sabato 9 novembre 2019

BlindConsole, un progetto tutto italiano per far giocare i non vedenti

La Stampa del 09.11.2019

Start-up torinese Novis propone la prima console virtuale completamente accessibile a persone con disabilità visive.

Flavio Accossato, Adriana Ortelli, Dario Codispoti, sono i tre fondatori della start-up Novis, impegnata nella progettazione e nello sviluppo di BlindConsole, la prima console virtuale pensata per essere completamente accessibile a persone con disabilità visive.

L’idea di BlindConsole nasce nel 2018 quando Flavio, Adriana e Dario, frequentano un workshop della Scuola SEI della Fondazione Agnelli, ci dice Flavio: “L’obiettivo del workshop era partire da un’idea per poi realizzare un prototipo in dieci giorni. Inizialmente volevamo creare un nuovo modo di giocare a distanza. In poco tempo però ci siamo accorti che il progetto dava la possibilità a persone affette da disabilità visive di accedere l’intrattenimento digitale”.

La possibilità di accedere al mondo del videogioco a un pubblico che, salvo rari prodotti, ne è escluso, ha stimolato il team Novis a collaborare con UICI e APRI che sono le maggiori associazioni di non vedenti e ipovedenti italiane. Ci dice Adriana Ortelli: “All’inizio il prototipo era costituito da una racchetta da Ping Pong con un Arduino attaccato. In associazione abbiamo constatato che anche un gioco così, apparentemente molto semplice, era rivoluzionario perché non aveva bisogno di altre persone che guidassero il disabile visivo nell’utilizzo”.

A oggi non esiste ancora una console che escluda totalmente l’interfaccia grafica, questo rende impossibile la completa autonomia di gioco a una persona affetta da gravi disabilità visive.

I ragazzi di Novis iniziano così un percorso di collaborazione con la Polisportiva UICI e il gruppo giovani della APRI, una cinquantina di ragazzi che hanno tra i dieci e i venticinque anni. Arianna ci dice: “È importante, dato che sono loro gli utilizzatori, portare avanti un processo di co-design anche nella realizzazione dei giochi”.

Sviluppo di titoli che nelle intenzioni del team dovrebbero coinvolgere software house terze, interessate al progetto, che abbiano voglia di testare loro idee e confrontarsi con i ragazzi. Perché questo tipo di prodotti, di giochi, deve essere totalmente accessibile dal momento in cui si ha in mano il controller, senza la necessità di guardare uno schermo o chiedere a qualcuno di farlo.

I problemi che sorgono quando si approccia un’utenza con disabilità visive sono molti, ci spiega Flavio Accossato: “L'interazione con lo smartphone è in molti momenti macchinosa. È un oggetto progettato per stare in tasca ed essere visto. Non può dare feedback precisi sulla mano. Giocandoci non garantisce un utilizzo in sicurezza, farlo cadere, romperlo, equivale a un costo”.

Oltre alla console virtuale occorreva dunque un hardware, ci spiega Flavio: “Un oggetto che dia feedback molto precisi alla mano”.

Partendo da casi studio il team di Novis ha pensato da prima a un guanto, passando per un anello e un bracciale, per arrivare dopo diversi test a un controller vagamente ispirato al Nunchuk della console Nintendo Wii.

Un oggetto che abbia una facile gestione e che garantisca un ottimo feedback all’impugnatura, inoltre ci dice Arianna: “Volevamo un controller che fosse sviluppato internamente da noi sin dalle fasi iniziali, perché dopo i test sul prototipo abbiamo avuto la possibilità di implementarlo, aggiungendo sensori e un bottone nella parte superiore”.

Aver sviluppato un contreller proprietario dà la possibilità al team di ampliare la sua risposta in base alla domanda di prodotti, anche non ludici, per vedenti e ipovedenti.

