mercoledì 18 marzo 2020

Stop ai compiti senza relazione: la nota del MIUR sulla didattica a distanza

Vita.it del 18.03.2020

«Il solo invio di materiali o la mera assegnazione di compiti, che non siano preceduti da una spiegazione relativa ai contenuti in argomento o che non prevedano un intervento successivo di chiarimento o restituzione da parte del docente, dovranno essere abbandonati, perché privi di elementi che possano sollecitare l’apprendimento»: firmata da Max Bruschi la nota sulla didattica a distanza. Un paragrafo sugli alunni con disabilità.

«Le attività di didattica a distanza, come ogni attività didattica, per essere tali, prevedono la costruzione ragionata e guidata del sapere attraverso un’interazione tra docenti e alunni. Qualsiasi sia il mezzo attraverso cui la didattica si esercita, non cambiano il fine e i principi. […] Il solo invio di materiali o la mera assegnazione di compiti, che non siano preceduti da una spiegazione relativa ai contenuti in argomento o che non prevedano un intervento successivo di chiarimento o restituzione da parte del docente, dovranno essere abbandonati, perché privi di elementi che possano sollecitare l’apprendimento. La didattica a distanza prevede infatti uno o più momenti di relazione tra docente e discenti, attraverso i quali l’insegnante possa restituire agli alunni il senso di quanto da essi operato in autonomia, utile anche per accertare, in un processo di costante verifica e miglioramento, l’efficacia degli strumenti adottati, anche nel confronto con le modalità di fruizione degli strumenti e dei contenuti digitali – quindi di apprendimento – degli studenti, che già in queste settimane ha offerto soluzioni, aiuto, materiali. È ovviamente da privilegiare, per quanto possibile, la modalità in “classe virtuale”».

È arrivata ieri la nota con le indicazioni operative per la didattica a distanza del MIUR, firmata da Max Bruschi, neo dirigente al Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione. La nota si apre con «un sincero grazie [va] a tutti coloro che hanno voluto e saputo governare l’emergenza ed esserci» e si chiude con un «Siamo tutti consapevoli della sfida che il Paese tutto sta affrontando e che richiede a ciascuno sacrifici e responsabilità nei comportamenti. La scuola è in prima linea perché ritiene che la cultura sia un fattore decisivo perché il nostro Paese sappia affrontare, superare e vincere la battaglia in corso. Nessuno deve essere in sosta, in panchina, a bordo campo. “Ibi semper est victoria, ubi concordia est”». L’obiettivo della nota, ferma restando l’autonomia di ogni scuola, è dare un quadro rispetto alla sostenibilità operativa, giuridica e amministrativa della didattica a distanza, cominciando dai tanti problemi legati alla privacy degli studenti.

«La didattica a distanza, in queste difficili settimane, ha avuto e ha due significati. Da un lato, sollecita l’intera comunità educante, nel novero delle responsabilità professionali e, prima ancora, etiche di ciascuno, a continuare a perseguire il compito sociale e formativo del “fare scuola”, ma “non a scuola” e del fare, per l’appunto, “comunità”. Mantenere viva la comunità di classe, di scuola e il senso di appartenenza, combatte il rischio di isolamento e di demotivazione. Le interazioni tra docenti e studenti possono essere il collante che mantiene, e rafforza, la trama di rapporti, la condivisione della sfida che si ha di fronte e la propensione ad affrontare una situazione imprevista. Dall’altro lato, è essenziale non interrompere il percorso di apprendimento», si legge nella nota.

Un paragrafo specifico è dedicato agli alunni con disabilità, il cui «punto di riferimento rimane il Piano educativo individualizzato». La nota afferma che «la sospensione dell’attività didattica non deve interrompere, per quanto possibile, il processo di inclusione.Come indicazione di massima, si ritiene di dover suggerire ai docenti di sostegno di mantenere l’interazione a distanza con l’alunno e tra l’alunno e gli altri docenti curricolari o, ove non sia possibile, con la famiglia dell’alunno stesso, mettendo a punto materiale personalizzato da far fruire con modalità specifiche di didattica a distanza concordate con la famiglia medesima, nonché di monitorare, attraverso feedback periodici, lo stato di realizzazione del PEI». Poiché ciascun alunno con disabilità, in Italia, «è oggetto di cura educativa da parte di tutti i docenti e di tutta la comunità scolastica» - ricorda la nota – «è richiesta una particolare attenzione per garantire a ciascuno pari opportunità di accesso a ogni attività didattica». È inoltre «compito del Dirigente scolastico, d’intesa con le famiglie e per il tramite degli insegnanti di sostegno, verificare che ciascun alunno o studente sia in possesso delle strumentalità necessarie»: la nota ricorda che i Centri Territoriali di Supporto (CTS), gestiscono l’assegnazione di ausili e sussidi didattici destinati ad alunni e studenti con disabilità e che oltre alle apparecchiature hardware, possono essere acquistati e concessi in uso anche software didattici (https://ausilididattici.indire.it).

Un altro paragrafo è dedicato agli alunni con DSA e con Bisogni educativi speciali non certificati, in cui si fa cenno anche a ciò che il DS deve fare qualora avesse nelle sue scuole alunni ricoverati presso le strutture ospedaliere o in cura presso la propria abitazione.

di Sara De Carli

Il Terzo Settore non si ferma

Superando.it del 18.03.2020

«Non ci fermiamo – aggiunge Fiaschi – e continueremo ad andare avanti, anche se molte nostre realtà sono state messe in ginocchio da questa crisi sanitaria e sociale: Circoli e Associazioni chiusi, attività rallentate, operatori e lavoratori che non possono proseguire con le loro iniziative. E siamo preoccupati anche per l’impegnativa ricostruzione che ci attenderà dopo l’emergenza»: a dirlo è Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, che commenta con favore le misure approvate a sostegno delle organizzazioni di Terzo Settore nel Decreto cosiddetto “Cura Italia.

