artistico e tuttora dipingo”. E anche nella scienza “continuo a cercare l’arte”.

Sanofi Pasteur e StartupItalia dichiarano che gli autori dei post e gli speaker che prendono parte alle dirette hanno ottemperato agli adempimenti previsti in tema di conflitto di interesse.

di Ilaria Mariotti

mercoledì 6 gennaio 2021

“Limitless”, il digitale accessibile per anziani con disabilità visiva

SuperAbile INAIL del 06/01/2021

Un progetto sperimentale dell’Istituto Cavazza di Bologna per formare over 65 ciechi o ipovedenti nell’utilizzare strumenti informatici nella vita quotidiana, dalla spesa online ai servizi bancari. “La pandemia ha aggravato l'isolamento, le tecnologie possono aiutare ad abbattere i confini”.

BOLOGNA. Le tecnologie come possono favorire l’inclusione di anziani con disabilità visiva? “Limitless” è il progetto sperimentale dell’Istituto dei ciechi Francesco Cavazza di Bologna, che ha lo scopo di facilitare l’accesso alle risorse digitali alle persone cieche o ipovedenti in età avanzata. Una formazione coinvolgerà 50 partecipanti, che acquisiranno le abilità necessarie per utilizzare le risorse digitali e le tecnologie informatiche per svolgere azioni quotidiane, come ordinare la spesa online o accedere ai servizi bancari.“Semplicità, sicurezza, connessione e accessibilità sono le parole chiave del progetto Limitless – afferma Federico Bartolomei, ortottista dell’Istituto Cavazza e ideatore del progetto –. La terza età è caratterizzata da una scarsa diffusione dei dispositivi informatici. Inoltre, l’elevato numero di gravi minorazioni visive possono pregiudicare l’uso degli stessi anche fra chi ne avrebbe la competenza. Crediamo sia molto importante agire per rendere la rete un luogo accessibile anche a chi soffre di disabilità visiva. Durante il periodo di abilitazione metteremo a disposizione di ogni partecipante i dispositivi informatici necessari, utilizzando la formula del teleconsulto, strategia compatibile con le attuali esigenze di distanziamento sociale”.

L’obiettivo, quindi, è quello di migliorare la capacità degli over 65 di usare strumenti digitali, favorendone l’autonomia e la socialità, negli aspetti principali della vita quotidiana: dal pagamento delle tasse ai servizi della pubblica amministrazione, dalla mobilità ai giochi e al tempo libero, fino alla lettura e alla comunicazione. Il percorso si articola in due momenti: nel primo sono valutate le abilità visive delle persone coinvolte, le loro competenze informatiche e il livello di autonomia nelle diverse attività di ogni giorno. A questo seguirà la divisione in piccoli gruppi e, dopo un primo momento introduttivo in presenza, verranno organizzati incontri formativi in remoto, nel rispetto delle normative anti Covid-19.

La pandemia ha aggravato il problema dell’isolamento sociale per la fascia di popolazione più anziana, soprattutto se affetta da cecità o ipovisione. Le normative per contenere il contagio e il conseguente lockdown hanno dimostrato che una minor capacità di accedere a risorse digitali comporta l’esclusione dall’utilizzo dei più moderni sistemi di comunicazione e di accesso ai servizi primari e non. In Italia si stima che situazioni di grave limitazione visiva siano presenti nel 5,4 per cento di chi ha più di 65 anni e nel 8,6 per cento di chi ha più di 75 anni di età, dati che assumono maggior rilievo se si pensa che la popolazione anziana rappresenta circa il 35 per cento della popolazione italiana.

“Si tratta di un progetto nuovo in Italia che potrebbe diventare modello di buone pratiche da estendere a tutto il territorio nazionale – afferma Mario Barbuto Presidente nazionale dell’unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti –. Il digitale, se reso inclusivo, potrebbe essere una risposta alle esigenze di comunicazione e socializzazione delle persone appartenenti alla terza e quarta età”.

Vita indipendente: quell' "imparare a nuotare" da soli che va al di là di ogni legge

InVisibili Blog del 06/01/2021

C’è un diritto per le persone con disabilità che emerge come un’esigenza sempre più diffusa: quello alla vita indipendente e all’inclusione nella vita sociale. Su questo tema in Lombardia recentemente la LEDHA ha stilato una proposta di legge regionale di cui abbiamo già parlato. 

