mercoledì 7 luglio 2021

L’aula di sostegno è contraria alla pedagogia dell’inclusione e, forse, è anche una pratica illegittima

La Tecnica della Scuola del 07/07/2021

Quello dell’inclusione è un tema molto complesso e anche carico di contraddizioni; in non pochi casi, ci sono anche pratiche didattiche che, pur messe in atto con ottime intenzioni, risultano alla fine ben poco inclusive.

Una di queste è quasi certamente quella dell’aula di sostegno che non poche scuole allestiscono anche con una certa enfasi e con un significativo impiego di risorse economiche.

Ne parliamo con tre esperti della materia, per conoscere il loro parere.

“L’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità – afferma per esempio Evelina Chiocca, presidente del Coordinamento italiano insegnanti di sostegno – si realizza nelle classi comuni delle scuole di ogni ordine e grado: è quanto stabilisce la legge 104/92 all’art. 12 comma 2. Eppure, nonostante queste chiare indicazioni, nelle scuole italiane persiste la presenza di aule ‘destinate al sostegno’, ovvero riservate ai soli alunni con disabilità. E questo mette in evidenza come il processo inclusivo sia decisamente distante da quell’idea di compartecipazione di condivisione auspicato e promosso fin dagli albori”.

“Da sempre – aggiunge Chiocca – i pedagogisti stigmatizzano questi spazi che allontanano gli alunni con disabilità dalle loro classi e dai loro compagni e che ricordano, molto bene, le classi speciali o le classi differenziali, che sono state abrogate da circa cinquant’anni”.

“Le cosiddette ‘Aule H” presenti in diverse forme e quantità in molte scuole – sostiene Raffaele Iosa, ex ispettore tecnico e responsabile per molti anni dell’Osservatorio nazionale sull’handicap – sono segno di cattiva e finta inclusione. Questo non vuol dire che non si debba pensare a ‘spazi flessibili’ oltre le rigide aule frontali per svolgere attività laboratoriali, di piccoli gruppi, di relax”.

“Però – sottolinea ancora Iosa – il valore di questi spazi sta se mantengono caratteri di comunità, utili per tutti, magari angoli interni ed esterni anche scelti dagli alunni stessi; diventano invece un ghetto isolante se sono spazi chiusi con il solo alunno con disabilità e il solo insegnante di sostegno, magari per molte ore al giorno. L’assenza di relazioni tra pari non é scuola, ma un parcheggio isolante dannoso per tutti”.

E a chi fa osservare che talora l’”aula H” viene creata proprio per offrire agli alunni con disabilità uno spazio più adeguato, Iosa risponde: “Si tratta di comode soluzioni messe in atto quando non c’è un progetto pedagogico vero; anzi in alcuni casi rappresenta una paradossale offerta di ‘aiuto’ perché lì verrebbero protetti. Insomma, aule H quasi come gli antichi manicomi pre legge-Basaglia”.

“In questa fase – afferma per parte sua Marisa Faloppa, del Comitato torinese per l’integrazione – dobbiamo diffondere strategie che sostengano l’integrazione con i compagni di classe. Le aule di sostegno non ci sembrano per nulla utili; ancora più sbagliata è la pratica di delegarne la gestione agli insegnanti di sostegno e riservarne l’accesso agli allievi disabili”.

“Senza dimenticare – conclude Faloppa – un aspetto importantissimo: le indicazioni delle Linee Guida del 2009 secondo ‘è contraria alle disposizioni della Legge 104/92 la costituzione di laboratori che accolgano più alunni con disabilità per quote orarie anche minime e per prolungati e reiterati periodi dell’anno scolastico’ sono tuttora valide e vanno rispettate”.

di Reginaldo Palermo

Un altro Tribunale sentenzia: i cani guida dovevano accedere alle scale mobili

Superando del 07/07/2021

Dopo la Sentenza prodotta lo scorso anno dalla Corte d’Appello di Venezia – che dopo una lunga battaglia giudiziaria aveva condannato il Comune di Belluno e la Società di gestione della scala mobile che porta al centro storico della città, per discriminazione nei confronti di quelle persone con disabilità visiva accompagnate dai loro cani guida, alle quali era stato vietato di accedere a quella stessa scala mobile -, anche il Tribunale di Treviso ha sentenziato in modo analogo. La parola, per una decisione definitiva, passerà ora alla Corte di Cassazione.