«Le misure approvate a sostegno delle organizzazioni di Terzo Settore vanno nella direzione giusta»: a dirlo è Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, organismo cui aderisce anche la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), commentando il Decreto cosiddetto “Cura Italia”, prodotto il 16 marzo dal Governo.

«Questa crisi – sottolinea Fiaschi – sta colpendo duramente anche il nostro mondo, che non è solo un pezzo importante della nostra vita sociale, ma anche dell’economia del Paese, con i suoi 6 milioni di volontari, gli oltre 800.000 occupati e un valore economico pari al 4% del Prodotto Interno Lordo (PIL). L’emergenza in atto ci sta mettendo a dura prova. Le nostre organizzazioni, i volontari e gli operatori stanno affrontando con coraggio e responsabilità questo momento difficile, dando un sostegno fondamentale ai cittadini più fragili e con più difficoltà. Tanti volontari e tanti operatori stanno continuando a fornire servizi ad anziani soli o persone malate o con disabilità, a minori, persone con dipendenze, a senza fissa dimora e migranti, attivandosi anche con forme di sostegno a distanza. La nostra missione resta intatta: non lasciare indietro né solo nessuno».

Nello specifico del Decreto “Cura Italia”, «il testo – dichiarano dal Forum – contiene diversi provvedimenti specifici per il Terzo Settore, a partire dalla previsione della cassa integrazione in deroga, per lavoratori di qualsiasi datore di lavoro e di qualsiasi dimensione, compresi, appunto, gli Enti del Terzo Settore. Viene poi prorogato al 31 ottobre il termine, attualmente fissato al 30 giugno, per l’adeguamento degli Statuti delle Organizzazioni di Volontariato (ODV), Associazioni di Promozione Sociale (APS) e ONLUS, che potranno approvare i propri bilanci entro il 31 ottobre prossimo. E anche per le imprese sociali il termine per l’adeguamento alla Riforma del Terzo Settore viene portato al 31 ottobre. E ancora, i servizi educativi e scolastici sospesi potranno essere forniti con modalità alternative attraverso forme di coprogettazione con gli Enti Locali, mentre è prevista anche per ODV, APS e ONLUS la sospensione dei versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria. Non mancano nemmeno misure di sostegno al lavoro estese a tutto il Terzo Settore e provvedimenti fiscali a sostegno delle famiglie e delle imprese, tutelando le persone con disabilità e le loro famiglie con misure compensative di sostegno anche domiciliare. Infine, il Decreto sostiene anche il settore della cultura e quello sportivo».

«Non ci fermiamo – aggiunge Fiaschi -, non lo abbiamo mai fatto e continueremo ad andare avanti, compatibilmente con le disposizioni di legge. Molte delle nostre realtà sono state messe in ginocchio da questa crisi sanitaria e sociale: Circoli e Associazioni chiusi, attività rallentate, operatori e lavoratori che non possono proseguire con le iniziative nelle quali erano impegnati. E la nostra preoccupazione va anche al dopo emergenza, poiché la ricostruzione sarà molto impegnativa e richiederà un impegno forte da parte di tutti quanti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: stampa@forumterzosettore.it (Anna Monterubbianesi).

martedì 17 marzo 2020

Rendere subito operative le disposizioni del Decreto “Cura Italia”

Superando.it del 17.03.2020

Dopo avere espresso ieri, anche sul nostro giornale, il loro generale apprezzamento per il cosiddetto Decreto Legge “Cura Italia” approvato dal Consiglio dei Ministri, le organizzazioni FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) ribadiscono altresì «la necessità di rendere immediatamente operative quelle disposizioni e in particolare quelle che riguardano le persone con disabilità e le loro famiglie»

Dopo avere espresso ieri, su queste stesse pagine, il loro generale apprezzamento per il cosiddetto Decreto Legge “Cura Italia” approvato dal Consiglio dei Ministri, le organizzazioni FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) ribadiscono altresì «la necessità di rendere immediatamente operative quelle disposizioni e in particolare quelle che riguardano le persone con disabilità e le loro famiglie».

«I nostri uffici, le nostre sedi, i nostri operatori – si legge a tal proposito in una nota diffusa dalle Federazioni, a firma dei rispettivi presidenti Vincenzo Falabella e Nazaro Pagano – sono stati, com’era da attendersi, subissati da richieste di indicazioni, chiarimenti e suggerimenti da parte di migliaia di persone e famiglie. Domande che, in larga misura, non possono al momento ottenere risposte credibili e certe, anche per i coni d’ombra presenti in alcuni passaggi del Decreto. Per questo sollecitiamo l’emanazione di Circolari da parte dell’INPS e del Dipartimento della Funzione Pubblica, ad esempio circa la corretta interpretazione delle disposizioni in materia di permessi aggiuntivi, di congedi parentali, di accesso allo status parificato al “ricovero ospedaliero” per i lavoratori con disabilità o immunodepressi o con esiti di patologie oncologiche».

«È importante inoltre – proseguono le Federazioni – attivare le Regioni, tutte, circa l’applicazione dei servizi alternativi ai centri diurni e all’attivazione dei servizi domiciliari, in particolare per le persone con più intenso carico assistenziale».