A oggi BlindConsole è in fase di prototipazione avanzata hardware, ci dice Flavio Accossato: “Per quanto riguarda il controller abbiamo già definito le specifiche di massima della prima release. Sul versante software stiamo avvicinando partner tecnici per sviluppare prodotti che siano veramente accessibili e intuitivi”.

Il team di Novis è convinto che occorra andare controtendenza. Non bisogna, come accade, portare l’accessibilità a un prodotto finito, ma partire da un design che abbia l'inclusione come prerequisito progettuale.

L’obbiettivo, ci spiega Adriana Ortelli è: “Avere a fine marzo un kit di sviluppo e un’applicazione nuova con due o tre giochi realizzati da terze parti che utilizzino il nostro concept. Niente interfaccia grafica e tutto il gioco basato su audio e tatto”.

La missione di Novis non è solo realizzare una console per persone affette da disabilità visive, ma avere una piattaforma che dia la possibilità agli studi di sviluppo di creare indipendentemente i prodotti, perché l’inclusione è un ciclo virtuoso.

di Alessandra Contin

giovedì 7 novembre 2019

Il ristoratore vieta l'accesso al cane del non vedente

La Nuova Sardegna del 07.11.2019

Vietato l'accesso al cane guida di un non vedente di Terralba. Sabato scorso si è recato in un ristorante a Sardara, ma il titolare del locale ha chiarito all'ingresso che non avrebbe accolto il cane guida nel suo locale per evitare problemi con gli altri clienti. Protesta l'Uici di Oristano.

ORISTANO. In ristorante entra il padrone, ma non il cane. Il problema è che gli occhi di Vita, così si chiama l'animale, sono anche quelli di Martino Pianti, non vedente di 52 anni di Terralba che ha bisogno di avere a fianco a sé il suo cane guida. Vita è il suo navigatore satellitare in terra oscura, eppure, al momento di varcare la soglia del locale, il proprietario del ristorante di Sardara in cui Martino Pianti, la moglie e la figlia di undici anni dovevano passare alcune ore, è stato chiaro e irremovibile: «Lei entra, l'animale no». «Potrebbe dare fastidio agli altri clienti», «Possono insorgere problemi igienici», «Potrebbero esserci persone allergiche al pelo del cane», «Posso preparare un tavolo da cui vedete il cane che però deve rimanere fuori». Sono le spiegazioni che il ristoratore ha dato per giustificare il suo diniego e in seguito alle quali Martino Pianti, dopo avergli ricordato che qualsiasi esercizio commerciale è obbligato per legge a consentire l'accesso col cane guida alle persone non vedenti, ha girato le spalle e si è diretto verso un altro ristorante, dove l'accoglienza è stata ben diversa. Poteva chiamare la polizia locale, far multare il ristoratore e ottenere ragione, ha invece preferito sorvolare come ha già fatto tante altre volte visto che la cecità l'ha colpito da bambino per via del peggioramento di un glaucoma. Trascorso il week end di festa, ha però segnalato il caso alla sezione oristanese dell'Unione Ciechi e quindi ha reso pubblico l'episodio: «Mi è capitato tantissime volte in passato. Succede nei negozi, nei centri commerciali, nei ristoranti. Sono stato ancora una volta discriminato e ciò è accaduto di fronte ad altre persone e di fronte a mia moglie e mia figlia di undici anni, ma quello che mi interessa è portare all'attenzione di tutti la frequenza con cui, casi come questo, si verificano. Da cinque anni, Vita mi accompagna nelle attività di tutti i giorni e, dopo l'episodio di Sardara, è stato invece accolto come fosse un commensale nel ristorante di Sanluri». Questo accade nel 2019, a 45 anni dall'istituzione della legge che così recita in uno stranamente lineare e più che comprensibile linguaggio burocratico: «Il privo di vista ha diritto di farsi accompagnare dal proprio cane guida nei suoi viaggi su ogni mezzo di trasporto pubblico senza dover pagare per l'animale alcun biglietto o sovrattassa. Al privo della vista è riconosciuto altresì il diritto di accedere agli esercizi aperti al pubblico con il proprio cane guida». Se ciò non bastasse, il valore di questa legge è stato ribadito e ulteriormente chiarito con altri provvedimenti ovvero le leggi le leggi 376 del 1988 e 60 del 2006. L'episodio, ultimo di una serie che si spera abbia un termine, ha anche suscitato la reazione di Aldo Zaru, presidente della sezione territoriale dell'Unione ciechi: «Oltre a esprimere la solidarietà di tutta l'associazione, ribadiamo che le leggi italiane, in proposito molto chiare, devono essere rispettate da tutti. L'UICI di Oristano intende attivare azioni nelle sedi opportune e a questo scopo è importante farci conoscere ogni episodio discriminatorio come questo qui descritto».