BBELLUNO. È una storia molto lunga, quella incominciata a Belluno nel 2015, che forse qualche Lettore o Lettrice di «Superando.it» ha voluto seguire, con pazienza, anche sulle pagine del nostro giornale, visto che l’abbiamo raccontata passo dopo passo, non sempre raccogliendo l’approvazione dell’Ente Locale coinvolto.

Ricapitolando rapidamente l’accaduto, era successo in sostanza che alcune persone con disabilità visiva, accompagnate dal proprio cane guida, si erano visto negare l’accesso alla scala mobile di Lambioi, che porta al centro storico di Belluno, di fronte a un cartello indicatore di divieto, recante la scritta Inclusi i cani guida.

Il momento più “caldo” si era avuto esattamente il 9 maggio 2015, quando un cospicuo gruppo di persone, provenienti da varie città d’Italia, si erano recate con i loro cani guida ai piedi di quella stessa scala mobile, chiedendo di salire, nel rispetto delle Leggi, e con l’intento dimostrativo «di far vedere che gli animali sono perfettamente in grado di prendere le scale mobili in tutta sicurezza, oltre che per rivendicare la libertà di movimento e il rispetto della dignità». Ciò aveva portato al blocco dell’impianto, da parte della Società Bellunum che lo gestiva, e anche all’arrivo della Polizia, lasciando le persone momentaneamente bloccate sulla scala mobile, senza la possibilità di salire né di scendere in sicurezza e lasciando anche in sospeso la situazione, tra polemiche varie e preannunciate azioni legali.

Dal canto nostro avevamo ricordato in più occasioni che quel divieto si collocava in palese violazione delle Leggi vigenti (Legge 37/74, aggiornata dalla Legge 60/06), che obbligano ad accogliere i cani guida in ogni luogo pubblico o aperto al pubblico.

Le persone coinvolte, dunque – e discriminate, aggiungiamo – avevano presentato una denuncia agli organi competenti, basata anche sulla violazione di un’ulteriore norma, quella Legge 67/06 che vieta ogni tipo di discriminazione contro le persone con disabilità. In prima istanza, però, il Tribunale di Belluno aveva rigettato il tutto.

Dopo anni di battaglie legali, finalmente, si era arrivati lo scorso anno a una svolta positiva, quando con la Sentenza n. 1146/20 del 28 aprile, la IV Sezione Civile della Corte d’Appello di Venezia, aveva accolto tutte le istanze presentate dalle persone con disabilità visiva, condannando il Comune di Belluno e la Società Bellunum al risarcimento del danno morale subito, nonché alla cessazione delle condotte discriminatorie nei loro confronti.

«Si tratta di una Sentenza importantissima – aveva commentato per l’occasione Chiara Frare, legale patrocinante -, di un grande passo in avanti per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità, vittime di discriminazioni. Se infatti il danno risarcibile, come in questo caso, si configura per una lesione anche solo potenziale della sfera di diritto del disabile, è evidente che siamo di fronte ad una prova del danno in re ipsa [“nella stessa natura della cosa”, N.d.R.], certamente liquidabile, come nel caso in esame, in via equitativa».

Riferendosi poi alla Legge 67/06, Frare ne aveva voluto sottolineare l’importanza, parlando di «uno strumento di tutela potente per situazioni di questo tipo, che deve però essere più conosciuto e pubblicizzato e soprattutto applicato secondo buon senso e secondo i princìpi che la legge stessa intende tutelare, vale a dire il diritto per le persone con disabilità di non essere discriminate rispetto agli altri, proprio in ragione della propria disabilità».