«Sono urgenze evidenti – conclude la nota – e ribadite in ogni momento dalle persone e dalla famiglie sulle quali si è riversato un carico ulteriore a quello già severo sopportato in precedenza. Dal canto nostro offriamo come sempre la più ampia disponibilità nella ricerca delle soluzioni e nella diffusione delle più corrette informazioni». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it.


lunedì 16 marzo 2020

Coronavirus, lo psicologo che aiuta i disabili nell’emergenza

Il Fatto Quotidiano del 16.03.2020

"Evitare di abbuffarsi di infografiche e restare connessi con chi si ama".

Jacopo Casiraghi, psicologo e psicoterapeuta, intervistato da ilfattoquotidiano.it spiega perché in questi momenti è fondamentale stare vicino alle persone più fragili emotivamente: "Distanza fisica non significa mancanza di vicinanza emotiva. Le nuove tecnologie ci aiutano: impariamo ad usarle per il bene di tutti".

MILANO. Sono ore molto difficili per l’Italia che affronta l’emergenza coronavirus. Lo sono ancora di più per chi, come i disabili, vive una situazione di fragilità emotiva e rischia di essere maggiormente esposto alla malattia. Così, in questi momenti, l’assistenza psicologica rappresenta uno strumento fondamentale. Ne è convinto, tra i vari esperti, anche Jacopo Casiraghi, psicologo e psicoterapeuta, responsabile del Servizio di psicologia al Centro Clinico Nemo Milano situato all’interno dell’Ospedale Niguarda e psicologo di riferimento dell’associazione Famiglie Sma, oltre che autore di “Lupo racconta la Sma”. Intervistato da ilfattoquotidiano.it, racconta quali sono i suggerimenti e le strategie per affrontare queste ore di grande incertezza e difficoltà.

Quali sono le misure portate avanti per il sostegno psicologico a distanza per i disabili gravi?
Spesso le persone con disabilità motoria hanno nel corso degli anni già attivato una consulenza, un lavoro psicologico a distanza: le nuove tecnologie ci permettono con WhatsApp, Facetime o Skype, solo per citare i più noti, di fare degli efficaci colloqui non stando a contatto diretto. Da questo punto di vista era una prassi già comune prima del diffondersi del Covid-19 pertanto ritengo che, proprio in questi giorni, anche da indicazioni del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi e degli Ordini degli Psicologi Regionali, sia sempre più importante garantire il sostegno psicologico a distanza non solo per le persone con disabilità ma per l’intera popolazione.

Come sta procedendo?
Ho convertito da due settimane tutta la mia attività di psicoterapia privata a distanza chiudendo “fisicamente” il mio studio, ma organizzando con chi desidera e “se la sente” dei colloqui a distanza. La trovo una scelta etica, non per la mia sicurezza, ma per ridurre il rischio di essere vettore inconsapevole del virus. Il suggerimento “se puoi resta a casa” deve entrare nella testa di tutti e io, nel mio piccolo, sto contribuendo non solo nei comportamenti durante il tempo libero ma anche in quelli professionali.

Quali sono i suoi suggerimenti per evitare allarmismo e prevenire ansia o psicosi?
Quello che al momento ci dicono i virologi è che il virus in circa il 20% dei contagiati provoca il ricovero ospedaliero, in alcuni casi persino la terapia intensiva. Non c’è evidenza che una persona con diversa abilità debba rientrare per forza in quel 20% maggiormente critico. Quello che suggerisco è un vademecum in quattro passi: 1) seguire le istruzioni dell’Istituto Superiore di Sanità e del governo; 2) filtrare con grande attenzione le fonti delle notizie. Purtroppo online sono reperibili numerose e confuse fake news che non aiutano a mantenere la calma; 3) pur rimanendo aggiornati è bene evitare di abbuffarsi di notizie catastrofiche e di infografiche circa l’aumento degli infetti e i morti. Si tratta di una epidemia e i numeri sono per forza terrorizzanti. Quello che possiamo fare è focalizzarci sui comportamenti corretti per evitare i rischi maggiori: igiene personale, evitare i luoghi affollati, se possibile rimanere a casa; 4) suggerisco di stare a domicilio ma di non esiliarsi dai rapporti interpersonali a distanza: telefonare, scrivere, chattare, è importante rimanere connessi alle persone che si amano.

Gestisce diverse decine di persone di età e genere differenti, con malattie diverse. Come si affronta questa fase?
Da quando è scattata l’emergenza Covid-19 il mio telefono e la mia professionalità sono a disposizione sia dei pazienti ospedalieri che delle persone che seguo privatamente. Tutt’oggi alcuni psicoanalisti nei loro studi si siedono alle spalle del paziente, per non vederlo mentre lo ascoltano o gli parlano. In fin dei conti al telefono è un po’ la stessa cosa. Lo psicologo lavora soprattutto attraverso l’ascolto, il dialogo, la ridefinizione dei problemi. Abbiamo pertanto la possibilità di poter lavorare e supportare le persone anche in caso di quarantena, persino chi è affetto da coronavirus. Al momento sto seguendo pazienti in attesa della risposta a seguito del tampone effettuato. Per questo anche in ospedale abbiamo convertito gli ambulatori psicologici in colloqui digitali, a distanza, via web. Ci tengo a ripeterlo: distanza fisica non significa mancanza di vicinanza emotiva. Le nuove tecnologie ci aiutano: impariamo ad usarle per il bene di tutti.