di Enrico Carta

mercoledì 6 novembre 2019

Disabilità Legge di bilancio, nasce il Fondo per la disabilità e la non autosufficienza

Redattore Sociale del 06.11.2019

Servirà per "dare attuazione a interventi in materia a favore della disabilità finalizzati al riordino e alla sistematizzazione delle politiche di sostegno alla disabilità". E dar vita al Codice unico. La dotazione 50 milioni di euro per il 2020, 200 milioni per il 2021 e 300 milioni a decorrere dall'anno 2022.

ROMA. Nuove risorse per le disabilità: nel testo depositato al Senato, istituisce il "Fondo per la disabilità e la non autosufficienza". Ne parla all'articolo 40, dedicato alle "Misure per la disabilità", in cui si precisa la dotazione di questo fondo: 50 milioni di euro per il 2020, 200 milioni per il 2021 e 300 milioni a decorrere dall'anno 2022.

Obiettivo del fondo, si legge, è "dare attuazione a interventi in materia a favore della disabilità finalizzati al riordino e alla sistematizzazione delle politiche di sostegno alla disabilità, nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali".

Ora, l'attuazione degli interventi si definirà "con appositi provvedimenti normativi, nei limiti delle risorse di cui al primo periodo del presente comma, che costituiscono il relativo limite di spesa".

Il fondo servirà, da quanto si deduce, a dare attuazione a quel "Codice" per la disabilità annunciato e promesso dal premier Conte e dall'allora ministro Fontana, per riordinare la normativa in materia.

"È positivo e importante che il governo pensi a 'un ampio disegno riformatore attorno al tema della disabilità', ma a patto che ci sia un adeguato stanziamento finanziario, perché senza finanziamenti non c'è riforma. C'è solo annuncio e propaganda": così commentava sul suo blog, alcuni mesi fa, Franco Pesaresi (Asp di Jesi), esperto di welfare e in particolare di sanità e assistenza, riferendosi all'approvazione, in Consiglio dei ministri, del disegno di legge delega al governo su "semplificazione e codificazione in materia di disabilità".

Il disegno di legge.

La delega riguarda un ampio ventaglio di tematiche, investendo di fatto ogni ambito della vita delle persone con disabilità e delle politiche in loro favore. Nel dettaglio, si fa riferimento a nove settori d'intervento: definizione della condizione di disabilità; accertamento e certificazione; disciplina dei benefici (individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni in favore delle persone con disabilità; riordino dei criteri e dei requisiti per l'accesso, l'erogazione e la determinazione dei benefici e degli interventi e dei servizi rivolti alla persona con disabilità; riordino dei diversi fondi destinati alla disabilità; sistemi di monitoraggio, verifica e controllo e istituzione di un'Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità; promozione della vita indipendente e contrasto dell'esclusione sociale e valorizzazione del ruolo di assistenza svolto dai familiari, con adeguate misure di sostegno; abilitazione e riabilitazione; istruzione e formazione; diritto al lavoro (riordino della disciplina dei congedi parentali per i soggetti che assistono familiari con disabilità; agevolazioni in favore dei datori di lavoro che attivano politiche ed azioni volte a migliorare le condizioni di lavoro dei dipendenti con disabilità o che assistano familiari con disabilità; individuazione di profili professionali riservati a persone con disabilità; revisione della normativa in materia di collocamento mirato); accessibilità e diritto alla mobilità.

di Chiara Ludovisi

L'appello. "Basta con la segregazione". L'ultima protesta dei disabili

Avvenire del 06.11.2019

Le richieste al governo della Federazione italiana per il superamento dell’handicap. «Il Fondo per la non autosufficienza, oggi di 550 milioni, deve arrivare ad almeno 5 miliardi nei prossimi anni».