Palese, ovviamente, era stata la soddisfazione delle persone con disabilità visiva – condivisa pienamente anche dal nostro giornale – ovvero di coloro che in quei giorni del 2015 erano stati bloccati davanti o addirittura sui gradini di quelle scale mobili. «Tutti noi – avevano affermato – siamo appagati dal risultato ottenuto, poiché quel giorno, assieme ai nostri cani guida, ci siamo ritrovati a subire su quelle scale mobili un’umiliazione e una discriminazione, in quanto persone con disabilità visiva che hanno scelto un cane guida come ausilio per la propria libertà di vivere autonomamente. Questa Sentenza rappresenta un importante traguardo contro la lotta alle discriminazioni».

Tutto finito, dunque? Niente affatto, se è vero che per il Comune di Belluno è arrivata alla fine di maggio una nuova condanna, questa volta dal Tribunale di Treviso al quale la Corte d’Appello di Venezia aveva assegnato la competenza territoriale in riferimento a una delle donne con disabilità visiva di quel gruppo del 2015, residente appunto in provincia di Treviso.

Il Foro di Treviso, dunque, come già lo scorso anno la Corte d’Appello di Venezia, ha giudicato come discriminatori gli atti compiuti nel 2015 dal Comune bellunese e dalla Società Bellunum, condannandoli entrambi a un risarcimento di 500 euro, oltre al pagamento delle spese processuali e alla pubblicazione a spese del Comune su un giornale a tiratura nazionale, tra quelli di maggior diffusione nel territorio di pertinenza del provvedimento.

In realtà la vicenda, va detto in conclusione, non è ancora conclusa, poiché la Sentenza della Corte d’Appello di Venezia è stata impugnata dal Comune di Belluno e dovrà essere giudicata dalla Corte di Cassazione. Il Comune stesso, inoltre, potrebbe decidere a questo punto di impugnare anche la Sentenza del Tribunale di Treviso. Resta tuttavia la grande importanza di quei due provvedimenti, che hanno anche smentito il Parere dell’Ufficio Speciale Trasporti Impianti Fissi di Venezia, interpellato al proposito dal Comune di Belluno, il quale aveva negato la possibilità di consentire l’accesso alle scale mobili anche ai cani-guida addestrati, essendo la pendenza della struttura tale da farla rientrare tra gli impianti di risalita e quindi inaccessibile agli animali per questioni di sicurezza.

E in ogni caso non mancheremo di continuare a informare i Lettori e le Lettrici sugli ulteriori sviluppi giudiziari, con l’augurio che questa volta si possa veramente parlare di decisioni definitive. (Stefano Borgato)

Ringraziamo Massimiliano Bellini per la collaborazione.

Blocnotes mese di luglio 2021

Scaricabile al seguente link il numero di luglio del notiziario informativo mensile del Consiglio Regionale Lombardo U.I.C.I., a cura di Massimiliano Penna.

BLOCNOTES LUGLIO 2021 (formato .doc)

domenica 4 luglio 2021

Midena (Sir), "Maculopatia, con farmaci solo 6-8 % pazienti perde vista"

Today del 04/07/2021

ROMA. "La degenerazione maculare dovuta all'età colpisce il 50% della popolazione sopra i 65-70 anni, ma grazie ai nuovi trattamenti farmacologici solo il 6-8% riporta una perdita visiva. Tuttavia, la malattia può fare la sua comparsa già dopo i 55 anni. Il fumo è il principale fattore di rischio perché la maculopatia colpisce i piccolissimi vasi della retina, quindi bisogna stare molto attenti". Così Edoardo Midena, segretario generale della Società italiana della retina, in occasione del Congresso nazionale Sir che si è svolto a Venezia dal 1 al 2 luglio per fare il punto su screening, fattori di rischio e diagnosi differenziali delle patologie che colpiscono la retina, ma anche per parlare di novità dal punto di vista terapeutico e chirurgico.

