mercoledì 20 gennaio 2021

Facebook, Intelligenza Artificiale per migliorare la descrizione delle foto

Punto Informatico del 20/01/2021

Facebook ha sviluppato una nuova versione della tecnologia che permette di generare la descrizione delle foto sfruttando l'intelligenza artificiale.

Tra i contenuti più condivisi su Facebook ci sono ovviamente le foto. Purtroppo non tutti gli utenti possono vederle, quindi l’azienda di Menlo Park ha sviluppato nel 2016 una tecnologia, denominata ATT (Automatic Alternative Text, testo alternativo automatico in italiano), che permette di generare la descrizione dell’immagine. Questa tecnologia è stata ora migliorata grazie all’intelligenza artificiale.

Facebook: IA per “vedere” le immagini

Ipovedenti e non vedenti possono utilizzare gli screen reader per conoscere il contenuto delle immagini attraverso una voce sintetica, ma solo se sono state pubblicate con l’attributo “alt text“. Dato che molte foto sono prive del testo alternativo, Facebook ha sviluppato la tecnologia ATT che sfrutta il riconoscimento degli oggetti per generare la descrizione delle immagini.

La versione più recente della tecnologia è in grado di rilevare un numero di contenuti fino a dieci volte superiore e genera una descrizione più dettagliata con l’indicazione di attività, simboli, tipi di animali e altro, ad esempio “Può essere un selfie di due persone, all’aperto, con la Torre Pendente di Pisa“. Sono state inoltre aggiunte informazioni sulla posizione e le dimensioni relative degli elementi, ad esempio “Può essere un’immagine di cinque persone, due al centro e tre situate ai lati“.

La prima versione di ATT è stata sviluppata usando dati etichettati dall’uomo che servivano per addestrare la rete neurale convoluzionale. Il modello poteva però riconoscere solo 100 concetti, come albero, montagna e all’aperto. La versione attuale utilizza invece un modello basato su dati scarsamente supervisionati, ovvero miliardi di immagini pubbliche di Instagram, provenienti da diverse aree geografiche, e i corrispondenti hashtag scritti in varie lingue.

I vari miglioramenti hanno permesso di riconoscere oltre 1.200 concetti. Facebook ha infine modificato la tecnologia ATT per fornire una descrizione predefinita per tutte le foto e una più dettagliata per le foto di interesse specifico, come quelle di amici e familiari. Le descrizioni sono oggi disponibili in 45 lingue.

martedì 19 gennaio 2021

Disabilità e permessi: alcuni chiarimenti dall’INPS

Superando del 19/01/2021

«La sospensione delle visite per l’accertamento sanitario degli stati di invalidità e disabilità, determinata dalla fase emergenziale legata alla crisi da COVID-19, ha comportato il dilatarsi dei tempi di attesa per il cittadino e il moltiplicarsi delle domande dei benefìci presentate nelle more dell’iter sanitario di revisione»: si apre così un recente messaggio dell’INPS, che intende fornire una serie di chiarimenti ai lavoratori con disabilità in situazione di gravità che abbiano presentato per la prima volta, o in revisione, la domanda per i vari benefìci legati alla loro condizione.

Come segnala l’Ufficio per le politiche in favore delle persone con disabilità della Presidenza del Consiglio, l’INPS ha prodotto il 13 gennaio il Messaggio n. 93, fornendo una serie di chiarimenti rivolti ai lavoratori con disabilità in situazione di gravità che abbiano presentato per la prima volta, o in revisione, la domanda per i benefìci legati alla loro condizione, vale a dire i permessi ai sensi dell’articolo 33 della Legge 104/92, ovvero la riduzione dell’orario lavorativo o tre giorni mensili di congedo per i lavoratori con disabilità, e le misure di cui all’articolo 42 del Decreto Legislativo 151/01, cioè il prolungamento del congedo parentale, i riposi orari alternativi al precedente, nonché il congedo straordinario.

Da sottolineare la premessa del Messaggio diffuso dall’Istituto, ove si scrive che «la sospensione delle visite per l’accertamento sanitario degli stati di invalidità e disabilità, determinata dalla fase emergenziale legata alla crisi epidemiologica da COVID-19, ha comportato il dilatarsi dei tempi di attesa per il cittadino e il moltiplicarsi delle domande dei benefìci […] presentate nelle more dell’iter sanitario di revisione [grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni, N.d.R.]».

Per quanto riguarda dunque i lavoratori che presentano per la prima volta la domanda, tra la data di scadenza del verbale rivedibile e il completamento dell’accertamento sanitario di revisione, e che quindi non risultano precedentemente autorizzati alle prestazioni di cui si è detto, la domanda stessa «sarà accolta provvisoriamente in attesa della conclusione dell’iter sanitario di revisione. Qualora all’esito della revisione sia confermato lo stato di disabilità con connotazione di gravità, in presenza degli altri requisiti normativamente previsti, la domanda sarà accolta con decorrenza dalla data di presentazione della relativa istanza. Diversamente, qualora all’esito della revisione non risulti confermata la disabilità con connotazione di gravità, si procederà al recupero del beneficio fruito».

Per quanto concerne, invece, i lavoratori già titolari dei benefìci, in possesso di verbali in cui sia prevista rivedibilità, essi conservano, nel periodo che intercorre tra la scadenza della prestazione e la visita di accertamento (già prenotata), « tutti i diritti acquisiti in materia di benefici, prestazioni e agevolazioni di qualsiasi natura», potendo quindi continuare a usufruirne anche prima della conclusione del procedimento di revisione.

«Le Strutture territoriali [dell’INPS, N.d.R.] – conclude il Messaggio – avranno cura di riesaminare, alla luce di tali chiarimenti, i provvedimenti già adottati e le istanze già pervenute e non ancora definite, relativamente ai rapporti non esauriti, intendendosi come tali quelle situazioni giuridiche per le quali non sia intervenuta sentenza passata in giudicato o la prescrizione del diritto». (S.B.)

sabato 16 gennaio 2021

Didattica a distanza e miopia: arriva una lente "intelligente" per combatterla

Affari Italiani del 16/01/2021

Il Covid ha cambiato la nostra vita, costringendoci anche a passare molte più ore davanti a pc, smartphone e tablet, con conseguenti pericoli per la vista. Per combatterli arriva la lente "intelligente" che ne riduce la progressione.

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista British Journal of Ophthalmology, condotto su 160 bimbi seguiti per due anni, dimostra in tutti i partecipanti che hanno utilizzato lenti DIMS una riduzione della progressione della miopia in media del 60%, rispetto a chi ha indossato lenti monofocali. Leggeri, sottili, semplici da indossare, gli occhiali ‘hi-tech’ sono praticamente identici a normali lenti da vista ma, poiché non invasivi sono ben tollerati e adatti ai ragazzi.