«Vogliamo che le persone con disabilità siano cittadini di un Paese inclusivo ». Termina con queste parole, la lettera aperta che la Fish, la Federazione italiana per il superamento dell’handicap, ha scritto al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in vista dell’avvio in Parlamento della discussione sulla Legge di bilancio. Dentro ci sono le richieste tese a “Bandire la segregazione e dare concretezza all’inclusione sociale”, come chiede, già nel titolo, il dossier recapitato a Palazzo Chigi.

«Per garantire l’inclusione – ricorda il presidente Vincenzo Falabella – è necessario passare da politiche di intervento settoriali e politiche sinergiche, prevedendo anche finanziamenti adeguati. Oggi, invece, siano di fronte a fondi largamente insufficienti, per tutti i settori. Un problema legato anche a un dato culturale: è necessario cominciare a considerare questi interventi non alla voce “costi” ma “investimenti”. Sarebbe un primo passo importante nella giusta direzione».

Quanti soldi servirebbero per far fronte alle «numerose emergenze che riguardano milioni di cittadini con disabilità », lo ricorda Falabella, che annuncia già una serie di emendamenti alla Legge di bilancio. «Innanzitutto – elenca il presidente della Fish – si deve intervenire sul Fondo per la non autosufficienza, che riguarda oltre 3,5 milioni di italiani. Attualmente, è finanziato con 550 milioni, ma deve diventare di un miliardo nel 2020, salire a 1,5 miliardi nel 2021, 3 miliardi nel 2022, fino ad arrivare, progressivamente, a una cifra compresa tra i 4 e i 5 miliardi negli anni successivi».

Si tratta di risorse importanti che, secondo la Fish, potrebbero essere recuperate proprio attraverso la «lotta alla segregazione» dei disabili. Falabella fa l’esempio dei tanti non autosufficienti ospitati nelle case di riposo. «Mediamente – ricorda – ciascuna di queste persone costa tra i 3mila e i 5mila euro al mese. Risorse che, invece, potrebbero essere impiegate anche per favorire la permanenza di almeno una parte di questi disabili nelle proprie case, investendo sui servizi per l’inclusione, anziché solo sulle strutture che portano all’istituzionalizzazione dei disabili».

Nemmeno il reddito di cittadinanza ha funzionato. O, almeno, non ha avuto sulle famiglie dei disabili lo stesso effetto che ha avuto sugli altri nuclei familiari. E questo perché, ricorda Falabella, considerare anche la pensione di invalidità nel computo del reddito familiare, ha comportato una pesante sforbiciata dell’importo complessivo dell’assegno di cittadinanza. Nella lettera a Conte, la Fish ricorda le altre «sfide ancora aperte». Tra queste, al primo posto c’è la «revisione dei criteri per il riconoscimento della disabilità mirati all’inclusione e all’elaborazione dei progetti personali e di vita» e «misure e servizi per il sostegno alla buona occupazione e al mantenimento del posto di lavoro».