Questa regione, inoltre, da oltre 3 anni sta portando avanti il progetto L-inc. Come la proposta di legge sopra citata, il progetto si basa sull’articolo 19 della Convenzione Onu. Per L-inc. si è creata una sinergia tra diverse istituzioni: ANFFAS Lombardia, i comuni di Cinisello Balsamo, Cusano Milanino, Cormano e Bresso, LEDHA, UICI Lombardia, le cooperative sociali Arcipelago, Torpedone e Solaris, Anffas Nord Milano, le Università Statale di Milano (Dipartimento di Diritto Pubblico e Costituzionale) e di Milano Bicocca (Dipartimento di Sociologia) e l’Azienda consortile IPIS.

L- inc è concepito come un grande laboratorio dove la persona è messa al centro con i suoi bisogni e i suoi desideri, diventando, pertanto, artefice del proprio progetto di vita indipendente. Il metodo adottato, quindi, si basa sulla flessibilità e sulla personalizzazione. Vengono utilizzati due strumenti: il “Budget di progetto” e il “Budget di salute”. Il primo è l’insieme delle risorse economiche, professionali e umane disponibili per realizzare il percorso di vita indipendente. Il “Budget di salute“, invece, rappresenta le attività, le azioni e i servizi.

Ma come affrontano il percorso verso la vita indipendente delle persone con disabilità gli altri Paesi? Ecco due esperienze del tutto diverse tra loro, quella dell’Inghilterra e quella della Svizzera, di cui ho esperienza diretta.

In Inghilterra il progetto si basa sul Budget di Progetto personalizzato. La centralità della persona con disabilità ha origine negli anni 80 con l’Indipendent Living Movement (movimento per la vita indipendente). In questo contesto, il Personal Budget è un’agenda governativa, e in quanto tale, eroga servizi socio–assistenziali in tutto il Paese. Ricevere un Personal Budget, almeno a livello teorico, significa essere a conoscenza dell’entità delle risorse a disposizione (in termini di importo) per la soddisfazione dei bisogni, poter scegliere come utilizzare queste risorse e se gestirle direttamente o se demandare la gestione a un ente pubblico o a un ente terzo.

Il progetto L-inc, rispetto al Personal Budget inglese ha una potenzialità maggiore perché, avvalendosi anche del Budget di Salute, ha a disposizione una buona rete tra tutte le risorse, umane, professionali ed economiche. Ciò significa che il progetto milanese accompagna la persona con disabilità presa in carico in tutte le fasi del percorso per il raggiungimento della vita indipendente, mentre in Inghilterra il progetto ha solo il ruolo di monetizzare l’entità del sostegno.

Completamente diversa è la situazione in Svizzera. Essendo uno Stato federale, composto da 26 cantoni autonomi, per la vita indipendente e l’integrazione sociale delle persone disabili, come per tutte le altre decisioni sulla vita comunitaria, non ci sono leggi o regolamenti nazionali. Generalmente i singoli cantoni organizzano laboratori, residenze e centri diurni per favorire sia l’integrazione lavorativa, sia varie forme di vita indipendente. Per quella che è stata la mia esperienza personale posso affermare che la Svizzera, anche se non si avvale di strumenti legali come il Personal Budget e il Budget di Salute, dal punto di vista pratico è molto attenta e propositiva al fine di rendere indipendenti le persone con disabilità.

Per molto tempo sono stata in cura in un centro di riabilitazione nel Canton Grigioni. Qui ho sperimentato che, nei casi di una disabilità non grave, si dà molta importanza a “far nuotare” da solo il paziente il prima possibile. Non appena la sue condizioni lo permettono, nei periodi di trattamento viene alloggiato in mini appartamenti attrezzati con semplici, ma utili accorgimenti. Per me, all’inizio, non è stato per nulla facile: ero in preda allo sgomento. Poi ho capito, e condiviso, questo criterio. Secondo il quale l’essere indipendente è di per sé molto più importante del camminare o del muoversi nel miglior modo possibile. Nonostante ciò, ero assalita da mille paure, come lo scottarmi mentre cucinavo, il rimanere chiusa in casa perché non riuscivo a girare la chiave nella toppa, e molte altre cose. Contrariamente ai miei timori e al fatto che fui costretta a superare questa dura prova molto lontano da casa, in un paese straniero di cui non conoscevo la lingua, sono riuscita ad acquisire ogni giorno sempre maggiori capacità e consapevolezza di autogestione. Due sono stati i grandi supporti: il sostegno psicologico che mi diede l’équipe medica, giorno dopo giorno, nel convincermi di quanto fosse importante per me alzare l’asticella costantemente; e i piccoli-grandi accorgimenti di cui era dotato l’appartamento, che garantivano una totale sicurezza. Come le pentole con un manico lungo, i rubinetti-miscelatore, il tappetino antiscivolo per la doccia, le piastre elettriche per cucinare. Ausili che possono sembrare banali, ma che per le persone con difficoltà sono stati fondamentali nella gestione delle attività quotidiane. Oggi essere riuscita a dipendere il meno possibile è molto di più di un successo pratico: è una questione di orgoglio.