Ha avuto nelle ultime ore un’impennata di richieste di colloqui o invece si sono dimezzati gli interventi di aiuto psicologico?
Trovo che le reazioni siano state fra le più varie. C’è chi è molto spaventato o in ansia e quindi ha aumentato la richiesta di supporto. Chi al contrario è diventato fatalista decidendo che il covid-19 non è un suo problema. C’è che chi ha già perso il lavoro a causa dell’emergenza e quindi ha dovuto ridurre i colloqui privati e chi all’opposto mi ha cercato perché sapeva che lavoravo a telefono. L’emergenza è sanitaria a 360° e infatti il governo ha promesso nuove assunzioni anche fra gli psicologi che possano aiutare le persone, i malati e perché no, gli altri sanitari impegnati in questa dura sfida.

Quali sono le più grandi difficoltà riscontrate in questi giorni?
Alcune situazioni, già critiche prima di questa emergenza, ne hanno ovviamente risentito molto. Il clima di terrore e il disinteresse, la sottovalutazione e l’ironia che abbiamo visto e letto in queste settimane è sintomo di una schizofrenia comunicativa che non ha aiutato le persone più delicate e sensibili o problematiche. Ci siamo polarizzati fra gli ossessivi (già in isolamento prima che lo richiedesse la situazione o in coda per svuotare i supermercati) e i menefreghisti (i superficiali della movida a tutti i costi). Dobbiamo imparare il giusto equilibrio fra l’attenzione e il rispetto per le fasce più deboli della popolazione ed evitare le paranoie e il panico da fine del mondo. In generale le persone che mi contattano si sentono in un’atmosfera irreale, incredibile, dove molte delle certezze di base sono messe in dubbio (“Sopravviverò? Cosa succederà all’economia? Troverò da mangiare?”). Stiamo imparando ad affrontare un’emergenza inedita per la modernità occidentale da molti punti di vista viziata e abituata al benessere. Questo richiede una ridefinizione dei valori e degli obiettivi personali. Si tratta di un processo lungo che richiederà per alcune persone il supporto della psicoterapia.

Con il suo staff di psicologi avete ricevuto linee guida specifiche da seguire per determinate tipologie di pazienti?
Stiamo seguendo le direttive generali valide per tutta la popolazione. Come detto poi ci siamo organizzati per trasformare laddove possibile il lavoro a distanza. In ospedale i pazienti si incontrano ancora seguendo le direttive delle direzioni ospedaliere e della sanità lombarda, che fra l’altro prevedono l’igiene delle mani, l’utilizzo delle mascherine e della distanza di sicurezza.

Qual è il suo suggerimento per affrontare questi giorni delicati di emergenza?
Non esiste il “rischio zero” ma esistono comportamenti ponderati, pro-sociali ed etici che potranno far uscire la propria famiglia, città e nazione da questa emergenza. Il rispetto per gli altri, pensando agli anziani e alle persone con problematiche pregresse deve essere massimo. Il Covid-19 può insegnarci ad essere meno egoisti, oltre che il valore dell’educazione e del rispetto delle regole. Mi piacerebbe anche che il mondo potesse scoprire che non tutti gli italiani vogliono essere dei “furbetti”.

di Renato La Cara

Le risposte alla disabilità ci sono: ora vigileremo su una rapida applicazione

Superando.it del 16.03.2020

ROMA. È di queste ore, ovvero del primo pomeriggio di oggi, 16 marzo, l’approvazione in Consiglio dei Ministri di un Decreto Legge straordinario, già noto come “Cura-Italia”, «che investe tantissimi àmbiti specifici e trasversali alla nostra società – come si legge in una nota congiunta di FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), a firma dei rispettivi presidenti Vincenzo Falabella e Nazaro Pagano – e che in un momento come questo, non poteva trascurare una serie di misure rivolte alle famiglie, alle persone con disabilità e ai loro nuclei».

«Nei giorni scorsi – prosegue la nota delle Federazioni -, pur nei convulsi e febbrili momenti che derivano da una situazione drammatica, vi sono state strette consultazioni fra la Presidenza del Consiglio, per il tramite del suo Ufficio per le Politiche in favore della Disabilità, e i nostri vertici, per tentare di elaborare almeno le risposte più urgenti alle istanze di migliaia di persone e di famiglie e di mettere in sicurezza le condizioni più gravi o più a rischio. La chiusura delle scuole e dei centri diurni, con ciò che comporta in rinnovato e aggravato carico assistenziale sulle famiglie, assieme alla preoccupazione per l’esposizione al rischio di contagio per tanti lavoratori con disabilità o con immunodepressioni di varia origine, erano stati solo i più immediati elementi di emergenza da noi evidenziati. Ebbene, il testo oggi approvato raccoglie il nostro apprezzamento, comprendendo anche che alcune lacune e imperfezioni siano da imputare più alla convulsa emergenza che alla carenza di volontà e che potranno essere perfezionate e corrette in sede di conversione. Quel che è più importante è che le prime risposte per fronteggiare lo straordinario carico assistenziale delle famiglie e per proteggere i lavoratori con disabilità ci sono».

«Grazie anche alla nostra rete – concludono da FISH e FAND – nei prossimi giorni contribuiremo a diffondere informazioni puntuali sui contenuti del nuovo provvedimento e a vigilare, stimolando la celere applicazione delle agevolazioni e dei sostegni appena approvati, proseguendo in un impegno che mai è diminuito durante questa emergenza». (S.B.)



domenica 15 marzo 2020

OrizzonteScuola.it del 15.03.2020

Chi poteva immaginare mai che quella meravigliosa relazione, da poco fortificatasi, tra disabilità, tecnologie didattiche e didattica a distanza, potesse avere una piccola battuta d’arresto e una modificazione progettuale, tanto inattesa quanto imprevedibile, a causa del Coronavirus?