Decisivi sono, anche, i «supporti e i servizi a sostegno dei caregiver familiari e del loro lavoro di cura», così come le «misure per favorire la vita indipendente », i «sostegni e i servizi per l’abitare e per la non autosufficienza e gli interventi per il contrasto alla segregazione e all’isolamento», o «il miglioramento della qualità dell’inclusione scolastica». Nell’elenco delle priorità stilato dalla Fish, è ricordato anche «l’accesso ai diritti e alla partecipazione civile, incluso il diritto di voto e alla partecipazione politica attiva», gli «interventi per migliorare la mobilità, l’accessibilità e la qualità dei luoghi, dei servizi e delle opportunità culturali e ricreative» e il «diritto alle cure migliori, all’abilitazione, alla diagnosi anche precoce». Tutti interventi che fanno riferimento ai «tre pilastri dell’inclusione: il diritto alla salute, il diritto all’istruzione e il diritto al lavoro». Su tutti e tre i disabili italiani ora aspettano risposte.

di Paolo Ferrario

domenica 3 novembre 2019

The sound of silence. Così le auto elettriche iniziano a fare rumore

La Stampa del 03.11.2019

Avas, Il nuovo sistema acustico per farsi sentire dai pedoni.

Ricordate in tempi in cui «silenziosa» era un pregio, parlando di macchine? Bene, la musica è cambiata. Da quando per strada hanno iniziato a circolare le auto ibride ed elettriche ci siamo resi conto che un blocco di metallo che si muove senza fare il minimo rumore può essere un pericolo per pedoni e ciclisti. Per questo in Europa, dal mese di luglio 2019 tutte le auto elettriche di nuova omologazione devono emettere un suono fino alle velocità di 20 km/h, soglia oltre la quale dovrebbe farsi sentire il rotolamento dei pneumatici: il sistema acustico è stato battezzato Avas (Acoustic Vehicle Alert System) ed entro il 2021 dovrà essere adottato da tutte le elettriche di nuova immatricolazione, anche dei modelli omologati prima di luglio 2019. Al momento, invece, non pare obbligatorio l'adeguamento delle auto già targate.

Il regolamento mette le case automobilistiche di fronte a un problema che finora non si erano mai poste, perché il rumore era diretta conseguenza delle scelte meccaniche: quale «firma sonora» scegliere per sostituire il quieto borbottio dei pistoni? Va detto che la creatività è limitata dalle maglie del regolamento europeo, che impone un suono continuo che dia «un'indicazione intuitiva del comportamento del veicolo (...) modificando automaticamente il livello sonoro o le sue caratteristiche a seconda della velocità». Chi pensava a sonorità creative - cinguettii, chitarre elettriche? - dovrà rassegnarsi: per legge l'Avas «deve essere simile al suono di un veicolo appartenente alla stessa categoria dotato di motore a combustione interna».

I costruttori automobilistici potrebbero semplicemente registrare la voce di un propulsore tradizionale, ma non lo fanno. Nemmeno le case che del sound dei loro sei-otto-dodici cilindri sono sempre state orgogliose. Tutte vogliono dare una connotazione moderna alle loro ultime creature: «La gente deve pensare subito: wow, questa non può che essere una macchina elettrica», dice Indra-Lena Kögler, designer Volkswagen.

Assoldati dalle Case, i tecnici del suono si sono messi al lavoro per accordare l'Avas come fosse uno strumento musicale. Jaguar, per la I-Pace, ha consultato anche un'associazione britannica di ipovedenti (Guide dogs for the blind), i più vulnerabili ai pericoli silenziosi. Ma il rumore è importante anche per chi guida. Le filosofie sono diverse. C'è chi, come Porsche, sostiene che la guida sportiva esiga il coinvolgimento, anche sonoro, del pilota. E chi, come Valentina Wilhelm, designer Volkswagen, fa il paragone con la voce umana: l'auto elettrica non deve essere una compagna di viaggio muta, ma «non deve nemmeno parlare tutto il tempo. Deve offrire assistenza solo quando serve».

di Claire Bal

Il display tattile 3D per non vedenti fa "sentire" le forme

Futuro prossimo del 03.11.2019

Un team di Stanford lavora ad un modo per mostrare ai non vedenti delle informazioni 3D come forme e oggetti grazie ad uno speciale display tattile.