"La maculopatia legata all'età è diffusa nella popolazione più anziana - afferma Midena, che è anche direttore della Scuola di specializzazione in Oftalmologia dell'Università degli Studi di Padova - ma le lesioni della retina possono fare la loro comparsa anche prima, ovvero sopra i 55 anni. Non esiste un identikit del paziente-tipo, chiunque al di sopra dei 65 anni può essere colpito dalla maculopatia legata all'invecchiamento. I sintomi si manifestano tardi, quando la malattia c'è già, e includono: riduzione della vista, distorsione delle immagini (il profilo della porta non è più dritto e le righe di un testo di un giornale o di un libro fanno 'le onde'). In questo caso i segni della malattia, se uno guarda dentro l'occhio, ci sono da molto tempo. Inoltre, bene sapere che la maculopatia può colpire anche soggetti sani, che non sono cioè sottoposti ad altre terapie perché non hanno nessun tipo di disturbo".

Fondamentali la visita oculistica, controlli periodici in base allo stato iniziale e screening diagnostici "per escludere che ci siano altri problemi oltre ad una maculopatia", avverte Midena che aggiunge: "Siamo ancora in una fase in cui le foto sono importanti, ci dicono se c'è qualcosa, ma non sono sufficienti. Dobbiamo puntare di più sulla tecnologia diagnostica, specialmente in questo periodo per recuperare il tempo perso. E' fondamentale l'utilizzo dell'Oct. Durante i vari lockdown questi pazienti, così come tutte le persone con una patologia della retina, sono rimasti 'al buio'. Per oltre un anno, purtroppo, dal punto di vista clinico gli occhi non sono stati considerati importanti".

Dalla degenerazione maculare si può guarire. "Se fino a 10 anni fa non si poteva fare nulla - sottolinea il segretario generale della Sir - grazie alle nuove categorie di farmaci che vengono somministrati direttamente dentro l'occhio, la malattia viene bloccata. Si tratta dei cosiddetti farmaci intra-vitreali sempre più efficaci e sicuri, ma che se assunti per via generale avrebbero enormi effetti collaterali sui pazienti perché sono stati inizialmente studiati e sviluppati per malattie oncologiche, non per malattie oculari. Invece, alle dosi appropriate - e già abbondantemente studiate - una volta iniettati direttamente nell'occhio sono in grado di bloccare l'evoluzione della malattia. Questi farmaci sono oggi l'arma più importante: possono essere iniettati anche una volta al mese i primi 3 mesi, poi ogni 2-3 mesi. Per il paziente una terapia a lunga durata, ma più facile da seguire".

Dal Congresso Sir sono emerse diverse novità proprio in campo terapeutico. "Stiamo cercando di elaborare dei protocolli - conclude Midena - affinché la terapia non interferisca più di tanto nella vita delle persone. In altre parole, stiamo studiando la possibilità di effettuare un numero di iniezioni equilibrato da eseguire in strutture che permettano il trattamento e il ritorno immediato del paziente a casa. Inoltre, noi medici vogliamo essere pronti, sebbene non avremo per motivi statistici una pandemia ricorrente, per evitare quel blackout che oltre al lockdown abbiamo avuto per queste terapie".

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Mariotti (Sir), "Interventi in 3D nuova frontiera per chirurgia retina"

Terapia genica, cellule staminali e innovazione tecnologica sono le armi a disposizione degli esperti in campo oftalmologico contro le patologie dell'occhio. E' quanto emerso in occasione dell'ultimo Congresso della Società italiana della retina. "Grazie a nuovi schermi tridimensionali che utilizzano una digitalizzazione dell'immagine dell'occhio, la chirurgia della retina è diventata finalmente hi-tech. Con le immagini in 3D oggi è più facile effettuare vitrectomie perfette, fare cose che prima erano molto difficili con un margine di errore ormai ridotto. Questo sistema tridimensionale ci porterà a poter fare a meno del microscopio in sala operatoria sostituendolo con delle telecamere. Tutto poi può essere registrato, rivisto, analizzato. Non solo, questa metodica ci permette di poter fare delle terapie iniettive mirate e personalizzate perché la tecnologia è molto più precisa rispetto a pochi anni fa".