Già da alcuni anni si sta verificando una "epidemia di miopia”, problema spesso sottovalutato, ma che in Italia riguarda circa un milione e mezzo tra bimbi e adolescenti. Per combatterlo oggi c’è un alleato in più: sono già disponibili lenti per occhiale ‘intelligenti’, altamente innovative, in grado di correggere e allo stesso tempo ridurre in media del 60% la progressione della miopia, in modo efficace, semplice e non invasivo, con particolare vantaggio per i più piccoli. La buona notizia arriva dai massimi esperti italiani riuniti al convegno digitale “Nuove Prospettive nell’Evoluzione della Progressione Miopica”, in ragione degli incoraggianti dati di efficacia fatti registrare da uno studio della Polytechnic University di Hong Kong, centro di eccellenza per lo studio della miopia e pubblicati sul British Journal of Ophthalmology.

Frutto della ricerca di Hoya, azienda leader mondiale per le lenti oftalmiche in collaborazione con la Polytechnic University di Hong Kong, le lenti con tecnologia DIMS oltre a correggere la miopia, come qualsiasi altra lente, inibiscono l’allungamento del bulbo oculare, grazie a circa 400 ‘isole’, cioè microscopici segmenti capaci di generare una particolare ‘sfocatura’ nella retina periferica, in modo da rallentare l’allungamento del bulbo oculare e la progressione della miopia.

I dati raccolti su 160 bambini dagli 8 ai 13 anni con miopia fino a – 5.00 diottrie, dimostrano in due anni una riduzione in media del 60% dello sviluppo della miopia in chi ha portato occhiali con queste super-lenti.

Tenere sotto controllo la miopia è un problema di salute pubblica in crescita esponenziale negli ultimi decenni: secondo l’OMS, attualmente sono 1,5 miliardi le persone miopi in tutto il mondo che si stima possano salire a 2,5 miliardi da qui a 10 anni e a 5 miliardi entro il 2050. Numeri spaventosi che fanno già parlare di un’epidemia di miopia. Un pericolo serio in quanto il disturbo che compare in età scolare tende a peggiorare in età adulta, con il rischio di sviluppare possibili complicazioni come la cataratta, il glaucoma, il distacco di retina e la maculopatia.

Tuttavia la maggior parte dei genitori considera la forte miopia come un inconveniente piuttosto che un rischio per la salute.

In Italia la miopia riguarda 15 milioni di adulti e circa un milione e mezzo tra bambini e adolescenti, che rischiano di peggiorare la loro visione da lontano, anche a causa del poco tempo passato all’aperto e dell’uso smodato di pc, tablet e TV, in aumento durante i mesi di isolamento.

“La miopia è il disturbo della vista più comune e si verifica quando l’occhio è troppo lungo e la luce non si concentra correttamente sulla retina, che trasmette al cervello le impressioni luminose, facendo apparire sfocati gli oggetti distanti Il maggior tempo trascorso durante questi mesi in attività ‘da vicino’ può aumentare il rischio di problemi agli occhi anche in chi non sarebbe portato a svilupparli – spiega Paolo Nucci, Ordinario di Oftalmologia all’Università Statale di Milano – Quando si corregge la miopia con un occhiale o con una lente a contatto si porta a fuoco l’immagine che arriva alla parte centrale dell’occhio ma non si ottiene lo stesso grado di messa a fuoco sulle immagini della periferia. Il risultato di questa scarsa correzione periferica è l’invio di un messaggio al cervello che segnala come l’occhio sia troppo corto per vedere bene a sufficienza: l’inevitabile reazione è una spinta all’allungamento oculare e quindi al peggioramento della miopia. Le lenti con tecnologia D.I.M.S. - precisa Nucci - generano una particolare sfocatura della retina periferica, detta ‘defocus miopico periferico’, che ‘inganna’ il cervello facendogli credere che l’occhio è già cresciuto abbastanza dando il segnale di mantenere corto il bulbo oculare, rallentando così in media del 60%* la progressione della miopia. Un risultato iniziale ma molto incoraggiante che sarà completato con un ulteriore studio clinico osservazionale condotto in Francia e Regno Unito”.

“Gli occhiali con lente a tecnologia DIMS non essendo invasivi sono più adatti e ben tollerati dai giovani, perché privi di effetti collaterali che possono incidere sul benessere psicologico ed emotivo del bambino -sottolinea Roberto Caputo, Direttore dell’Oftalmologia Pediatrica all’Ospedale Meyer di Firenze –Le lenti inoltre sono praticamente identiche a quelle normali monofocali, leggere, sottili molto resistenti agli urti e proteggono anche dai raggi UV. La nuova tecnologia - osserva Caputo - segna il passaggio a un nuovo approccio: dalla sola ‘correzione’ alla ‘gestione’ della miopia che richiede una formazione specifica e certificata dei centri ottici abilitati”.

“È bene che l’oculista verifichi sempre lo stato di salute degli occhi dei ragazzi attraverso un’accurata visita che escluda eventuali altre patologie come ad esempio lo strabismo. Inoltre, queste lenti vanno utilizzate come unica correzione ottica perché il massimo beneficio si ottiene con l’uso continuativo – aggiunge Luca Buzzonetti, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Bambino Gesù di Roma - Il trattamento può essere iniziato in qualsiasi età in cui si presenta la progressione della miopia, che spesso è massima fra i 6 e i 13 anni: prima si inizia e più bassa è la miopia, maggiore sarà la probabilità di avere beneficio. Dopo due settimane dalla consegna dell’occhiale serve una valutazione dell’adattamento e della soddisfazione visiva: abituarsi alle nuove lenti può richiedere infatti un po’ di tempo e durante questo periodo è consigliabile che il bambino eviti attività sportive intense. Sono lenti confortevoli che devono essere indossate tutto il giorno perché di fatto sono una terapia, con una possibilità di azione molto ampia che arriva a meno 10 diottrie per la miopia e a 4 diottrie per l’astigmatismo. È suggerita ogni sei mesi una visita di controllo per valutare la progressione del difetto visivo ”.