Inutile prendere in esame, per rispondere alla domanda, le tante polemiche, pretestuose e infruttuose, di quanti, prendendo spunto dall’indagine proposta da ministero dell’Istruzione, piuttosto che fronteggiare l’emergenza cavalcano le proteste. Servono? Sono forse utili alla nostra scuola? Vediamo la rassegnazione e l’incapacità a trovare una soluzione ad una questione vitale quanto importante, connessa oltre che alla disabilità anche ai soggetti con DSA e, nel complesso, quindi, alle studentesse e agli con bisogni educativi speciali. Ma di cosa parlano, piuttosto, docenti, dirigenti e operatori vari quando affermano, con scarsa cognizione e inesistente capacità organizzativa, che la didattica a distanza e, dunque, le tecnologie creano una scuola della diseguaglianza?

Diseguaglianza collegata alle problematiche educative o piuttosto, quindi più generalmente, a quelle sociali? Le une e le altre vanno combattute sul piano della proposta e affrontate sul piano dell’intervento metodologico e didattico.

Integrazione e scelta tecnologica.
Ormai è, assolutamente, conclamato il fatto che per una effettiva integrazione degli studenti disabili dentro l’istituzione scolastica è necessario, prioritario e non più rimandabile la scelta tecnologica e della didattica capace di tallonare gli studenti anche oltre le mura dell’istituzione scolastica.
La scommessa di oggi, quella reale e vera, da sponsorizzare e far nostra, è quella che lega indissolubilmente le tecnologie didattiche all’integrazione scolastica delle varie e specifiche disabilità (e non solo). Altro che scuole delle diseguaglianze quella che stiamo rincorrendo, in questa frenetica corsa alla compensazione delle decennali assenze nella scuola italiana. Se mai ci fosse una diseguaglianza, e c’è per ragioni sociali e economiche, questa va colmata con un surplus di risorse per garantire, ad ogni alunno, l’accesso alla tecnologia e a internet.

Il ruolo della didattica speciale.

Quale è il ruolo della didattica speciale, oggi, in queste convulse settimane, in una situazione contraddistinta da numerosi cambiamenti sul piano organizzativo?

È necessario comprendere il ruolo che le tecnologie possono assumere in tale tipo di didattica e, prioritariamente, individuare come intervenire, lasciando da parte diffidenze e polemiche sterili.

Quale accessibilità e quale usabilità delle tecnologie didattiche disponibili? C’è per gli studenti disabili, sul piano operativo, delle competenze disciplinari e nell’accesso e alla presa di possesso di contenuti e conoscenze, la possibilità di competere anche a distanza? In che modo? Cosa è necessario fornire loro?

Ed il docente, un po’ distratto, anche lui, da questi mutamenti, come si colloca in questa nuova prospettiva didattica?

La didattica orientata alla speciale normalità.
Intanto, è necessario ricordare che una didattica orientata alla speciale normalità è da intendere e attuare come didattica tesa ad muovere la sua offerta formativa per dare risposta alla eterogeneità in aumento dei bisogni percepiti nelle classi, avendo cura a non perdere di vista, mai, assolutamente, la prassi delle capacità presenti, a numerosi livelli di sviluppo, in ciascuno degli studenti e la normalità della necessità di formazione indispensabile per introdursi completamente nella società. Questo è ciò che intendiamo per didattica per tutti, sia per gli studenti disabili, sia per coloro che presentano bisogni educativi speciali, e più in generale per tutti gli studenti, ciascuno dei quali ha sue qualità, un suo e proprio stile di apprendimento, interessi specifici ma anche bisogni variati. Una didattica disposta ad una necessaria e speciale normalità è da intendersi come una didattica che rincorre, convintamente, l’integrazione scolastica su numerosi piani. Il primo tra essi non può che essere quello operativo, quello dell’accesso ai contenuti, quello dello sviluppo di competenze.

In questo quadro organizzativo che, lo speciale momento ci sta obbligando a rincorrere e a far nostro, affermiamo convintamente che le tecnologie didattiche devono incaricarsi di interpretare, autorevolmente (quindi senza critiche e con proposte operative) tre diversi ruoli che corrispondono a modi di intendere della stessa misura e dello stesso agire educativo, orientati, comunque, alla speciale normalità.

Si tratta di strumenti equilibranti, per “abilitare”, per “fare”, per aprire a nuovi modelli e per rendere normali tecnologizzate le attività altrimenti precluse ad alcuni alunni.

Attività che solo esse determinano, facilitandone l’introduzione nella vita di ciascuno, l’integrazione sul piano operativo.

Gli strumenti.
Il riferimento va agli strumenti per accrescere le competenze e le capacità disciplinari in quei contesti di apprendimento in cui essi sono necessari. Strumenti capaci di dare risposte ai bisogni formativi degli studenti coinvolti; strumenti per apprendere; strumenti per innescare conoscenze e contenuti con attenzione alle modalità di accesso alle indicazioni più adeguate agli studenti.

Cosa è accaduto, però, nella scuola italiana, in questi ultimi decenni? È capitato che non ci siamo assolutamente resi conto (non lo ha compreso il ministero e non solo lui, chiaramente, facile sarebbe riversargli le responsabilità) che non c’è stato un adeguamento della scuola al moderno progresso tecnologico e alla diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in tutti i campi della vita sociale.