Così Cesare Mariotti, presidente della Società italiana della retina, nel suo intervento in occasione del Congresso nazionale Sir che si è svolto a Venezia dal 1 al 2 luglio. Obiettivo della due giorni: fare il punto su screening, fattori di rischio, diagnosi differenziali, tecniche chirurgiche e nuovi farmaci per le patologie che colpiscono la retina, in particolare la retinopatia diabetica e la degenerazione maculare dovuta all'invecchiamento.

"Per quanto riguarda la chirurgia della degenerazione maculare legata all'età - sostiene Mariotti, anche direttore della Clinica oculistica dell'Università Politecnica delle Marche, Aou Ospedali Riuniti di Ancona - ad oggi abbiamo a disposizione molteplici terapie già collaudate e sicuramente si sta delineando una promettente terapia genica endo-vitriale, che utilizza un virus adeno-associato (Aav) come veicolo per trasferire geni a cellule specifiche. Si tratta di un trattamento che rappresenta un grosso miglioramento della qualità di vita per chi soffre di questa malattia, ovvero il 50% della popolazione over 65. Così come è fondamentale la chirurgia delle grosse emorragie. La degenerazione maculare produce una grossa emorragia sotto-retinica. Grazie alle nuove metodiche possiamo sciogliere l'emorragia con una particolare sostanza e continuare la nostra terapia con le iniezioni, oppure tagliare la retina per eliminare il grosso coagulo di sangue. Molto importante il trapianto di cellule staminali così come lo è il trapianto autologo di coroide. Quest'ultimo è un intervento complesso che consiste nel trapianto di un lembo di coroide prelevato dalla periferia dello stesso occhio e posizionato al centro della retina, in modo da ripristinare l’apporto metabolico alla macula".

Della degenerazione maculare ne esistono due tipi, 'secca' e 'umida', entrambe legate all'invecchiamento dell'occhio. Quella umida si caratterizza soprattutto per la formazione anomala di nuovi vasi sanguigni che danneggiano le cellule della retina. "La buona notizia per i pazienti affetti da degenerazione maculare umida - tiene a precisare il presidente della Sir - è che possiamo contare su una classe di farmaci inibitori di Vegf (Vascular endothelial growth factor) che inibiscono la formazione dei vasi sanguigni anomali e impediscono la perdita della vista, con una buona percentuale di successo. Per quanto riguarda la degenerazione maculare di tipo secco ci sono farmaci ancora oggetto di studio, ma su questo fronte stiamo ancora lavorando. Una cosa è certa: i pazienti con degenerazione maculare legata all'età costretti all'intervento chirurgico sono pochi, meno del 10%, perché fortunatamente riusciamo a trattarli con le terapie farmacologiche".

Per i pazienti affetti da retinopatia diabetica, invece, la sala operatoria rappresenta una maggiore possibilità. "Nel 30% dei casi questi pazienti, soprattutto uomini, vanno operati - spiega Mariotti, tra i primi in Italia a utilizzare tecniche all'avanguardia nella chirurgia della retina - perché togliere il vitreo ad un paziente diabetico riduce enormemente il rischio delle patologie vitro-retiniche. Ma è vero anche il contrario. Una volta tolto il vitreo, se usiamo i farmaci utilizzati per il trattamento della degenerazione maculare, noteremmo che il tempo di attività di queste terapie si riduce. Sono purtroppo meno efficaci proprio perché non c'è più il vitreo. Quindi vanno valutate tutte le opzioni. Sicuramente si dovrebbe fare di tutto per evitare che il paziente diabetico arrivi in sala operatoria. Grazie al miglioramento degli esami pre-operatori, al sistema integrato tra interventi in 3D, digitalizzazioni delle immagini e Oct intraoperatorio, riusciamo a capire quando possiamo eseguire un intervento di routine, come quello per rimuovere l'edema maculare diabetico, l'accumulo di liquidi nella macula, la parte centrale della retina, e quando invece dobbiamo occuparci del distacco della retina, poiché i pazienti nel frattempo non si sono curati adeguatamente".