Gli oculisti consigliano di prendersi cura della vista dei giovanissimi anche con l’aiuto delle buone abitudini. “La miopia ha fra le cause principali la predisposizione genetica: chi ha parenti stretti con gli occhiali per lontano ha un rischio maggiore di averne bisogno a sua volta. Tuttavia, se alla familiarità si associa una vista sempre focalizzata su distanze ravvicinate la probabilità aumenta molto – dice Massimiliano Serafino, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica dell’Istituto Gaslini di Genova - Bisognerebbe perciò trascorrere almeno due ore al giorno all’aperto e fare sempre pause frequenti dagli schermi o da tutte le attività a distanza ravvicinata: ogni venti minuti sarebbe bene staccarsi da libri, computer o cellulare per guardare fuori, lontano, per almeno venti secondi. Anche mantenere una buona postura, una distanza di lavoro corretta e una buona illuminazione aiuta gli occhi a rimanere in salute svolgendo attività a distanza ravvicinata; infine, è importante sottoporsi a regolari controlli della vista per trattare la miopia e monitorare la salute dell’apparato visivo, così da ridurre la progressione del difetto e le potenziali complicanze”.

“Siamo molto orgogliosi di aver realizzato la prima lente per occhiale che è a pieno titolo un trattamento attivo in grado di rallentare la progressione della miopia – dichiara Maurizio Veroli, Amministratore Delegato di Hoya Italia – È un approccio innovativo, semplice, efficace e non invasivo che rappresenta una svolta fondamentale nella tecnologia ottica per il contrasto della progressione della miopia”.

Accessibilità, Roberto Scano: per Bonus, Immuni e Cashback, non è garantita

EconomyUp del 16/01/2021

Il Covid-19 ha accresciuto l’importanza di web e app, ma Pubbliche Amministrazioni e aziende private non danno accessibilità alle persone con disabilità. Vediamo con Roberto Scano, uno dei massimi esperti europei, perché e come risolvere il problema.

di Antonio Palmieri

Accessibilità al web e alle app: è ancora un problema. C’è la crisi di governo ma la tecnologia, specialmente quella solidale, non si può fermare per questo motivo. Soprattutto in questo tempo complesso e difficile che stiamo vivendo.

“Condivido. Anche perché il Covid-19 ha portato ancora più alla luce, anche se non ce n’era bisogno, le criticità in tema di accessibilità a tutti i livelli, del pubblico e del privato. Purtroppo molti non sanno che l’accessibilità non è legato solo alla pubblica amministrazione ma anche al settore privato: con la legge 67/2006, qualsiasi utente con disabilità può agire per chiedere la rimozione di problematiche anche rispetto a soggetti privati”

Roberto Scano, uno dei massimi esperti europei in tema di accessibilità e presidente della commissione dell’ente di normazione tecnica ICT (UNINFO) che si occupa di normare queste tematiche a livello nazionale ed europeo, parte come al solito a spron battuto.

Da quale criticità iniziamo, in questo nostro incontro dedicato ai temi e problemi della accessibilità 2020-2021?

Partiamo dai problemi di comunicazione istituzionale discriminatoria. Abbiamo avuto le infografiche con il decalogo per difendersi dalla diffusione del virus e i DPCM pubblicati scansionati, cioè in formato non accessibile, pubblicati in tarda serata, con entrata in vigore il giorno successivo. Poi ci sono stati i video promozionali sull’uso corretto delle mascherine, totalmente inaccessibili alle persone non vedenti.

Ricordo bene. Su questo tema abbiamo presentato una interrogazione parlamentare alla Camera, assieme a Giusy Versace. Non cito la risposta per carità di patria.

Devo però anche dire che, grazie all’evoluzione tecnologica e all’impegno dei gestori di piattaforme di diffusione di contenuti, sui social media abbiamo finalmente ottenuto la disponibilità di contenuti multimediali sottotitolati in tempo reale, nonché abbiamo avuto un incremento dell’utilizzo di interpreti della LIS (lingua italiana dei segni) durante le dirette di personalità pubbliche, quando gli stessi fornivano informazioni importanti per la cittadinanza.

Meno male. Possiamo dire che sul versante della comunicazione pubblica abbiamo quasi “pareggiato”, anche se l’obiettivo rimane sempre quello della vittoria piena, cioè del fatto che l’accessibilità sia un fatto normale e non una eccezione. Sul versante dei servizi, come è andata?

Con la spinta governativa all’uso di SPID e l’impossibilità quasi totale di interagire tramite canali tradizionali, sono emerse ancora di più le problematiche di accessibilità delle applicazioni web. Molte PA oramai hanno siti web di qualità superiore rispetto agli anni passati, grazie anche all’uso di soluzioni come il design dei siti web predisposto dall’AgID e dall’ex Team Digitale, mentre c’è ancora parecchia carenza di accessibilità nei servizi veri e propri. Per una persona con disabilità, come per chiunque altro, trovarsi davanti ad un bel negozio di cui può consultare le vetrine ma non si può entrare per fare acquisti è bello ma inutile, oltre che discriminatorio.

Con il privato è andata meglio?

Le restrizioni al movimento hanno creato anche in questo caso delle discriminazioni: dalle applicazioni mobili non idonee ad effettuare acquisti di generi alimentari da supermercati da parte di persone non vedenti ad applicazioni inaccessibili per prenotare servizi (es: taxi, treni, ombrelloni in spiaggia, ecc.).

In più da questa estate il decreto cosiddetto “rilancio” ha esteso la legge 4/2004 al settore privato ove il soggetto abbia avuto un fatturato medio annuale di 500 milioni di euro nell’ultimo triennio.

La norma anticipa per alcune tipologie di prodotti ICT l’accessibility Act, ha però creato alcune problematiche applicative proprio nel settore privato. Ad esempio, con la definizione di “soggetti erogatori” si sono raggruppati sia i destinatari precedenti della legge Stanca (le PA e soggetti pubblici) che i nuovi soggetti privati e l’uso del termine “soggetti erogatori” in alcuni articoli crea incongruenze e inapplicabilità della normativa.

Per esempio?

Con l’attuale definizione normativa i soggetti privati sono anch’essi obbligati alla pubblicazione della dichiarazione di accessibilità, la quale però contiene degli obblighi legati prettamente alle pubbliche amministrazioni, come la possibilità di ricorso al difensore civico per il digitale in caso di mancato adeguamento dei servizi a seguito di segnalazione del cittadino oppure si fa riferimento alle linee guida (art. 11) che nella versione vigente non contemplano tra i destinatari i soggetti privati.

È quindi necessario provvedere ad un riallineamento della normativa in modo da renderla attuabile, se ho capito bene.

Sì.

Vedremo allora di lavorarci, non appena sarà chiaro cosa succede del governo. A proposito della direttiva europea sull’accessibilità, oramai ci siamo, quasi. È maturo il tempo del recepimento.

L’art. 31 prevede che entro il 28 giugno 2022, gli Stati membri adottino e pubblichino le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva stessa. Ciò significa che la data indicata è la data ultima non per il recepimento “classico” ma per tutto l’iter: definizione di normativa (legge), decreti attuativi e linee guida art. 71 del Codice della Amministrazione Digitale correlate.