Il 23% dei disabili senza lezioni: il lockdown ha colpito i più fragili

Il Giorno del 06/01/2021

MILANO. I più penalizzati in questi mesi sono stati gli alunni con disabilità: il 23% di loro durante il primo lockdown è stato completamente escluso dalla didattica a distanza. A fotografare la situazione è l'Istat nel suo rapporto "L'inclusione scolastica degli alunni con disabilità". Nell'anno scolastico 2019-2020 è cresciuto ancora il numero di alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane (+ 13mila, il 3,5% degli iscritti), in Lombardia sono 45.337 (14.823 nella provincia di Milano). In crescita anche il numero di insegnanti per il sostegno, con un rapporto alunno insegnante a livello nazionale migliore delle previsioni di legge, ma il 37% non ha una formazione specifica e ci sono disparità tra regione e regione. A livello nazionale il rapporto alunno/assistente è pari a 4,6; nel Mezzogiorno cresce a 5,5, con punte massime in Campania e in Molise dove supera, rispettivamente, la soglia di 14 e 11 alunni con disabilità per ogni assistente. La presenza di assistenti aumenta nelle regioni del Centro e del Nord (4,4) raggiungendo i livelli più alti nella Provincia Autonoma di Trento, in Lombardia e nelle Marche, con un rapporto che non supera la soglia di 3,1 alunni per assistente. Nel 37% dei casi si selezionano i docenti per il sostegno dalle graduatorie degli insegnanti su posto comune, senza formazione specifica per supportare al meglio l'alunno con disabilità. Questo fenomeno è più frequente nelle regioni del Nord, dove la quota di insegnanti curricolari che svolgono attività di sostegno sale al 47%. In una scuola su quattro mancano anche le postazioni informatiche per gli alunni con disabilità. Oltre alle certificazioni di disabilità in costante aumento, crescono gli alunni con bisogni educativi speciali: quest'anno sono 60mila in più, rappresentano l'11% degli iscritti nella scuola secondaria e il 6,5% nella scuola primaria di primo grado. (Si.Ba.)

lunedì 4 gennaio 2021

Disabilità, un vocabolo da riscrivere

InVisibili Blog del 04/01/2021

Parliamo di disabilità in continuazione e ora pensiamo sia arrivato il momento di assumerci la responsabilità di definire una volta per tutte il significato del lemma disabilità sulle pagine di un giornale. Questo nella speranza di fornire una definizione che venga accolta nei dizionari, dove è diffusa una disconoscenza, un’arretratezza, da superare.

Partiamo dall’etimologia del termine disabilità. Il vocabolo è costituito dal prefisso dis- seguito dal termine abilità. Il prefisso dis- introduce un concetto negativizzante rispetto al sostantivo che gli succede: disconosciuto, disconosciuto, disinibito e via dicendo. In origine, dunque, il termine disabilità nasce per indicare qualcosa di divergente rispetto al concetto di abilità.

Lo stesso paradigma si applica al corrispondente inglese, da prendere prevalentemente in considerazione poiché i moderni concetti sulla disabilità prendono vita in ambito anglosassone, segnatamente negli Stati Uniti. Bisogna perciò rilevare che secondo il dizionario etimologico inglese on-line, il termine disabilità proverrebbe dal 1570 e si intenderebbe come «mancanza di potere, forza o abilità» (“want of power, strength, or ability” from dis- + ability). Secondo la stessa fonte, nel 1640 il vocabolo assume la forma di «incapacity in the eyes of the law», letteralmente si traduce in «incapacità negli occhi della legge», che ricondurrebbe a incapace di intendere e volere.