Sull'impiego di cellule staminali, Mariotti non ha dubbi: "Il loro trapianto oggi è molto richiesto, fortunatamente abbiamo i mezzi per farlo. Ma si tratta - avverte - di una chirurgia particolare, attraverso la quale le cellule staminali vengono introdotte sotto la retina con aghi specifici, quindi può eseguirla solo chi ha già una lunga esperienza di chirurgia vitro-retinica".

La chirurgia, però, va intesa come estrema ratio, è il pensiero di Mariotti: "Deve intervenire quando le patologie si complicano con le componenti emorragiche. La politica giusta - conclude - è quella di trovare dei centri dove il paziente trovi tutte le informazioni, sin dall'inizio del suo percorso diagnostico-terapeutico. Il nostro obiettivo, infatti, è di vedere sempre meno pazienti con retinopatia diabetica in sala operatoria. Per questo motivo è fondamentale che il diabetologo indirizzi il paziente immediatamente dall'oculista".

venerdì 2 luglio 2021

Creare forme di interazione che coinvolgano più sensi, accessibili anche a persone con disabilità

La Repubblica del 02/07/2021

Sulla scorta delle Raccomandazioni per l'accessibilità al patrimonio culturale emanate dal MiBACT, "Over the view" vuole estendere l'accessibilità dell'esperienza a quante più persone possibili, utilizzando il supporto del digitale.

CAGLIARI. Oltre alla vista, ci sono mille altri modi per fare un'esperienza, e il mondo del turismo non è esente da questa trasformazione. Se per molto tempo ci si aspettava di riportare indietro da viaggi immagini splendide, poi l'esigenza di conservare ricordi di esperienze ha determinato una crescente richiesta di un turismo del fare, approfittando delle offerte dei servizi locali. Ora l'onda è ancora cambiata, con crescenti aspettative sull'autenticità dell'esperienza turistica: sentirsi calati nelle tradizioni e nelle abitudini del territorio, nei gusti e negli odori tipici, almeno per il tempo di permanenza; in poche parole, partecipare alla vita autentica di chi e con chi quei luoghi li costruisce e li vive tutto l'anno.

Con l'obiettivo di soddisfare questa esigenza, e al tempo stesso di rendere il patrimonio culturale accessibile a tutti, nasce Over the view, un progetto finanziato dalla Regione Sardegna CON SARDEGNA RICERCHE E CRS4, con il contributo del Fondo europeo per lo sviluppo regionale 2014-2020. La sfida che ci si propone di affrontare è quella di creare delle forme di interazione virtuale che coinvolgano più sensi, e che possano essere accessibili anche alle persone con disabilità sensoriali.

Sulla scorta delle recenti Raccomandazioni per l'accessibilità al patrimonio culturale emanate dal MiBACT (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo), Over the view vuole estendere l'accessibilità di questa esperienza a quante più persone possibili, utilizzando il supporto del digitale.

Attraverso incontri di approfondimento sono state trasmesse le conoscenze digitali alle organizzazioni e alle imprese coinvolte nel progetto e sono stati realizzati alcuni scenari dimostrativi, ciascuno composto da cinque componenti: un luogo, lo spazio fisico in cui verrà realizzato; il contenuto cioè la rappresentazioni artistiche culturali oggetto dello scenario; la metodologia e le motivazioni delle scelte individuate; la tecnologia o le tecnologie che rendono possibile la realizzazione dello scenario, come le stampanti 3D, computer vision, sensori, segnalazioni acustiche; e infine la user experience, quale esperienza e quali sensazioni si desidera far vivere al visitatore e attraverso quale modalità di interazione.

