mercoledì 18 dicembre 2019

Le regole di Franco Bomprezzi per informare bene sulla disabilità

Superando.it del 18.12.2019

Proprio oggi, 18 dicembre, sono incredibilmente già passati cinque anni da quando non è più con noi Franco Bomprezzi, direttore responsabile di questo giornale sin dagli inizi e fino al giorno della sua scomparsa, avvenuta appunto il 18 dicembre 2014.

Per ricordarlo, abbiamo scelto di riproporre ai Lettori uno dei tanti suoi testi che a distanza di anni continuano ad essere di stringente attualità, indicando la strada in questo caso a chi si occupa di informazione e comunicazione sulla disabilità e non solo.

Purtroppo!», direbbe forse Franco, aggiungendo magari che «essere ancora attuali con un testo scritto nel 2014 significa che i problemi stanno ancora tutti lì»…

«Con un sobbalzo di sorpresa ho scoperto che in un bel gruppo di Facebook, nato attorno al desiderio di diffondere i princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, è stato pubblicato un mio ormai antico scritto, visto che risale a più di quindici anni fa, un presuntuoso Decalogo della buona informazione che, in verità avevo scritto ad uso di un dossier realizzato a suo tempo dal Segretariato Sociale della RAI, quando si cercava, ante litteram, di promuovere un approccio corretto alla comunicazione radiotelevisiva e giornalistica sulla disabilità.

A tanti anni di distanza, la mia sorpresa di smemorato (avevo quasi rimosso questo lavoro non semplice) si è unita alla constatazione che i dieci punti da me elencati potrebbero – o almeno mi pare – essere stati scritti adesso, tanto la loro corretta applicazione appare ancora lontana da un esito condiviso e diffuso tra i colleghi e nei programmi.

Ecco perché adesso lo riprendo, affidando ogni riflessione ai Lettori:

Decalogo della buona informazione sulla disabilità

1) Considerare nell’informazione la persona disabile come fine e non come mezzo.

2) Considerare la disabilità come una situazione “normale” che può capitare a tutti nel corso dell’esistenza.

3) Rispettare la “diversità” di ogni persona con disabilità: non esistono regole standard né situazioni identiche.

4) Scrivere (o parlare) di disabilità solo dopo avere verificato le notizie, attingendo possibilmente alla fonte più documentata e imparziale.

5) Utilizzare le immagini, nuove o di archivio, solo quando sono indispensabili e comunque corredandole di didascalie corrette e non offensive della dignità della persona. Quando la persona oggetto dell’immagine è chiaramente riconoscibile, chiederne il consenso alla pubblicazione.

6) Ricorrere al parere dei genitori o dei familiari solo quando la persona con disabilità non è dichiaratamente ed evidentemente in grado di argomentare in modo autonomo, con i mezzi (anche tecnologici) a sua disposizione.

7) Avvicinare e consultare regolarmente, nell’àmbito del lavoro informativo, le associazioni, le istituzioni e le fonti in grado di fornire notizie certe e documentate sulla disabilità e sulle sue problematiche.

8) Ospitare correttamente e tempestivamente le richieste di precisazione o di chiarimento in merito a notizie e articoli pubblicati o diffusi.

9) Considerare le persone con disabilità anche come possibile soggetto di informazione e non solo come oggetto di comunicazione.

10) Eliminare dal linguaggio giornalistico (e radiotelevisivo) locuzioni stereotipate, luoghi comuni, affermazioni pietistiche, generalizzazioni e banalizzazioni di routine. Concepire titoli che riescano ad essere efficaci e interessanti, senza cadere nella volgarità o nell’ignoranza e rispettando il contenuto della notizia.

Correva l’anno 1998 e la Convenzione ONU era ancora lontana dal vedere la luce. A ispirarmi, in parte, fu la Carta di Treviso, uno dei documenti più lungimiranti prodotti dall’Ordine dei Giornalisti a tutela dell’informazione sui minori.

In realtà, in quelle dieci avvertenze per l’uso, c’era tutto il mio imbarazzo di giornalista – allora – nel constatare quotidianamente il modo superficiale e sciatto (privo di professionalità) da parte di molti colleghi anche autorevoli, che sulle testate di appartenenza – giornalistiche o radiotelevisive -, ritenevano di poter scrivere sulla disabilità senza il bisogno di saperne di più, di attingere a fonti autorevoli e verificate, di rispettare la dignità delle persone.

Molta acqua è passata sotto i ponti, e il nostro mestiere, oggi, è sottoposto ancor più di prima al logorio della fretta e della concorrenza al ribasso. Il “copia e incolla” del web comporta inoltre un ulteriore impoverimento delle fonti e della qualità della scrittura e dell’approccio. I programmi televisivi, come documentiamo spesso, alternano fiammate di lucidità e di grande qualità a cadute rovinose nello stereotipo e nel pregiudizio.

Ecco perché oggi mi sono sommessamente permesso di riproporre questo decalogo, non per apparire un “vecchio barbagianni”, ma semplicemente un giornalista che non è mai contento del lavoro svolto e che cerca sempre di imparare, di apprendere, di ascoltare, prima di scrivere».

Franco Bomprezzi, 9 aprile 2014

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