A tutti gli studenti un pc, anche quelli degli insegnanti.

Anziché puntare a fornire a “tutti” gli studenti un pc abbiamo puntato a bonus spesi senza razionalità alcuna, talvolta. Gli studenti devono, tutti insieme, essere messi nelle condizioni di avvalersi del computer e dei software, e dei servizi Internet. E quando taluni lamentano l’impossibilità, in questo momento, di fornire tutti gli studenti di pc e accesso internet, si farebbe bene a fare un controllo oculato e attento del patrimonio tecnologico della scuola (sottraendo quello inutilmente in comodato d’uso ai docenti, già da anni, con il bonus di 500,00 euro, in grado di acquistare ciò che si vuole) e provvedere tempestivamente alla consegna dei tanti PC, inutilizzati o parcheggiati, perché obsoleti, nei cassetti degli insegnanti, agli alunni che, per condizioni socio-economiche, ne sono sprovvisti.

La tecnologia assistiva.
La scuola attenta è quella nella quale si è in grado di puntare ad una tecnologia assistiva. Cioè all’insieme di soluzioni tecniche hardware e software in grado di fornire configurazioni di postazione di studio adattate alle necessità speciali degli utenti speciali, consentendo di oltrepassare o limitare i vincoli di svantaggio imposti ad una specifica disabilità. Tra questi, ad esempio, è da segnalare il “Lettore di Schermo” che è quel software di lettura a scansione che sia in grado di garantire ad uno studente non vedente ovvero non in grado di conoscere e di fruire efficacemente del contenuto dello schermo nei sistemi operativi con collegamento o(come, ad esempio, Windows). Le scuole ne hanno acquistato licenza? Non nella prospettiva dell’oggi, ma nella consapevolezza ineludibile dello ieri. No. Se ne avessero discusso ieri, trovando le vere responsabilità, oggi parleremmo d’altro, anziché dell’incapacità quotidiana di gestire la diversa normalità degli studenti. Lo screen reader, tanto per fornire una risposta alle tante e numerose domande che potrebbero, ragionevolmente, sorgere, dà, in modo testuale e chiaro con il display braille o la sintesi vocale, le notizie indispensabili sia sul contenuto (per esempio il testo che è stato dattiloscritto) sia sulla loro normale disposizione (titolo, barra dei menu). L’accessibilità di uno strumento o di un prodotto informatico rappresenta il presupposto di base al fine che possa essere usato all’interno della scuola, da parte di studenti disabili e, in particolare, da quelli che presentano deficit visivi o motori. Il termine usabilità è, piuttosto, adoperato per determinare il grado di efficienza dell’uso di uno dispositivo o di un prodotto informatico.

Tecnologie didattiche e integrazione nello sviluppo di competenze disciplinari.
L’autonomia nell’utilizzare il computer nel contesto scolastico avrebbe richiesto (ma, qui sì, è possibile far autocritica) ma non l’ha dato, complice una scuola troppo poco concentrata su una infinità di riunione e meno sulla formazione, lo sviluppo di competenze specifiche attinenti al settore disciplinare in cui esso viene usato. Sovente, confrontandoci sulle problematiche legate all’integrazione nello sviluppo di competenze di studenti disabili attraverso l’uso di tecnologie, l’interesse è posto su ciò che manca e le tecnologie divengono dispositivo per porre rimedio a tale mancanza. Questo impianto se da un lato sembrerebbe corretto per affrontare i problemi relativi ad aspetti di accessibilità o nell’uso di tecnologie per scopi riabilitativi, dall’altro, invece, essa sembrerebbe o, meglio ha l’aria, di essere non appropriata, o almeno non continuativamente appropriata, per incoraggiare lo sviluppo di abilità in un certo ambito disciplinare. Ciascun ambito disciplinare è contraddistinto da specifiche tecniche che sono sistemi operativi per decifrare compiti attinenti a tale ambito. Per far ciò, però, è necessario imparare a usare distinte tecniche che, per motivi di efficienza nello sviluppo di ogni attività, dovrebbero divenire routine. Però che se da un lato l’attività didattica si limita alla presa di possesso e all’uso di bene definite tecniche, dall’altro lato potrebbe diventare regola, una serie di rimedi da cucire in ben definiti e determinati compiti meccanici. Questo approccio, sfortunatamente, è quello che molto spesso contraddistingue l’istruzione agli alunni con ritardi nell’apprendimento in un certo ambito disciplinare. Gli alunni disabili, a causa dei loro deficit, mostrano ritardi e difficoltà nei vari ambiti disciplinari. Noi riteniamo che raccogliendo l’impegno solo o soprattutto sugli aspetti assenti si abbandonino i punti di vista e i bisogni complessivi dell’individuo e per effetto non si riesca a determinare un contesto educativo adatto e, soprattutto, in grado di aiutare l’allievo nello sviluppo dei processi cognitivi implicati nell’uso funzionale di una tecnica.