Le istallazioni create con il progetto sono tre. Due plastici interattivi ospitati dal museo archeologico di Villanovaforru e dal museo archeologico di Cagliari, riproducono l'area archeologica di Genna Maria, e quella di Santa Vittoria di Serri. La novità è che non troveremo più cartellini che avvertono di non toccare le opere, al contrario attraverso l'istallazione di alcuni sensori, i plastici comunicano con i visitatori quando vengono toccati. Le aree di interesse vengono evidenziate da luci e una voce registrata illustra le loro peculiarità.

La terza installazione è quella Aptica, un nome che già suggerisce che bisogna usare le mani. Una serie di tavole che possono essere fruite anche in modalità tattile danno accesso agli archivi e ai magazzini della Pinacoteca nazionale di Cagliari, offrendo a vedenti e non vedenti un'esperienza originale dell'opera, una voce accompagna la fruizione descrivendo le caratteristiche dell'opera di cui si sta facendo esperienza, e per i non udenti, un display proietta la descrizione per iscritto.

Tutto questo in un'ottica inclusiva e innovativa. A guidare lo sviluppo del progetto c'è l'obiettivo di tracciare alcuni possibili scenari che sperimentano una fruizione culturale adatta anche a chi convive con una disabilità sensoriale.

Il progetto è realizzato con il contributo della Commissione Europea. Dei contenuti editoriali sono ideatori e responsabili gli autori degli articoli. La Commissione non può essere ritenuta responsabile per qualsivoglia uso fatto delle informazioni e opinioni riportate.

di Roberta Paoletti

Dalla cantoniera alla presolana

L’Eco di Bergamo del 02/07/2021

VALLE SERIANA. È una «Montagna no limits», dal titolo del servizio pubblicato sulla rivista Orobie di giugno, quella che propone il sentiero per tutti realizzato in alta Valle Seriana. È l'itinerario che dal passo della Presolana raggiunge il rifugio Carlo Medici, ai Cassinelli, sistemato per consentire di percorrerlo anche ai ciechi e alle persone con difficoltà motorie. Sono oltre due chilometri fino ai piedi della «Regina delle Orobie», che la rivista ha salito con Federico Zonca, non vedente. Le montagne bergamasche dispongono quindi di un «Sentiero per tutti», un progetto di cultura dell'inclusione e della diversità voluto dal Rotary club Città di Clusone, che lo ha realizzato con il coinvolgimento dell'Unione bergamasca del Club alpino italiano, della Rotary foundation e della Fondazione della comunità bergamasca onlus. Alla partenza e all'arrivo sono poste due mappe tattili che spiegano le caratteristiche del percorso. Parte dalla Cantoniera (1.290 metri), al confine tra Castione della Presolana e Colere. Si può parcheggiare lungo l'ex strada statale 671. All'imbocco della salita si trova la prima mappa tattile che consente anche alle persone non vedenti di avere informazioni sul percorso che segue il sentiero 315. All'inizio è su asfalto, poi sterrato. Alla biforcazione si sceglie la via più diretta, seguendo per malga Cassinelli (0,45 ore), malga Cornetto-via del Latte (1,30) e Grotta dei Pagani (2). Il percorso ora è in una pineta (1.325 metri), in salita, con brevi tratti con il battibastone per agevolare i ciechi. Ci sono punti in cui la pendenza è maggiore, con il fondo a volte roccioso. Il progetto «Sentiero per tutti» lo ha livellato dove pietre e radici degli alberi, affiorando, rendevano problematico il passaggio. Si incontra un traliccio dell'alta tensione elettrica, a cavallo del percorso, a circa un terzo del suo sviluppo (1.385 metri). Rientriamo nel bosco e proseguiamo fino ad arrivare, dopo circa 1,2 chilometri, a metà itinerario, a una panchina e al pannello tattile che riproduce quattro fossili della Presolana: turitella, voltzia, ammonite e gasteropode. Quando gli alberi lasciano la vista libera, tra piani e leggere salite, lo sguardo spazia tra il passo e, sulla destra, le rocce e le guglie della Presolana. Intorno a quota 1.500 metri attraversiamo un prato ed entriamo nel bosco. Al termine, anziché seguire la traccia sul crinale prativo camminiamo a sinistra, di nuovo tra gli alberi, fino alla strada lastricata per il rifugio Medici (1.568 metri). Poco oltre, nel prato, una panchina e la seconda mappa tattile segnalano il capolinea del «Sentiero per tutti». Questa realizzazione avvicina anche le persone meno allenate alla montagna. Pur nel suo breve sviluppo, il tracciato consente di immergersi nella natura e tra le vette, lasciandosi incantare dai paesaggi.