Nel corso dell’ultima edizione di Tecnologia Solidale mi sono impegnato ad agire in tal senso, coinvolgendo l’intergruppo innovazione.

A mio parere, la soluzione più appropriata è l’aggiornamento della Legge 4/2004 (la legge “Stanca”) con relativo aggiornamento delle linee guida dell’AgID al fine di avere un unico riferimento per l’accessibilità digitale, una sorta di “CAD dell’Accessibilità”. Auspico quindi che vi sia quanto prima una iniziativa in tal senso.

Nell’attesa torniamo alla valutazione dell’immediato passato e del presente. Bonus Vacanze, Immuni e Cashback hanno superato il test di accessibilità?

Come dicevo prima, il problema delle app è serio, soprattutto se diventano essenziali per le persone con disabilità. Il Bonus Vacanze era disponibile tramite app Io, ma non era accessibile: è stato oggetto di formale diffida all’Agenzia delle Entrate da parte dell’Associazione Luca Coscioni che ha il merito di essere una delle realtà che per prima sta utilizzando la legge 67/2006 per la rimozione delle discriminazioni digitali.

Immuni?

Con l’uscita di Immuni sono state segnalate alcune problematiche nell’uso dei colori e delle notifiche, mentre a tutt’oggi non mi risulta risolta la problematica dell’utilizzo con la rotazione dello schermo. Per questa segnalazione che ho fatto nella sezione dedicata, ho ricevuto critiche da partecipanti che la ritenevano una richiesta inutile… Peccato che un utente con scarsa mobilità molto spesso utilizza lo smartphone in orizzontale e se l’applicazione non “ruota” con la rotazione del dispositivo crea, appunto, un problema di accessibilità.

Cashback?

Purtroppo anche il Cashback è stato oggetto di segnalazione da parte di diversi utenti non vedenti, per l’impossibilità di procedere alla registrazione e alla lettura delle informazioni. E qui, purtroppo, si torna al problema principale che affligge il mondo dello sviluppo web e mobile: la scarsa conoscenza delle regole di accessibilità da parte di chi commissiona, progetta, “disegna” e sviluppa le applicazioni, richiedendo interventi correttivi che troppo spesso avvengono a prodotto già rilasciato.

Ce lo diciamo da quasi 20 anni. L’accessibilità digitale è un problema di cultura, vale a dire di conoscenza e, dunque, di consapevolezza, da parte di tutti i soggetti in questione. Nel privato come nel pubblico, anche se tocca al pubblico il dovere di indicare la strada a tutti.

Già. Per questo ho collaborato volentieri al libro di Marco Campanini “Buone pratiche per gli Enti Locali sulla disabilità: Manuale per Consiglieri Comunali sull’Accessibilità Universale. Il libro contiene una raccolta di iniziative e buone pratiche da attuare negli enti locali per renderli pienamente inclusivi ed accessibili alle persone con disabilità. Il manuale è il frutto di un lavoro di ricerca ed aggiornamento durato anni. Ogni iniziativa sul territorio è stata studiata con dovizia di particolari, ed ogni atto è aggiornato alla legislazione più recente, riprendendo le migliori prassi adottate nei Comuni più virtuosi.”

Che parte hai avuto in questo libro?

Ho curato la parte dedicata agli obblighi di accessibilità negli acquisti di prodotti ICT (inclusi siti web e applicazioni mobili) nonché sulla necessità di collaudo dei servizi digitali con il coinvolgimento delle persone con disabilità.

Ho potuto dare un’occhiata al libro e penso sia utile a tutti gli amministratori pubblici: un aumento della consapevolezza culturale di tipo inclusivo è senz’altro importante per le decisioni politico-amministrative di ogni giorno, ad ogni livello, per i giovani e per chi è impegnato in politica da molti anni. A proposito di molti anni. Nel 2020 hai compiuto 20 anni…

Magari! I 20 anni sono stati quelli della costituzione di IWA (International Web Association) in Italia. All’epoca ci chiamavamo ancora International Webmasters Association, visto che l’origine del nome risale allo scorso millennio, 1996, quando fu costituita la sezione internazionale in USA, a Pasadena. Tra le molte iniziative realizzate vorrei ricordare l’impegno per due temi: l’accessibilità, che ci ha portato a supportare la nascita della legge Stanca e tutte le iniziative tecnico-normative correlate, e il tema delle competenze digitali professionali che ci ha portato a garantire la prima serie di norme di qualificazione delle professionalità operanti nel settore digitale.

E oggi, su cosa vi state focalizzando?

Oltre che una rete tra professionisti, IWA è stata ed è tutt’oggi anche una realtà che fa divulgazione. Abbiamo partecipato a centinaia di eventi e organizziamo nostri eventi divulgativi, trasmessi e archiviati anche sul nostro canale YouTube . IWA è quindi rete, fare rete e collaborare per far migliorare la qualità del web. Nel nostro piccolo qualcosa abbiamo fatto, e continueremo a farlo.

Allora, buon lavoro e grazie, Roberto Scano. Non manca né a te, né a me né e a tutti gli amici di Tecnologia solidale.

venerdì 15 gennaio 2021

Inclusione scolastica, il nuovo Pei è "un'inversione di rotta che preoccupa"

Redattore Sociale del 15/01/2021

Critico il Coordinamento italiano degli insegnanti di sostegno: "Il provvedimento introduce, per la prima volta nella storia dell'inclusione scolastica, la possibilità di esonerare gli alunni con disabilità dall'insegnamento di alcune discipline o di ridurre l'orario di frequenza, senza valutare le ricadute anche culturali di tale scelta"

di Chiara Ludovisi

ROMA. Si "inverte la rotta": dall'inclusione all'esclusione, dall'integrazione alla marginalizzazione. È quello che accade e accadrà, secondo il Ciis (Coordinamento italiano insegnanti di sostegno) nella scuola italiana, per via del nuovo modello di Progetto educativo individualizzato, approvato e diffuso nei giorni scorsi dal ministero dell'Istruzione.

Come nel 1971, quando l'inclusione (parziale) muoveva i primi passi

Assai critico e allarmato il coordinamento, che denuncia: "Il ministero dell'Istruzione, di concerto con il ministero dell'Economia e delle Finanze, emanando il decreto interministeriale con il quale è stato dato il via al nuovo modello di Pei, da adottarsi a livello nazionale, ha anticipato la nuova direzione di marcia che, culturalmente, ci riporta a quel primo periodo, ormai lontano, in cui la scuola italiana iniziava a muovere i primi passi verso l'integrazione. Con la legge 118/71 veniva infatti avviato il primo parziale inserimento degli alunni con disabilità nelle classi 'normali’, dalle quali, però, restavano esclusi coloro che erano 'affetti da gravi deficienze intellettive o da menomazioni fisiche di tale gravità da impedire o rendere molto difficoltoso l'apprendimento o l'inserimento nelle predette classi normali’. Era ancora serpeggiante l'idea della 'non possibilità' di apprendere e della non inclusione di alcuni. Oggi diremmo che quel passaggio, all'epoca innovativo, si proponeva come discriminante. E mai avremmo pensato di ritrovarci in una situazione analoga. Ma è esattamente ciò che succede oggi, nel 2021, cinquant'anni dopo".