L’uso di un computer con un software apposito, o in modalità accessibile, è un punto di partenza per i non vedenti che vogliono informarsi e comunicare. Ci sono però cose che non possono ancora essere trasmesse, come l’immagine di oggetti tridimensionali.

Un team dell’Università di Stanford lavora ad un modo per mostrare ai non vedenti delle informazioni 3D, come figure tridimensionali di un CAD o di programmi di modellazione. Gli studi hanno portato alla realizzazione di un prototipo di display tattile 3D composto da “pixel” tattili (Taxel?) che si alzano o si abbassano a seconda della forma da rappresentare.

Il progetto di ricerca è una collaborazione tra il capo del Laboratorio scientifico della Stanford Sean Follmer e gli studenti Alexa Siu e Joshua Miele, e ha lo scopo di sviluppare spazi comuni in cui persone non vedenti possano allargare la loro autonomia lavorativa svolgendo anche compiti che avrebbero richiesto la visione.

Il display tattile.

Il dispositivo è un rettangolo con 12 file di 24 piccole colonnine arrotondate che possono muoversi in alto ed in basso con molta precisione (da pochi millimetri ad alcuni centimetri) assumendo la forma di oggetti tridimensionali. I movimenti del sistema sono abbastanza rapidi da poter fornire rappresentazioni in tempo reale delle forme e delle loro variazioni.

“Il progetto darà la possibilità ai non vedenti di essere anche operatori dei software di progettazione, e non solo utilizzatori. Potranno creare i loro oggetti in 3D, e magari usare una stampante per realizzarli,” dice Miele, co-autore del progetto e non vedente, in un comunicato di Stanford.

Display 3D o 2.5D?

Si chiama il display “2.5D,” perchè ovviamente non permette di rappresentare un oggetto “a mezz’aria”, totalmente staccato dal suolo. Una parte dello spazio è occupata dalla base del display, dopotutto. Eppure, a dispetto della puntuale osservazione, il display rappresenta in modo ottimo un oggetto e fornisce al non vedente tutte le informazioni necessarie sulla sua forma.

Piccoli passi.

Il “problema” del display per non vedenti a questo punto è la risoluzione, che va assolutamente migliorata per offrire una percezione sempre più precisa. Altri team di ricerca nel mondo lavorano a soluzioni simili, e sembra che questo campo proceda più lentamente di altri, probabilmente per il minor “bacino di utenza”.

Il display tattile ha bisogno di altro lavoro prima di poter essere commercializzabile. Vanno ridotte le dimensioni dei pixel tattili e aumentata la velocità di esecuzione.

Il gruppo però è determinatissimo e si dice convinto che i miglioramenti saranno fatti a velocità piuttosto sostenuta. Seguite i vari sviluppi, se volete, sul sito ufficiale del laboratorio di Stanford , o attendete gli aggiornamenti che vi darò di volta in volta.

di Gianluca Riccio

sabato 2 novembre 2019

Trekking per ciechi e ipovedenti: un'esperienza aperta a tutti

La Nuova Ecologia del 02.11.2019

Da Santhià al Sacro Monte di Oropa: un cammino di 62 km, da percorrere in 4 tappe, pensato per non vedenti e per gli amanti del trekking.

ORONA. Immaginate di camminare per chilometri fra campi di grano senza vedere e di percorrere formazioni di origine glaciale fra le più antiche d’Europa. Immaginate ora di esplorare bendati una foresta con un gruppo di persone, di guadare gelidi ruscelli e risalire, in fila indiana, alpeggi assolati fino a 1.200 metri di altezza, aiutandovi soltanto con bastoncini da trekking o poggiando la mano sullo zaino del compagno che vi precede. Prima di provare il Cammino di Oropa, l’ultimo dei percorsi “accessibili” inaugurato nel cuore del Piemonte, pensavo fosse impossibile. Dopo averlo percorso per quattro giorni con un gruppo di dodici camminatori vedenti, ciechi e ipovedenti, tutti appassionati d’avventura, ho scoperto che non è soltanto un’occasione per superare i propri limiti. Può trasformarsi in un laboratorio sensoriale, dove imparare a percepire lo spazio “con occhi diversi”.