Per incontrare il termine in un’accezione molto vicina a quella di oggi dobbiamo arrivare al 1980, con il documento dell’Organizzazione mondiale della sanità chiamato Icidh-80 (international classification of pairments, disabilities and handicaps – classificazione internazionale delle menomazioni, disabilità ed handicaps). Va detto che il termine disabile aveva fatto la sua comparsa nel 1975 con la dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone disabili, ma è nel 1980 che la disabilità viene definita compiutamente in un documento internazionale di classificazione. E qui il vocabolo si veste di un significato che può essere considerato come segue: limitazione dell’agire umano rispetto a uno standard in conseguenza di una menomazione e in grado di dare luogo all’handicap, ovvero a uno svantaggio sociale (vedi Intervista col disabile, Minnie Luongo, Antonio Giuseppe Malafarina, Franco Angeli, 2007, cap 1).

In questo periodo la disabilità è un qualcosa che riguarda strettamente la salute del soggetto, cioè l’approccio alla questione disabilità è di tipo sanitario. La disabilità dipende da una menomazione e produce handicap in maniera sequenziale. Ed è questo che rappresenta uno dei maggiori limiti di questa visione, ovvero che tutto debba essere consequenziale: prima la menomazione, intesa come anomalia fisica o psichica, quindi eventualmente la disabilità, concepita come inattitudine rispetto a un modello, e infine il probabile svantaggio rispetto alla società che ne conseguirebbe, definito handicap (per i filologi segnalo che la fonte bibliografica è la stessa).

La svolta avviene nel 2001, sempre a cura dell’Organizzazione mondiale della sanità, con l’Icf (international classification of functioning, disability and health – classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e salute). Qui cambia l’approccio, cioè si passa dal modello medico a quello biopsicosociale, «spostando il focus dalla visione riduttiva della disabilità come meramente legata alla menomazione fisica o psichica ai bisogni dell’ambiente della persona», sostiene la dottoressa Matilde Leonardi. Con l’ICF si inizia a considerare decisamente la persona con le proprie condizioni di salute in rapporto all’ambiente. Là dove per ambiente si intende il contesto attorno alla persona. Sono ambiente fattori come: l’ambito sociale, culturale, economico, fisico, tecnologico e via dicendo.

La stessa Matilde Leonardi, dottoressa e ricercatrice dell’istituto neurologico Besta di Milano, che dal 1995 fa parte del gruppo di ricerca dell’Oms che ha dato luogo all’ICF e ha portato il documento in quasi tutto il mondo, definisce così la disabilità: «Rapporto sfavorevole fra una persona con le sue condizioni di salute e ambiente». Da cui consegue che «ogni persona in qualunque momento della vita, può avere una condizione di salute che in un contesto sfavorevole diventa disabilità». Ne abbiamo parlato nell’intervista per questo blog intitolata La classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute (Icf), un documento che ha cambiato il mondo. Per quelli che sdegnano la citazione di siti, fare riferimento al menzionato Intervista col disabile.

Ma che la disabilità sia legata al rapporto fra persona e ambiente emerge anche dal maggior documento sui diritti delle persone con disabilità nel mondo (in Italia legge 18/09): la convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, del 2006. Nel suo preambolo si afferma che «la disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri».

La convenzione è un documento di impronta politica, ovvero che ha fatto i conti con i punti di vista dei diversi Stati dell’Organizzazione, dunque non spaventi il fornito giro di parole che se ben letto non porta altro che al ritorno del concetto dell’Oms: rapporto persona con proprie condizioni di salute e contesto.

La disabilità, quindi, che cos’è? Innanzitutto è un concetto in evoluzione, come pure sostiene la citata convenzione nel suddetto preambolo. Attualmente è un rapporto. Un rapporto sfavorevole fra persona con le sue condizioni di salute e ambiente circostante. Da questo consegue che il prefisso dis- non deve trarci in inganno. Non deve spaventarci la forma rispetto al contenuto. Come la berlina era una carrozza un tempo mentre oggi è un’automobile, così prima la disabilità era qualcosa che deviava dall’abilità mentre ora consiste in un rapporto. I puristi della lingua direbbero che a parità di significante è cambiato il significato. Il significante è il termine, il significato è il contenuto cui il termine si riferisce. È successo qualcosa di analogo a quando si ristruttura un vecchio palazzo: l’esterno rimane uguale e l’interno viene totalmente ammodernato.

Mi accingo a concludere ma tutto questo era necessario per avvalorare l’istanza di un cambiamento della definizione del termine disabilità contenuto nei dizionari finanche in maniera discordante.

La disabilità, a voce di Matilde Leonardi, a seguito dell’analisi della Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute e della convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, pertanto in conseguenza di dichiarazioni di Organizzazione mondiale della sanità e Organizzazione delle Nazioni Unite, deve essere definita così: «La disabilità è un concetto in evoluzione e oggigiorno concerne il rapporto sfavorevole fra persona con le proprie condizioni di salute e ambiente».