I nodi critici: famiglie ai margini e alunni "esonerati"

Ma quali sono le principali criticità del nuovo modello? Innanzitutto, "un'impostazione che tenta di porre ai margini le famiglie degli alunni con disabilità, sostituendo alla condivisione la 'approvazione’ del Pei"; ancora più preoccupante è il fatto che il nuovo provvedimento introduca, "per la prima volta nella storia dell'inclusione scolastica, la possibilità di 'esonerare gli alunni con disabilità dall'insegnamento di alcune discipline’ o di ridurre l'orario di frequenza, senza valutare le ricadute anche culturali di tale scelta, senza analizzare la portata discriminante insita in tale decisione, senza considerare il diritto allo studio garantito a tutti dalla Costituzione".

Specifica il Ciid: "L'esonero comporta l'allontanamento dell'alunno dai suoi compagni di classe, impedendo la socializzazione, la relazione e la comunicazione; dalle opportunità di crescita e di apprendimento che si realizzano grazie all'interazione con i compagni; da un percorso ancorato a quello dei compagni, adottato con gli accorgimenti che, grazie alla presenza del docente specializzato, si possono realizzare; dagli insegnanti della classe, che non potranno più essere annoverati come "suoi" docenti, in quanto egli non frequenta le loro lezioni".

Gli "esonerati da tutto"

Gravi potranno essere le conseguenze, secondo il Ciis: "Chi ha introdotto l'esonero ha pensato, per un attimo, agli alunni per i quali l'esonero potrebbe essere adottato per 'tutte o quasi tutte le discipline’? E che in questo caso l'alunno resterebbe per tutto il tempo scuola affidato al solo docente specializzato per il sostegno? Che cosa accadrà a questi alunni o studenti 'esonerati’? Si ritroveranno tutti insieme in un'aula? Ricreeranno le classi differenziali o saranno inventate le classi speciali?". Per il coordinamento, "questa impostazione culturale, che mostra di non tollerare neppure la presenza delle persone con disabilità nei contesti comuni, ha prodotto una brusca frenata nel processo in corsa, determinando un'inversione di tendenza, in netto contrasto con quel modello di integrazione proposto dalla Falcucci, convinta della ricchezza di opportunità che il contesto comune offre a tutti gli alunni, reciprocamente".

Dalla "micro-espulsione" alla "macro-espulsione"

E gli scenari sono assai allarmanti: "L'esonero anticipa, attraverso la micro-espulsione, oggi limitata ad alcuni, la macro-espulsione degli alunni con disabilità dal percorso comune, che saranno, molto probabilmente, relegati in contesti chiusi, insieme ai soli docenti di sostegno. A quanto pare, tutto ciò è sfuggito! - osserva il comitato - L'attenzione, infatti, è posta prioritariamente all'erogazione delle risorse, preoccupazione legittima. Ma se gli alunni saranno 'cacciati fuori dalle classi’, a cosa serve agitarsi per le risorse non erogate? Se all'alunno viene negata la dignità di persona, se all'alunno viene impedito il percorso scolastico nelle classi comuni, se l'alunno viene discriminato perché persona con disabilità, a cosa giova agitarsi per altre questioni?"

L'associazione dunque esprime "la più viva preoccupazione per il modello che, con questo nuovo Pei, viene introdotto nel contesto scolastico e sociale italiano" e fa appello "alla società civile e a tutte le forze politiche affinché si intervenga, al più presto, per restituire al nostro Paese quel ruolo primario che lo ha visto, fino a ieri, in prima linea in difesa dei diritti delle persone, a prescindere dalle specifiche condizioni dei singoli, impegnato a rimuovere tutti quegli ostacoli che limitano e impediscono la realizzazione della persona, nel riconoscimento del principio di uguaglianza".

I diritti umani delle persone con disabilità e le varie Convenzioni dell’ONU

Superando del 15/01/2021

«Bisogna includere i diritti umani delle persone con disabilità – scrive Luisella Bosisio Fazzi – nei processi di monitoraggio di tutti i Trattati delle Nazioni Unite, combattendo la discriminazione in ogni àmbito protetto dal corpus di quei Trattati e considerando la disabilità come una questione “trasversale”»: su questo lavora anche il FID (Forum Italiano sulla Disabilità), il cui più recente contributo riguarda il collegamento tra la disabilità e la Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti, anche alla luce di quanto accaduto durante la pandemia.

di Luisella Bosisio Fazzi

Nel 2002, un rapporto delle Nazioni Unite documentò la completa esclusione delle persone con disabilità dal sistema dei diritti umani delle stesse Nazioni Unite. Fino ad allora solo alcuni documenti politici tra gli Anni Settanta e Novanta avevano citato i diritti delle persone con disabilità e solo gli articoli 2 e 23 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989) riportavano un esplicito riferimento alla disabilità. Che dire poi degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, sottoscritti nel 2000, della programmazione degli aiuti umanitari e del lavoro delle istituzioni finanziarie internazionali, che hanno mostrato anch’essi un quadro desolante e sistemico dell’esclusione? E su un altro versante sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità che la Banca Mondiale, nel loro ultimo report sulla disabilità del 2011, hanno dichiarato e riconosciuto che le persone con disabilità sono uno dei gruppi più emarginati della società globale, vittime di violazioni dei diritti umani a un tasso più alto rispetto alle persone senza disabilità.

La data del 30 marzo 2007, apertura della sottoscrizione da parte degli Stati della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, è da considerare uno spartiacque, un confine tra un prima e un dopo per l’approccio ai diritti umani delle persone con disabilità. Un confine tra il vedere queste ultime come soggetti e non come oggetti; una visione di persone con disabilità come titolari di diritti e non come problemi, determinando che se problemi esistono, questi stanno al di fuori della persona con disabilità e devono essere affrontati e risolti solo se i vari processi sociali ed economici accolgono la differenza insita nella condizione di disabilità.

In conclusione, i diritti umani delle persone con disabilità sono collegati al posto che la società dà alla differenza.