Tra questi, ad esempio, lo sviluppo dei processi cognitivi implicati nell’anticipo e nella pianificazione di una strategia di azione, nella generazione di ipotesi e di argomentazioni, nella esposizione di un testo o di un prodotto attinente ad un’azione condotta non possono assolutamente essere compresi se vengono volontariamente ed erroneamente sganciati dalle forme culturali e dalle attività sociali che contraddistinguono l’attività entro la quale tali processi vengono coinvolti. I risultati di numerose e qualificate ricerche svolte negli ultimi decenni, all’interno di diversi quadri teorici, tra questi quelli della Distributed Cognition, dell’Activity Theory, e della Situated Action, combinano sul fatto che il ambito influenza decisamente lo sviluppo dei processi cognitivi, non solamente perché li favorisce o li limita, ma anche per poterli determinare. Questi risultati di ricerca ci conducono a ritenere che sia necessario, più di ogni altra cosa, mettere in evidenza non solamente ciò che manca (tecniche di base), ma più in generale la persona disabile stessa che andrebbe esaminata nel complesso dei suoi bisogni. Bisogni che dovrebbero (lo fanno?) trovare risposte (almeno parziali) nel contesto educativo in cui si sviluppa l’attività di insegnamento/apprendimento. Ciò implica che nella pratica didattica sia valutata attentamente la modalità del come equilibrare la relazione esistente tra disabilità e sviluppo di tecniche con la relazione tra disabilità e bisogni complessivi del bambino.

La tecnologia e la didattica a distanza.
In questo contesto anche l’uso degli strumenti tecnologici deve essere considerato non solamente in relazione allo sviluppo di specifiche tecniche ma anche come strumento in grado di strutturare un contesto educativo nel quale possano emergere i processi cognitivi che risultano coinvolti nell’uso funzionale di una tecnica o nella loro giustificazione. La tecnologia solo così può andare incontro alla didattica a distanza. Didattica che, in questa maniera, vince le differenze, appiattisce le diseguaglianze, trasforma le difficoltà in opportunità. Certo, è complicato vincere le principali diffidenze che sono proprio dell’insegnante più che delle famiglie, ma tentarci, proprio in queste settimane, non sarà cosa difficile.

Il disabile a casa.
L’insegnante deve saper scegliere gli strumenti adatti allo svolgimento di determinate attività finalizzate al raggiungimento di determinati obiettivi anche quando queste debbano essere realizzate in modalità on line, su ambiente virtuale e, fisicamente, a casa. Tali attività è giusto che comprendano momenti individuali in autonomia e momenti collaborativi. Bisogna persuadere lo studente, con diversa abilità, che la sua attività è parte primaria di un’attività collettiva. Deve comprendere che il lavoro che compie è complementare a quello degli altri, e, in quanto tale, necessario, e che i suoi quotidiani interventi sono diretti all’ottenimento di un obiettivo comune. Guai, anche intervenendo da casa, ritenere di operare per comparti. Estraniare l’insegnante di sostegno dal comune e unico percorso a distanza attivato dagli altri docenti di classe. In tale contesto è indispensabile potenziare ciò che l’alunno sa realizzare e partire proprio da questo. Il docente di sostegno, anche nell’era della didattica a distanza o in piattaforma, deve anche gravarsi del ruolo di mediatore, ovvero di colui che sa essere e fare sia il mediatore che il facilitatore nell’uso delle TD anche e soprattutto in ambiente virtuale. Deve cioè far in modo di rendere usabile ciò che non lo è ancora (l’arretratezza tecnologica della scuola italiana, comunque, complice), pur apparendo accessibile. Ed un esempio per tutti lo rende leggibile. Di fronte alla navigazione di un sito elementare nella sua strutturazione e dinamicità, ma anche nel suo linguaggio, ma con dei contenuti difficili, il docente dovrebbe avere un ruolo di sostegno nella decodificazione dei significati. Un docente è necessario, inoltre, che sia sensibile alle modalità di studio che lo studente concede in privilegio e ottenere da queste il massimo rendimento in modo da personalizzare l’apprendimento semplificandolo; questo è possibile anche organizzando ad hoc delle attività per lui. Se il docente possiede tutte le meta-competenze indispensabili per impadronirsi di quel mondo della didattica “speciale” interfacciata anche con l’elaboratore, potrà rendersi attore di un’azione didattica più efficace e rivolta alla speciale normalità degli alunni.

di Antonio Fundaro

Saramago: come lo scrittore anticipò la psicosi Coronavirus

Metropolitan Magazine del 15.03.2020

Saramago, scrittore portoghese e Premio Nobel per la letteratura nel 1998, aveva già previsto la fragilità della società frenetica e tecnologica vigente. Il suo romanzo Cecità edito nel 1995, sembra descrivere accuratamente le dinamiche sociali di questo periodo storico.

Saramago e la profetica distopia tratta da Cecità.
Saramago, Camus, Manzoni, sono solo pochi dei nomi che trattarono il tema dell’epidemia in letteratura. Anche nella letteratura classica la tematica del contagio, è stata descritta e analizzata, di gran lunga. Il romanzo più aderente alla situazione pandemica in cui il Paese sta vertendo, però, sembra proprio essere Cecità.

Cecità: similitudini con la situazione Covid-19.
Appartenente al filone della letteratura che analizza la distopia, Saramago introduce il suo Cecità parlando di un’improvvisa epidemia di cecità, per l’appunto, partita dallo studio di un medico oculista e diffusasi velocemente in tutta la città. L’incipit del romanzo ritrae la scena di un uomo che, fermo al semaforo, all’improvviso è assalito da una mancanza improvvisa della vista; l’uomo si reca dal medico il quale non riesce a trovare una spiegazione scientifica e che, a sua volta, contagia i pazienti in sala d’attesa. La cecità inizia così ad espandersi a mo’ di epidemia ed in modo capillare.