La disabilità, ricorda lo studioso del linguaggio della disabilità Claudio Arrigoni, può essere temporanea o permanente, ovvero riguardare il soggetto per un breve lasso della sua esistenza o durevolmente. E l’affermazione proviene proprio dalla considerazione della Leonardi che «ogni persona in qualunque momento della vita, può avere una condizione di salute che in un contesto sfavorevole diventa disabilità».

La disabilità può riguardare tutti, pertanto. E riguarda tutti, effettivamente, poiché se risiede nel rapporto persona ambiente e dell’ambiente fa parte la comunità, ne consegue che ogni essere umano è coinvolto nel processo disabilità. Chi in quanto persona con disabilità propriamente detta, chi elemento della società su cui ricade la responsabilità di modellare un ambiente favorevole attorno alla persona.

Mantenendo gli occhi aperti sull’evoluzione del concetto, noi tutti di InVisibili speriamo di trovare presto questa definizione nei vocabolari. Senza pregiudizi verso il prefisso dis- e dediti a sostenere una cultura che idealmente rimuova il prefisso dis- dal termine disabilità per una cultura delle abilità. Un ambiente, cioè, dove non ci siano preconcetti verso le abilità degli altri.

di Antonio Giuseppe Malafarina

Sostegno negato: Anief vince in Corte d’Appello e tutela i diritti degli alunni con disabilità

Orizzontescuola del 04/01/2021

La Corte d’Appello di Roma conferma l’illegittimità della mancata attribuzione del corretto numero di ore di sostegno e condanna il Ministero per evidente discriminazione, confermando anche il diritto della famiglia dell’alunno disabile al risarcimento del danno subito per ogni mese di mancato apporto delle ore di sostegno necessarie.

Marcello Pacifico (Anief): “Questa è una bella pagina di Giurisprudenza scritta dalla Corte d’Appello di Roma sul diritto del minore disabile al corretto numero di ore di sostegno e al risarcimento del danno in caso di mancata attribuzione delle ore previste dal PEI. Siamo orgogliosi di aver ottenuto ragione grazie alla nostra azione legale gratuita che abbiamo denominato “Sostegno: non un’ora di meno!” promossa a tutela degli alunni con disabilità e delle loro famiglie”.

Anche la lesione di tipo morale è ipotizzabile nei casi di insufficiente attribuzione dell’insegnante di sostegno, questo quanto emerge a chiare lettere dalla recente sentenza della Corte d’Appello di Roma ottenuta grazie alla professionalità e alla competenza dei legali Anief Walter Miceli, Ida Mendicino e Andrea Maresca nell’azione promossa a tutela dei diritti di un alunno disabile iscritto in una scuola primaria della capitale per cui già in primo grado l’Anief aveva ottenuto giustizia. La Corte d’Appello di Roma, nel respingere in toto l’appello proposto dal Ministero dell’Istruzione, ha confermato come sia “evidente che per l’alunno disabile la privazione dell’insegnante di sostegno si configura in astratto sia come danno relazionale che come sofferenza interiore per lesione di diritti costituzionalmente garantiti” e come una “lesione di tipo relazionale, quale conseguenza della fruizione di un numero inferiore di ore rispetto a quello previsto dal PEI, determina senz’altro una perdita sia sotto il profilo della didattica sia sotto quello, altrettanto importante, dell’integrazione nell’ambito della classe di appartenenza”.

“La sentenza ottenuta dai nostri legali – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – è davvero una bella pagina di Giurisprudenza perché evidenzia come la presenza dell’insegnante di sostegno risulti fondamentale per l’attuazione dei principi costituzionali relativi all’istruzione, all’inclusione di tutti i soggetti, anche quelli con diversità, all’eguaglianza dei cittadini, secondo l’interpretazione dell’art. 3 della Costituzione. Anche sulla sussistenza del danno cagionato all’alunno la sentenza è chiara e conferma quanto da sempre sostenuto dal nostro sindacato – continua il presidente Pacifico – i Giudici hanno, infatti, individuato il danno negli effetti che la, seppur temporanea, diminuzione delle ore di sostegno provoca sulla personalità del minore, privato del supporto necessario a garantire la piena promozione dei bisogni di cura e istruzione. Non possiamo che essere soddisfatti del risultato ottenuto e confermiamo il nostro impegno per assicurare a tutti gli alunni il corretto numero di ore di sostegno. Proseguiremo su questa strada ribadendo in tutte le sedi opportune anche la necessità di immediata trasformazione in organico di diritto di tutti i posti attivati ‘in deroga’ in modo da procedere anche alla stabilizzazione dei docenti di sostegno che da tanti anni assicurano con professionalità l’inclusione e l’istruzione dei nostri alunni più fragili”.