giovedì 1 luglio 2021

Kellogg, sulle confezioni di cereali una tecnologia per ciechi e ipovedenti

Agenzia AdnKronos del 01/07/2021

Uno speciale codice rende accessibili, in forma audio, le informazioni su ingredienti, allergeni e riciclaggio di ciascun prodotto specifico.

Un passo significativo verso una shopping experience più inclusiva: Kellogg Europa annuncia l’avvio di un progetto paneuropeo che renderà, entro la fine del 2022, tutti i pack di cereali dell’azienda più accessibili ai non vedenti e agli ipovedenti, grazie all’integrazione della tecnologia NaviLens, sviluppata per le persone con disabilità visive.

Il progetto, partito l’ottobre scorso con un test pilota in UK che ha ottenuto una percentuale di gradimento da parte dei soggetti interessati uguale al 97%, è pronto a raggiungere gli scaffali dei supermercati di tutta Europa già a gennaio 2022 con i pacchi di Special K, per diventare parte integrante di tutte le confezioni di cereali Kellogg entro la fine del 2022.

La tecnologia NaviLens si basa sulla scansione, attraverso il proprio smartphone, di uno speciale codice integrato nel design delle confezioni del prodotto: così vengono rese accessibili, in forma audio, le informazioni su ingredienti, allergeni e riciclaggio di ciascun prodotto specifico. La tecnologia NaviLens è realizzata con colori ad alto contrasto per l’individuazione anche da parte degli ipovedenti e può essere inquadrata fino a un massimo di tre metri di distanza. Inoltre il consumatore non ha bisogno di sapere esattamente dove si trova il codice sul pacco perché la tecnologia funziona anche senza un'inquadratura "a fuoco".

"L’integrazione della nostra tecnologia nelle confezioni di cereali Kellogg è un passo importante verso la realizzazione di un’esperienza di shopping più inclusiva per le persone con disabilità visive, aiutandoli a diventare più indipendenti e autonomi anche nella scelta dei prodotti", commenta Javier Pita, Ceo di NaviLens.

"In Italia, come nel resto d’Europa, le persone cieche e ipovedenti non sono ancora autonome nel fare la spesa o nell’avere accesso a informazioni fondamentali sui prodotti, come quelle relative alla shelf life o agli allergeni - spiega Mario Barbuto, presidente dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti - Per questo, l’iniziativa di Kellogg rappresenta un passo molto importante, poiché per la prima volta contribuisce a migliorare non solo l’esperienza di spesa, ma anche la gestione dei prodotti a casa. Si tratta di un cambiamento che, se adottato su larga scala, potrebbe davvero restituire ai clienti non vedenti la stessa libertà, autonomia e indipendenza che hanno i clienti vedenti. Progettare un packaging in modo che 'funzioni per tutti’ è un impegno fondamentale se vogliamo costruire una società più inclusiva, e speriamo che altri marchi seguano l'esempio di Kellogg nel rendere le informazioni sulle confezioni più accessibili".

"In linea con i valori del nostro fondatore W. K. Kellogg, continua il nostro impegno per contribuire a creare una società guidata da principi di equità, diversità e inclusione. In Europa ci sono oltre 30 milioni di persone che convivono con disabilità visive, la cui shopping experience può essere migliorata da soluzioni come NaviLens. Sono estremamente orgoglioso che Kellogg sia la prima azienda food al mondo ad utilizzare questa tecnologia", conclude Giuseppe Riccardi, General Manager di Kellogg Italia.