Riprendendo dunque un passaggio del citato report del 2002, The disability rights debate is not so much about the enjoyment of specific rights as it is about ensuring the equal effective enjoyment of all human rights, without discrimination, by people with disabilities (“Il dibattito sui diritti delle persone con disabilità non riguarda tanto il godimento di diritti specifici quanto la garanzia dell’uguale effettivo godimento di tutti i diritti umani, senza discriminazioni, da parte delle stesse persone con disabilità”).

A questo punto, pertanto, diventa necessario porre attenzione a tutti i Trattati delle Nazioni Unite il cui uso, nel processo di riforma dell’approccio alla condizione di disabilità, dev’essere maggiore e più mirato, affinché il loro utilizzo faccia progredire e rafforzare i diritti delle persone con disabilità. In altre parole, bisogna includere la prospettiva delle persone con disabilità nei processi di valutazione ed analisi dell’applicazione di tutti i Trattati delle Nazioni Unite, sfidando e combattendo la discriminazione in ogni àmbito protetto dal corpus dei Trattati internazionali, in modo tale da considerare la disabilità come una questione “trasversale”. Si tratta del cosiddetto mainstreaming della disabilità (Disability Mainstreaming).

Ad oggi possiamo affermare che la Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità ha senza dubbio influenzato molto questa “trasversalità”. Da un’analisi, infatti, delle Osservazioni Conclusive proposte dai vari Comitati ONU sulle rispettive Convenzioni*, la disabilità, nel periodo 2000-2006, è stata menzionata nel 16% di tali Osservazioni, mentre nel periodo 2007-2014 è stata menzionata nel 62%.

Possiamo ritenere questo dato come un successo del mainstreaming, ciò che conferma anche che se i diritti delle persone con disabilità sono formalmente parte integrante del sistema internazionale dei diritti umani anche i vari organismi che se ne occupano, quali appunto i Comitati delle Convenzioni delle Nazioni Unite, sono tenuti a integrare la condizione di disabilità nei loro meccanismi di controllo e revisione dei rapporti degli Stati, nonché di interpretazione dei contenuti delle disposizioni (General Comment) sui diritti umani.

Per comprendere appieno l’importanza del mainstreaming, userò una citazione riguardante la Convenzione sull’Eliminazione della Discriminazione nei confronti delle Donne, che riporto integralmente: «Le femministe hanno sostenuto che se i diritti delle donne fossero considerati solo nell’ambito di questa Convenzione, ciò rafforzerebbe l’idea che i diritti degli uomini sono universali, mentre quelli delle donne sono un ripiego [afterthought]. L’effetto sarebbe lo stesso per quanto riguarda i diritti delle persone con disabilità». Di conseguenza il mainstreaming dei diritti umani delle persone con disabilità all’interno del proprio sistema di trattati, impedisce l’idea che essi siano un tipo diverso di diritto umano e che quindi debbano essere trattati separatamente. Senza il mainstreaming, infatti, si ripristinerebbe l’emarginazione politica, sociale ed economica delle persone con disabilità, frammentando ulteriormente il sistema dei diritti umani.

La Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità ha riconosciuto per la prima volta i loro diritti umani e quindi la loro piena e assoluta inclusione all’interno del corpus internazionale dei diritti umani. Un processo irreversibile.

È in questa prospettiva, ovvero nel processo di monitoraggio dei vari Trattati, che intendono inserirsi i contributi del FID (Forum Italiano sulla Disabilità), il più recente dei quali risale al luglio dello scorso anno e contiene una serie di proposte per una List of Issue Prior to Reporting, vale a dire un elenco di priorità da sottoporre all’Italia durante l’esame sull’applicazione della Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti nel nostro Paese, un contributo, questo, segnatamente sollecitato anche dagli effetti che la pandemia di Covid-19 ha avuto sulle persone con disabilità e le persone anziane in Italia.

Nel nostro Paese, va ricordato, il collegamento tra tortura e persone con disabilità l’ha imposto il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ai punti 41 e 42 delle Osservazioni Conclusive prodotte nel 2016, ove si scrive: «41. Il Comitato è preoccupato per il fatto che la delega di mandato del Meccanismo Nazionale di Prevenzione (MNP) non si estende alle istituzioni psichiatriche o altre strutture residenziali per persone con disabilità dove esse vengono privati della loro libertà. 42. Il Comitato raccomanda che l’MNP visiti immediatamente gli istituti psichiatrici o altre strutture residenziali per persone con disabilità, specialmente quelle con disabilità intellettive o psicosociali, e riferisca sulla loro condizione».

Ora, pertanto, in occasione della preparazione della citata List of Issue Prior to Reporting all’Italia, è stato possibile per la prima volta rilevare, alla luce della Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti, quanto le persone con disabilità vedano violati i loro diritti umani negli istituti residenziali e cosa sia accaduto durante la pandemia da Covid-19.

Finora si è sempre evocata la tortura con l’immagine delle forme più crudeli di sofferenza fisica e psicologica perpetrate sempre nei confronti di persone prigioniere, migranti reclusi nei centri di raccolta, manifestanti, prigionieri politici ecc. Nessuno, se non pochissimi, hanno collegato alla tortura e ai trattamenti inumani e degradanti quelle azioni, quelle prassi nascoste in silenzio dietro le porte chiuse di istituti, destinati ad accogliere persone con disabilità intellettive, quelle con necessità elevate di sostegno, quelle con disabilità psicosociali.

Stiamo parlando di strutture sia pubbliche che private, di prassi comuni quali la contenzione fisica, quella farmacologica, quella psicologica; i trattamenti sanitari obbligatori; i luoghi isolati dove il mondo è fuori e dei quali il mondo si interessa poco. Luoghi dove esiste un enorme squilibrio di potere, dato anche dal fatto che le persone con disabilità in essi non hanno voce per denunciarlo, sono limitati nelle loro autonomie e non vengono ascoltati nei loro desideri.

Tutelare le persone con disabilità dalla tortura e dai trattamenti crudeli, inumani e degradanti significa quindi proteggerne e garantirne l’integrità fisica, emotiva e psichica, indipendentemente dal luogo in cui vivono. Tutti luoghi dove sembra non sia previsto operare alla luce della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e dove l’attenzione alla protezione e alla sicurezza di tutte le persone con disabilità nella situazioni di rischio e di emergenza, come quella della pandemia da Covid-19, si è tramutata in un diniego a godere delle stesse opportunità e possibilità riservate alla generalità della popolazione.

Le persone con disabilità che vivono nei servizi residenziali sono state poste ancor più in isolamento e con limitazioni forti alla vita sociale, che, se all’inizio della pandemia forse erano appropriate, quando tutta la società si è organizzata per “rimanere a casa”, ora continuano e le sottopongono a un trattamento differenziato di limitazione della libertà non giustificato.