Progettato nel 2012 dalla Casa del movimento lento, onlus che si occupa di valorizzare la cultura del cammino nel biellese, il Cammino di Oropa è un itinerario di 62 km in quattro tappe di difficoltà crescente. Dalla pianura vercellese di Santhià raggiunge il santuario dedicato alla Madonna nera di Oropa, il luogo di culto mariano più importante dei nove Sacri Monti dell’arco alpino, dichiarati nel 2003 patrimonio dell’umanità dall’Unesco. «Un percorso semplice e blind friendly, adatto a principianti che desiderano prepararsi alla Via Francigena o al Cammino di Santiago, segnalato (con adesivi e segnavia gialli e neri, nda) per essere fruibile anche dagli ipovedenti», spiega Alberto Conte, fondatore della Casa del movimento lento, che ha progettato il tracciato nel 2012 in collaborazione con l’associazione Amici della Francigena e del Santuario di Oropa. «Abbiamo ridotto al minimo guadi, fondi dissestati, gradini e strade trafficate, proponendo all’occorrenza delle varianti».

Non è la meta finale la parte emozionante del viaggio, ma la traversata. Ed è quando gli occhi si chiudono che l’esperienza acquista il suo significato più intimo e profondo. Un universo carico di percezioni si dischiude. Il paesaggio diventa suono, profumi, sensazioni, restituendo un’immagine dei luoghi attraversati inconsueta. Succede durante i workshop, quando vedenti e non vedenti scambiano ruoli e impressioni. «Lo spirito del viaggio è quello della condivisione – anticipa Giulia presso la sede dell’associazione Amici della Via Francigena di Santhià, da dove il cammino prende il via con la con- segna del passaporto del pellegrino – Non ci sono accompagnatori, ma compagni di viaggio». È con lei che affronto la prima tappa (Santhìà-Roppolo), che ricalca l’ottava della Via Francigena. Ventiquattro anni, valdostana, fa la guida sensoriale in Veneto, dove illustra in barca la “Venezia che non si vede”. Guardarla camminare riempie di stupore, tanta è la disinvoltura con cui si muove in autonomia. «Nella natura mi sento libera – racconta – Cammino in silenzio. Predispone all’introspezione».

Il paesaggio, a tratti monotono della pianura, a occhi chiusi è un’esplosione di odori contrastanti. «Il profumo inebriante del glicine e l’odore pungente del trinciato, vicino le cascine, investono i sensi», fa notare Josè, programmatore ipovedente di Milano. Un percorso collinare porta a Roppolo, con il suo castello millenario, dal quale la vista sul lago di Viverone è eccezionale. Durante la seconda tappa (Roppolo-Magnano) ci addentriamo nell’anfiteatro morenico di Ivrea, che sembra ergersi sulla pianura padana come una muraglia lunga oltre 25 km. L’incontro con due castagni millenari diventa un’esperienza tattile avvincente. Un sentiero costeggia file di vigneti e conduce a un belvedere panoramico. In lontananza, le Alpi canavesane svettano imponenti. Come descrivere la vista a chi non vede? «Il concetto di colpo d’occhio può essere ricostruito dal particolare e dalle proprie percezioni – spiega Giulia – Il rumore di un camion indica una strada. Il sole che scalda il volto e la voce che si disperde un’apertura sulla natura. La visione analitica mette in relazione più elementi dell’ambiente, le informazioni fornite da chi vede completano lo scenario». A Giulia le descrizioni piacciono, ma non comprende aggettivi come rosso o marrone perché è cieca dalla nascita.