La sentenza targata Anief, dunque, conferma che il diritto al corretto apporto didattico con l’insegnante di sostegno non può in nessun caso essere violato essendo “innegabile che la privazione dell’insegnante di sostegno ha l’effetto, per il disabile, di vedere compromessi in astratto l’apprendimento e l’inclusione, in quanto è innegabile che senza assistenza personalizzata e senza la persona che si occupi di spiegare e formulare programmi e attività adeguati alle specifiche patologie dell’allievo, questi si colloca nel gruppo classe in maniera del tutto diversa dagli altri, con proporzionale compromissione della sua crescita umana e culturale in relazione all’assenza dell’assistenza adeguata in spregio al dettato costituzionale di cui agli artt. 2 e 3 della Carta fondamentale”.

L’Anief ricorda che con l’iniziativa “Sostegno: non un’ora di meno!” fornirà gratuitamente alle famiglie la tutela legale necessaria e le istanze di accesso agli atti che potranno essere richieste all’indirizzo e-mail sostegno@anief.net; dallo stesso indirizzo riceveranno, inoltre, tutte le informazioni utili comprese le istruzioni per presentare alla scuola le istanze e il successivo contatto con il legale Anief per procedere con il ricorso gratuito.

Giornale UICI del 04/01/2021

In questa giornata che celebra l’importanza del Braille per l’integrazione e l’autonomia dei non vedenti e che quest’anno ricorre nel pieno di una gravissima pandemia mondiale,

L’UNIONE ITALIANA CIECHI E IPOVEDENTI DENUNCIA:

le persone con disabilità visiva sono tra le più esposte al contagio perché è soprattutto attraverso il tatto che possono interagire con il mondo e compiere gli atti fondamentali della vita.

Chiediamo al Ministro Speranza e al Commissario Arcuri massima attenzione e priorità nell’accesso alla vaccinazione per le persone non vedenti ormai allo stremo dopo mesi di emergenza.

In occasione del 4 gennaio, data di nascita di Louis Braille, si celebra la Giornata Mondiale dell’alfabeto Braille: un sistema inventato nel 1829 che ha cambiato completamente il modo di vivere di milioni di persone con disabilità visiva, e che ancora oggi è indispensabile per scrivere, leggere e comunicare.

L’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, l’organizzazione nazionale che rappresenta le istanze di circa 2 milioni di cittadini ciechi assoluti e ipovedenti, coglie l’occasione di questa importante ricorrenza per richiamare l’attenzione sullo stato di emergenza in cui versano le persone con disabilità visiva nel corso della pandemia, chiedendo massima attenzione e impegno alle Istituzioni del Paese.

“I disabili visivi – commenta Mario Barbuto, Presidente dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti – sono tra le persone rese più esposte al rischio di contagio, così come confermato anche da documenti ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pensiamo infatti che per un cieco o un ipovedente il tatto è il principale veicolo di esplorazione e interazione con il mondo esterno, ed essenziale per muoversi nello spazio, studiare a distanza, lavorare, acquistare beni di necessità, evitare pericoli, come dimostra anche l’adozione ormai universale del sistema Braille basato appunto su punti in rilievo percepibili solo al tatto. Ne consegue che sono proprio i ciechi tra i soggetti più esposti al rischio virus e che necessitano di priorità e attenzione particolare in questa fase di programmazione degli accessi alla vaccinazione. A questo riguardo – prosegue Barbuto – come Unione siamo anche disponibili a mettere a disposizione le nostre strutture capillari sul territorio e la nostra conoscenza delle problematiche dei non vedenti per studiare le modalità più opportune per provvedere al più presto alla loro vaccinazione, sia pure nel rispetto delle priorità già definite”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel mondo vi siano 1.3 miliardi di persone con problemi visivi, di cui 36 milioni affette da cecità totale. Per il non vedente, il sistema braille, basato su 6 punti in rilievo che possono combinarsi e corrispondere a lettere dell’alfabeto, numeri, segni di interpunzione, simboli matematici, informatici, musicali e chimici, è lo strumento imprescindibile per la sua autonomia e integrazione nel tessuto sociale, scolastico, lavorativo e culturale di qualsiasi comunità.