La protezione e la sicurezza delle persone con disabilità che vivono nei servizi residenziali ha posto condizioni di prevenzione dal contagio diverse tra persone con disabilità e il resto della popolazione. Ma qual è la base scientifica e normativa che giustifica questo atteggiamento differenziato?

La missione, però, che la Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti, insieme a quella sui Diritti delle Persone con Disabilità, affida ai servizi residenziali non dovrebbe più essere quella di custodire e proteggere e neanche di assistere e curare, ma di «consentire alle persone con disabilità di vivere nella società e di inserirsi, impedendo che siano isolate o vittime di segregazione» e «che siano libere da trattamenti crudeli, inumani e degradanti».

*Human Rights Committee (Comitato per i Diritti Umani); Committee on Economic, Social and Cultural Rights (Comitato per i Diritti Economici, Sociali e Culturali); Committee on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination (Comitato per l’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Razziale); Committee on the Elimination of Discrimination against Women (Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione nei confronti delle Donne); Committee on the Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment (Comitato sulla Convenzione contro la Tortura e altri Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti); Committee on the Rights of the Child (Comitato per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza).

* Luisella Bosisio Fazzi,

Componente del FID (Forum Italiano sulla Disabilità), del Direttivo dell’EDF (European Disability Forum) e di quello della LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, che costituisce la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). All’interno di quest’ultima, inoltre, fa parte della Giunta Nazionale.

giovedì 14 gennaio 2021

Ecco il nuovo PEI: critiche all'automatismo per quantificare le ore di sostegno

Vita del 14/01/2021

Il Ministero dell'Istruzione ha trasmesso alle scuole il nuovo modello di piano educativo individualizzato, che dovrà essere adottato per il prossimo anno scolastico. Resta la criticata tabella che quantifica le ore di sostegno per l'anno dopo in base al debito di funzionamento rilevato a fine anno scolastico. GLO spodestato sulle quantificazione delle ore di assistenti alla comunicazione e all’autonomia.

di Sara De Carli

Il nuovo modello nazionale per il PEI, il Piano Educativo Individualizzato per alunne e alunni con disabilità è stato inviato questa mattina agli Istituti scolastici, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado, insieme ad apposite Linee Guida. Previsto dal decreto legislativo 66/2017 - quello che a margine della Buona Scuola aveva ridisegnato l’inclusione scolastica - il nuovo PEI avrebbe dovuto entrare in vigore già del 1 gennaio 2019, con tutte le sue novità, fra cui un nuovo sistema di analisi dei bisogni e del funzionamento degli alunni da cui far scaturire la predisposizione e l’attuazione dei vari supporti e sostegni. A dicembre 2018 il decreto venne modificato e la sua entrata in vigore rinviata. Poi a settembre 2020 il Ministero dell’Istruzione aveva fatto sapere di aver trasmesso il documento al Consiglio superiore dell’Istruzione, passaggio preliminare all’invio alle scuole.

Per quest’anno le scuole potranno continuare ad utilizzare i modelli già redatti o aggiornarli dopo aver ricevuto la nota odierna, mentre il nuovo modello di PEI dovrà essere adottato in ogni caso nel prossimo anno scolastico e utilizzato già per il cosiddetto PEI provvisorio da predisporre, per i neo iscritti, entro il prossimo 30 giugno. Le procedure di iscrizione per il prossimo anno scolastico seguiranno la prassi corrente e alla domanda di iscrizione, in caso di alunni o studenti con disabilità, andranno allegate le certificazioni e le diagnosi previste dalle norme vigenti, in attesa delle previste Linee guida da parte del Ministero della Salute per le nuove modalità di certificazione della disabilità, mentre in assenza del Profilo di funzionamento in chiave ICF previsto dal Decreto 66 in via transitoria il GLO continuerà a far riferimento alla documentazione attualmente in vigore: Diagnosi Funzionale e Profilo Dinamico Funzionale.

Da oggi è disponibile, oltre al decreto interministeriale 182 del 29 dicembre 2020, alle Linee guida e al modello di PEI per i vari ordini scolastici, un sito dedicato: https://www.istruzione.it/inclusione-e-nuovo-pei/.

«Il nuovo PEI è rimasto a lungo in lavorazione, senza che si arrivasse mai a emanarlo», ricorda la Ministra Lucia Azzolina. Quando mi sono insediata ci siamo messi subito al lavoro, con le strutture ministeriali e, in particolare, con chi si occupa di inclusione, per emanare uno strumento in grado di aiutare a migliorare la qualità dell’inclusione. Abbiamo lavorato a stretto contatto con le Associazioni che rappresentano alunne e alunni con disabilità, con le scuole, con gli insegnanti. Da oggi si apre un nuovo capitolo per l’inclusione, che resta per noi centrale. Non a caso, abbiamo previsto nella legge di bilancio appena approvata un piano per l’assunzione di 25mila docenti di sostegno».

Il PEI – scrive il Ministero in una nota - «ruota attorno al rafforzamento del principio della presa in carico dell’alunno da parte di tutta la comunità scolastica. Anche per questo la legge di bilancio, oltre al Piano di assunzioni sul sostegno, prevede fondi per un’adeguata formazione sui temi dell’inclusione per tutto il personale». Il PEI sarà redatto dal Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione (il GLO) coinvolgendo l’intero team dei docenti di classe, le famiglie, gli operatori sanitari. Introduce nella scuola la nuova prospettiva bio-psico-sociale dell’ICF ed è costruito attorno a quattro assi: dimensione della Socializzazione e dell’Interazione; della Comunicazione e del Linguaggio; dell’Autonomia e dell’Orientamento; Cognitiva, Neuropsicologica e dell'Apprendimento.

Da settembre ad oggi, in verità, rispetto al nuovo modello di PEI non sono mancate le critiche di insegnanti di sostegno, famiglie e associazioni. Ancora ieri CoorDown ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e alla Ministra della Pubblica Istruzione Lucia Azzolina per chiedere di modificare il nuovo modello di PEI che si era ritrovato nelle bozze circolate: «rispetto alla realtà attuale dove il voto della famiglia è determinante per il PEI, le nuove regole del GLO prevedono un collegio dove la famiglia dello studente disabile partecipa con un solo voto rispetto all'intero corpo docente che diventerebbe l'unico organo idoneo per l'approvazione del PEI, di fatto eliminando il parere vincolante della famiglia», scriveva ieri l’associazione. Nelle linee guida pubblicate oggi di questo voto sembra - a una prima lettura - non esserci traccia. «Pare rientrata la questione per cui sembrava che la famiglia non partecipasse unicamente all’incontro del GLO di giugno, quello in cui deve essere quantificata la proposta di ore di sostegno. Questa esclusione delle famiglie non c’è più», annota Gianfranco de Robertis, avvocato, componente per Anffas dell'Osservatorio permanente per l'inclusione scolastica presso il Ministero dell'Istruzione e docente a contratto in "Legislazione primaria e secondaria riferita all’integrazione scolastica” all’università degli studi di Roma “Foro Italico” -

Resta invece - ed è una nota negativa - la Tabella per l’individuazione del Fabbisogno Risorse professionali per il sostegno didattico e l’assistenza (la trovate come allegato c1 sul sito detto prima). Di fatto un nuovo automatismo per la quantificazione delle ore di sostegno che si sostituisce a quello attuale imperniato sulla gravità della condizione di disabilità, ma senza cambiarne la logica. «È un peccato perché l’impianto del nuovo PEI ha un suo senso, si basa sulla Convenzione Onu e sui giusti sostegni, ma se poi all’ultima pagina non ci sono i giusti sostegni ma ancora gli automatismi… cade un po’ tutto», continua de Robertis.