Nel caso di Florinda, invece, che ha perso la vi- sta a 18 anni per una malattia degenerativa, sono i dettagli a distrarla dalle sensazioni. I colori, però, li ricorda bene, «soprattutto il giallo e l’arancione», quelli del foliage, che in autunno accende i boschi biellesi in un tripudio di sfumature. Atleta azzurra di canottaggio alle Paraolimpiadi di Londra e Rio (2012 e 2016), Florinda mi guida nella prova più importante del nostro viaggio: camminare bendati nella Serra Morena. Un vasto polmone verde, attraversato da sentieri interrotti da enormi massi erratici, trasportati durante l’Era Quaternaria dal pulsare dei ghiacciai. Quando l’orizzonte svanisce dietro la benda, il braccio della mia compagna diventa l’unico appiglio possibile di fronte l’imperscrutabile. A poco a poco, la reticenza lascia il posto alla fiducia. È il bastone a valutare gli ostacoli, soprattutto all’altezza del ginocchio. Le foglie secche calpestate, invece, indicano il margine del tracciato. Come in una danza, aggiriamo pietre e ostacoli, mentre la foresta intorno vibra al canto degli uccellini. Incredibile la capacità del nostro corpo di adattarsi alle circostanze. “A occhi chiusi si comprende la quotidianità di chi non vede” commenta Giovanna, 53 anni, operatrice in un call center e reduce dal cammino di Santiago. Ha visto fino all’età di 13 anni. Dopo il glaucoma è calata la nebbia, oltre la quale, da un occhio, scorge ancora un po’ di luce. «Un vedente guarda dove cammina – continua – non saggia il terreno come faccio io ogni giorno». Giovanna “vede con i piedi”, usa il tatto indiretto per muoversi. Giulia, invece, si orienta con le “orecchie”. «Se ascolto, ho la sensazione di collocare le persone nello spazio».

Per i neofiti, la terza tappa (Magnano-Santuario di Graglia) può rivelarsi la più difficile, ma è ricca di suggestioni. Lasciata la morena, si delinea la montagna. Nella valle dell’Elvo è l’acqua la protagonista del percorso. Da Donato in poi, è un susseguirsi di torrenti e cascate che riecheggiano fra la vegetazione, di guadi da attraversare a piedi nudi e di impluvi, che precipitano a valle con effetti scenografici. La discesa dal monte Truc Granagge, con i suoi 800 metri di dislivello, è faticosa. L’arrivo al Santuario di Graglia è una benedizione e la tipica polenta concia, del ristorante del santuario, è un trionfo per il palato. Nel corso dell’ultima tappa (Santuario di Graglia-Santuario di Oropa), le edicole votive con l’effige della Gran Madre si ripetono a ogni bivio. A Sordevolo una ripida mulattiera scende fino al torrente Elvo, che scorre impetuoso fra gole spettacolari. Risaliamo i pendii erbosi, mentre i campanacci delle pecore al pascolo ci accompagnano. Da Favaro proseguiamo sulle Alpi biellesi, lungo il sedime della vecchia tranvia Biella-Oropa, “l’Ardita d’Italia”, scandita da ponti ferroviari che si stagliano fra la faggeta. Il penultimo chilometro corre lungo la via del Santuario (SS144), per poi immettersi sullo sterrato fino al complesso monumentale di Oropa. Una perla architettonica incastonata in un magnifico scenario alpino, edificato sui resti di un antico tempio pagano, oggetto per secoli di ininterrotti pellegrinaggi.

«Un cammino consigliato agli amanti della natura, soprattutto ai ragazzi ciechi, perché dal punto di vista proprioccettivo (la capacità di percepire il proprio corpo nello spazio, nda) può insegnare a gestire l’imprevisto, anche in città», commenta Francesco, presidente del gruppo sportivo dilettantistico non vedenti Milano onlus. «Quello biellese è un territorio vario e godibile, che offre tanto dal punto di vista sensoriale», dice Angela, 52 anni, impiegata del quotidiano Il Giorno in pensione. «Il tratto che più mi ha colpito? – conclude Giovanna – Il sentiero di domani».

di Loredana Menghi