A questo punto il governo, decide di mettere in pratica delle misure cautelari confinando i ciechi in quarantena. Gli affetti, sono rinchiusi in edifici cadenti e fatiscenti, all’interno dei quali i malati devono badare a loro stessi senza alcuna assistenza. I malati regrediscono quindi ad uno stato primitivo, ed è proprio da qui che parte la lucida analisi di Saramago: un’analisi della natura umana nella sua accezione primordiale, quasi presaga dell’attuale situazione.

Saramago: l’uomo impersonale, primitivo, primordiale.
Una peculiarità dell’opera di Saramago, è quella di non dare il nome ai personaggi che vengono menzionati nell’opera. I protagonisti che popolano le pagine, saranno riconosciuti solo da caratteristiche concernenti il loro mestiere o il loro ruolo sociale. Avremo, quindi, il paziente zero ovvero, il primo malato; la moglie del medico, l’uomo con le bende.

Perché la scelta di Saramago di imbrigliarsi nell’anonimato dei personaggi?
Semplicemente, perché l’epidemia dilagante rende impersonale l’uomo. Rimuovendo le sue generalità anticipa quello che accade in questo contesto storico odierno. Non abbiamo nomi, ma ”casi”. In mezzo a loro, si camuffa l’unica vedente, la moglie dell’oculista che è la figura salvifica; aiuterà i malati, poiché la sofferenza e la conseguenza di questo stato pandemico li ha resi personaggi deprecabili dove, il più forte ha la meglio.

Saramago: la sovranità degli istinti primordiali.
Tutti gli istinti tornano ad essere basici: i detentori del potere usano il sesso in cambio di cibo. I ciechi incattiviti, fanno scorte alimentari ad uso privato. Il cibo diventa motivo di ossessione. Uno scenario distopico letterario questo, non molto lontano dalle scene viste in questo periodo. È la follia degli istinti animaleschi. Saranno le donne a ribellarsi e salvarsi, appiccando fuoco all’edificio. Fuggendo, trovano la città desolata ed immersa in uno stato di immondizia. Sarà la moglie dell’oculista a salvare il suo gruppo, basandosi sulle regole del buon senso e della collaborazione. Nella conclusione, tutti i ciechi sopravvissuti ritrovano la vista, senza alcuna apparente ragione medica.

Differenze con La Peste di Albert Camus.
La tematica del contagio o delle epidemie, è un tema affrontato molto frequentemente in letteratura; basti pensare alla peste nera che, Giovanni Boccaccio cita nel suo Decameron o a Manzoni, nei Promessi Sposi. Nel Novecento, Albert Camus, uno dei maggiori scrittori appartenente alla dottrina filosofica dell’esistenzialismo, diede una nuova accezione al concetto di peste. La peste di Camus, è un’opera allegorica rappresentante il male, e, per la precisione, il nazismo.
Le differenze con Saramago sono evidenti: a differenza di Camus, infatti, lo scrittore portoghese, non implica il testo in considerazioni politiche. Tralascia le ideologie, la politica, la storia, ma si concentra sull’essenza dell’uomo staccato da ogni contesto ma nella sua più vivida natura. L’uomo, nella sua indole, ha insita la sopraffazione degli uni con gli altri. Saramago, infatti, dirà: “È di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria”.

Covid-19, Cecità, Homo Homini Lupus e la legge del più forte.
L’emergenza sanitaria imperante in questi giorni, così come Cecità di Saramago, sottendono ad un postulato di Thomas Hobbes che recitava: ”Homo Homini Lupus”, ovvero, l’uomo è lupo per l’altro uomo, facendo così riferimento alla natura profondamente egoista dell’umanità. È solo l’istinto di sopravvivenza che vige nelle profondità umane, solo la sopraffazione.
Impensabile, per Hobbes, che un uomo si spinga a legarsi ad un suo simile in virtù di un amore naturale. Nel libro di Saramago il potere è infatti detenuto da un solo gruppo, a discapito degli altri ciechi posti in condizione di fame costante. Il romanzo si sviluppa inevitabilmente in episodi di cruda violenza, quasi animalesca. Non si bada al dolore degli altri, anzi, lo si usa per ferire.

Saramago, una morale inaspettata.
L’autore lascia che sia il dottore da cui tutto aveva avuto inizio a spiegare la morale che la maggior parte del testo riflette: "Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che pur vedendo non vedono".
La morale sta già nel titolo del romanzo: la cecità umana non è fisica, ma nelle intenzioni. Non è una menomazione, ma una condizione insita nella natura di ognuno. La città diventa uno scenario apocalittico in cui gli uomini combattono l’un l’altro, nessuno può affidarsi a nessuno, se non al proprio istinto di sopravvivenza. Un parallelismo importante con quello che sta accadendo in questi giorni; è più semplice, infatti, dominare le masse o raggirarle quando c’è la paura.
Così, assistiamo a falsi operatori sanitari che si spacciano per tali operando truffe, o ad azioni di sciacallaggio. Saramago scandaglia l’individuo nella sua indole mettendo in luce il vero virus letale: no, non la cecità – o il Covid-19! – ma quello che viene dall’interno, dall’inconscio, riconducendo gli individui ad uno stato originario primitivo e di perenne lotta, animalesco. Nessun virus può rendere le persone peggiori: in realtà, rende le persone quello che già erano. Il truffatore era già tale prima di un virus, così come lo era un violento. Questo sembra dirci José Saramago: Siamo quello che già eravamo. L’auspicio, è quello di ricominciare a vedere; non la luce ma la natura delle cose.

di Stella Grillo