La proposta della quantità delle ore di sostegno, a maggio, viene fatta a partire dal debito di funzionamento rilevato e a seconda di quello – assente, lieve, medio, elevato o molto elevato – la voce crocettata va a individuare il range di ore di sostegno possibile: da 0 a 25 alla scuola dell’infanzia, suddivise in quattro fasce, e da 0 a 18 alla secondaria, sempre in quattro fasce. «Pur superandosi l’inaccettabile automatismo di prassi avvenuto negli anni tra condizione sanitaria ed assegnazione del sostegno, quasi che l’alunno fosse la sua malattia, se ne introduce comunque un altro, tra “debito di funzionamento” e ore di sostegno. Ma le esigenze di sostegno didattico e per l’autonomia e la comunicazione per l’anno successivo nascono non solo dall’analisi del raggiungimento degli obiettivi didattici e di autonomia e comunicazione dell’anno concluso ma anche dalle predeterminazioni, insieme alla famiglia, degli obiettivi ritenuti da poter perseguire nell’anno successivo. Questi ultimi non sono solo collegabili ai soli traguardi raggiunti nell’anno precedente: per esempio per l’anno successivo per la maturità raggiunta solo nelle ultime settimane di scuola o per la propensione individuale di quell’alunno proprio per le nuove materie si può ben sperare a obiettivi più alti di quelli che avrebbe portato la mera consequenzialità del percorso. Oppure può aversi il caso in cui seppur il debito di funzionamento si sia attestato alla fine dell’anno scolastico ancora a livello medio, si stia però dentro un trend che stava calando velocemente in maniera negativa, per esempio per l’impatto della didattica a distanza. La regola principe è il percorso di progettazione condivisa con la famiglia e con tutti gli operatori che a vario titolo partecipano a questo percorso dell’alunno e della classe, da attivare alla fine dell’anno scolastico precedente, evitando quindi che il primo giorno di scuola non sia tale per tutti gli alunni», prosegue de Robertis. «Fish aveva chiesto almeno di prevedere delle eccezioni, che però sembra alla prima lettura non ci siano nelle linee guida».

Già prima di Natale Anffas aveva riaffermato con forza la propria contrarietà «a qualsiasi tentativo volto a ridurre il percorso di inclusione scolastica ad un mera lotta di ore di sostegno aumentate o diminuite a seconda delle forze in campo o peggio dei ricorsi giudiziali». «Precostituire una tabella in cui far corrispondere, a seconda del livello di “debito di funzionamento” dell’alunno con disabilità rilevato alla fine dell’anno scolastico precedente, un range di ore spettanti per il successivo anno scolastico, significa passare dalla padella alla brace con buona pace rispetto al percorso che era stato già individuato e condiviso e che, invece, prevedeva un percorso valutativo con la piena partecipazione dell’alunno e della famiglia che fosse in grado di garantire tutti i giusti e necessari sostegni, in modo individualizzato», aveva commentato Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas. «Basta scorciatoie, se si vuole veramente costruire un nuovo sistema di un inclusione scolastica la via maestra da percorrere è quella di completare al più presto la riforma con i decreti mancanti, mettendo in atto una imponente attività formativa che accompagni, nella pratica attuazione, quanto la riforma prevede ed introduce sia in termini di innovazione che di nuove e diverse competenze. In buona sostanza occorre introdurre un sistema fortemente basato sulla corresponsabilità dei vari soggetti che a vario titolo interagiscono con gli studenti con disabilità al fine di garantirne la piena e compiuta inclusione nel mondo della scuola. L’intero processo valutativo deve vedere un ruolo centrale della famiglia che non può essere mai relegata ad un ruolo marginale o meramente destinataria di altrui decisioni».

Un altro problema riguarda la quantificazione delle ore previste per assistenti alla comunicazione e all’autonomia. A queste due voci c’è un (*) che sottolinea come «le risorse professionali da destinare all'assistenza, all'autonomia e alla comunicazione sono attribuite dagli Enti preposti, tenuto conto del principio di accomodamento ragionevole e sulla base delle richieste complessive formulate dai Dirigenti scolastici, secondo le modalità attuative e gli standard qualitativi previsti nell'accordo di cui all'articolo 3, comma 5-bis del DLgs 66/2017». «Il GLO praticamente è spodestato, non si è capito che accomodamento ragionevole non è il ragionevole contenimento della spesa pubblica», chiosa de Robertis. “Ragionevole” nell’articolo 2 della Convenzione Onu indica l’utilizzo non sproporzionato di una risorsa rispetto all’efficacia che deve conseguire: «bisognerà stare attenti che non si utilizzi questo sistema per contrarre le risorse».

«Ora occorre controllare parola per parola quanto è stato modificato rispetto alle bozze, basta che siano stati tolte poche parole che alcune questioni attenzionate si disinnescano», è il primo commento di Dario Ianes, docente di pedagogia e didattica speciale a Bolzano. «A me questo nuovo PEI pare un passettino debole ma nella direzione giusta. Sugli automatismi per l’attribuzione delle ore di sostegno eravamo tutti un po’ perplessi, ma in realtà per risolvere alla radice il problema serve un cambio di paradigma. Il tema vero è che la questione delle figure di supporto all’inclusione non è ancora risolta, occorre trovare un sistema diverso. Basti pensare ai 13mila idonei ai corsi di specializzazione sul sostegno che non potranno specializzarsi, hanno superato le selezioni ma non possono fare il corso ordinario perché i posti sono pochi, nonostante in Italia oggi il 37% delle cattedre di sostegno siano date a docenti non specializzati. Un tema incredibile. C’è una precarizzazione al cubo del sostegno, con scelte che sempre più sembrano mettere in dubbio la reale volontà del sistema di supporto all’inclusione».